Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente: ha innalzato gli umili (Lc 1,39-56) 

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Assunzione della Beata Vergine Maria

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La Parola

Lectio

La solennità dell’Assunta ci invita a contemplare nella Vergine Maria il destino finale di ogni uomo. Voluti dall’Amore del Padre, figli nel Figlio, siamo tutti incamminati verso il traguardo di luce che la Vergine ha raggiunto per prima: è la sua Pasqua.

La fede della Chiesa è limpida; da sempre i fedeli sono convinti che la Madre, poiché ha portato in grembo la Vita, non poteva essere lasciata in preda alla morte. La costituzione dogmatica Munificentissimus Deus che Pio XII ha promulgato l’1 novembre 1950 è semplicemente la conferma di tale persuasione.

Tutta la Chiesa si raccoglie per lodare il Signore che in Maria ha portato a compimento il suo progetto d’amore sulla creatura umana. In Oriente si preferisce celebrare questa festa chiamandola Dormizione della Vergine; la solennità è così sentita presso i fratelli di rito bizantino, che vi si preparano con una “piccola quaresima”: quindici giorni di intensa preghiera e digiuno, con suppliche e canti risalenti al secolo IX e al XIII.

Anche nella tradizione occidentale questa è l’unica solennità mariana preceduta da una messa vespertina propria, che canta la beatitudine di Maria per l’ascolto obbediente della parola di Dio (cf Lc 11, 27-28) I fedeli riconoscono in Lei l’arca santa che ha portato il Signore (cf 1Cr 15, 3-4. 15-16; 16, 1-2), perciò Maria è vittoriosa sulla morte (cf 1Cor 15, 54-57).

La messa del giorno si apre con l’invito introitale a contemplare il segno grandioso della Donna vestita di sole, coronata di stelle e con la luna sotto i suoi piedi; secondo il testo dell’Apocalisse che viene riproposto per esteso nella prima lettura (11, 19; 12, 1-6. 10).

Superate le lotte e le insidie del male, la Vergine-Chiesa è posta al di sopra delle vicissitudini della storia e gode per sempre del compimento della salvezza nel regno di Dio, per la potenza del Cristo suo Figlio.

La seconda lettura, tratta da 1Cor 15, 20-26 presenta il Cristo morto e risorto come primizia, Colui che è causa di risurrezione e donatore di vita per tutti i figli di Adamo.

Ci soffermeremo sul Vangelo, il notissimo brano di Luca che ci mostra la Vergine mentre raggiunge con passo spedito il borgo montano dove abita la cugina Elisabetta.

Ci piace pensare che in lei maturava, lungo il cammino, il cantico che le è sgorgato dal cuore nell’incontro. Maria, abituata a cantare con il suo popolo i salmi e i cantici delle ascensioni, ne ha assimilato i contenuti e li fa suoi nel Magnificat che tutta la Chiesa ricanta con Lei ogni giorno, rendendo lode al Signore per il suo continuo intervenire nella storia personale di ciascuno.

 

v.39 In quei giorni, Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.

Il testo greco si apre con un verbo molto significativo, lo stesso che Marco usa per narrare i racconti sul Risorto (cf 16, 9): Maria dunque dopo l’annuncio che le ha trasformato la vita inizia il suo percorso da risorta (anastasa); si affretta, con in grembo il germe portatore dell’incorruttibilità.

 

vv.40-42 Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!”

Maria entra nella casa e saluta. Il saluto della Vergine non è soltanto una formula di cortesia; avvera l’annuncio fatto a Zaccaria nel tempio riguardo al figlio che gli viene donato: “Sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre” (Lc 1,15) Il saluto di Maria ha quasi una valenza sacramentale: trasforma Giovanni nascituro in profeta e precursore e consente a Elisabetta di riconoscere nella giovanissima parente la Donna portatrice di benedizione e salvezza per tutti. La benedizione, sempre ricorrente sulla bocca di Israele verso il suo Dio e così largamente riversata sul popolo, aveva già raggiunto altre donne generose e impegnate per la salvezza del popolo: possiamo ricordare Giaele (cf Gdc 5,24), e Giuditta (Gdt 13,18). Ora Maria è riconosciuta benedetta dal Signore perché porta in sé la sorgente della benedizione, il Benedetto e il Benedicente che realizza tutte le attese del popolo di Dio.

“Benedetto sarà il frutto del tuo grembo”: la promessa divina tramandata dal Deuteronomio (28,4) trova la conferma più sicura, e che non verrà mai meno, perché nel Figlio di Dio incarnato ogni creatura si ritrova inserita in questa onda di benedizione.

 

vv.43-45 “A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”.

La sorpresa per una visita inaspettata si arricchisce di una comprensione interiore sempre più profonda che unisce le due donne non a livello epidermico, ma nell’intimo della carne; la comunicazione tra loro passa attraverso l’azione dei figli: quel minuscolo embrione nascosto nel seno della Vergine suscita un tale gaudio che si può esprimere compiutamente soltanto nella libertà della danza… il Battista davanti alla Vergine che porta il Signore esulta e gioisce come Davide davanti all’arca di Dio (2Sam 6,14); ed Elisabetta riconosce in Maria la beata per la fede; il suo fidarsi totalmente di Dio è premessa necessaria per ogni cammino con Lui, per il credente che voglia pregustare tale beatitudine (cf Gv 20,29).

 

vv.46-48 Allora Maria disse: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Maria risponde e il suo parlare, come tutti gli esegeti hanno evidenziato, è espressione compiuta della fede del suo popolo; il suo canto ripercorre l’esperienza maturata nei secoli che riconosce nel Dio dell’Alleanza l’attitudine a preferire i poveri, i diseredati, quelli che non contano. Si possono cogliere in filigrana gli accenti del cantico di Anna (cf 1Sam 2,1-10), vi risuonano echi antichi dei salmi e dei profeti; tutto però è personalizzato, tutto è vissuto come azione salvifica nuova e inaudita. Maria sa bene chi è lei: serva, certamente, però nel senso biblico di persona assunta a condividere con responsabilità gli interessi del suo Signore; la Vergine inoltre si riconosce caratterizzata dall’umiltà che comporta non soltanto la radicale povertà della creatura di fronte al Creatore, ma anche l’insignificanza sociale che il vocabolo greco tapeinosis evidenzia.

Non teme di “magnificare” il suo Salvatore. Come potrebbe “renderlo grande”? eppure la sua anima non può fare a meno di esaltarlo, di raccontare la sua munificenza, la sua gratuità. Nell’esultanza dello spirito di Maria possiamo cogliere un anticipo dell’esultanza di Gesù, e proprio Luca ci presenta la meraviglia del Figlio che vede quanto piaccia al Padre rivelarsi ai piccoli (cf 10,21). Maria si fa capofila di tutti i poveri che Isaia aveva preconizzato: “Gli umili si rallegreranno di nuovo nel Signore, i più poveri gioiranno nel Santo di Israele” (29,19).

 

vv.49-50 Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono.

Maria non si sofferma a narrare i particolari di ciò che Dio sta operando in Lei, allarga lo sguardo da sé alla catena di generazioni umane che si sono affidate a Colui che è Onnipotente, si autodefinisce come Santo e si esprime con la misericordia, la pietà, la tenerezza, specialmente verso coloro che lo temono; è una convinzione radicata nel Popolo di Dio, come canta il Salmo 103,17: “La grazia del Signore è per sempre, dura in eterno per quanti lo temono”.

 

vv.51- 53 Ha spiegato la potenza del suo braccio, / ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, / ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.

In contrasto forte con i poveri, gli umili, gli affamati (cf le Beatitudini di Mt 5, 3-10 e Lc 6,20-23) Maria presenta coloro che si sentono autosufficienti nei confronti di Dio e gli resistono; Dio non si smentisce e ne smaschera la vacuità, secondo la catena di testimonianze anticotestamentarie; già il Salmo 89,11 cantava: “Con braccio potente hai disperso i tuoi nemici”; e il Salmo 107,9: “Saziò il desiderio dell’assetato, e l’affamato ricolmò di beni”. Anche Giobbe ritorna più volte sul tema: “Colloca gli umili in alto e gli afflitti solleva a prosperità” (5,11); “Fa andare scalzi i sacerdoti e rovescia i potenti” (12,19).

Il Cantico di Anna, riportato in 1Sam 2,5 ricorda con tono trionfale che “i sazi sono andati a giornata per un pane, mentre gli affamati hanno cessato di faticare; e 2Sam 22,28 sottolinea: “Tu salvi la gente umile, mentre abbassi gli occhi dei superbi

 

vv.54-55 Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza per sempre”.

Negli ultimi versetti del suo canto Maria si riallaccia alla promessa fatta con giuramento (cf Mich 7, 20) da Dio al suo “alleato”, Abramo: Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il tuo Dio e della tua discendenza dopo di te (Gn 17,7). Davvero la “memoria misericordiosa” di Dio qui arriva all’apice: “Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa di Israele” (Sal 98,3).

 

v.56 Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Il ritorno di Maria “a casa sua” possiamo leggerlo, nel mistero dell’Assunzione che celebriamo, come un evento che travalica la storia e ci porta alle realtà ultime, all’eskaton che ci attende: la fedeltà di Dio apre alla Vergine, e nella speranza a ciascuno di noi, la porta di quella “casa dalle molte dimore” che Gesù è andato a preparare per averci con Sé per sempre (cf Gv 14,2-3).

 

Appendice