La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda (Gv 6,51-58) 

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Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

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La Parola

Lectio

Alcune note storico-liturgiche sulle origini della Solennità

Nel giugno 2010 l’Ufficio per le celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice pubblicava alcune note storico-liturgiche sulle origini della Solennità del Corpus Domini. Richiamarle brevemente ci permette di contestualizzare la celebrazione odierna nel cammino ecclesiale di fede e di devozione che affonda le sue radici in secoli di storia.

“Le origini remote della festa del Corpus Domini si trovano nello sviluppo del culto dell’Eucaristia nel corso del Medioevo. Le dispute dottrinali fra Pascasio Radberto († 865) e Ratramno di Corbie († 868), e soprattutto fra Berengario di Tours († 1088) e Lanfranco di Pavia († 1089), portarono ad un chiarimento della dottrina sulla presenza reale di Cristo nel Sacramento e, di conseguenza, ad un più sentito e diffuso culto dell’Eucaristia.

Nel secolo XIII si manifesta un movimento più ampio di devozione eucaristica presso il popolo ed anche fra i teologi, con un forte contributo dato dal nuovo ordine francescano. Il Concilio Lateranense IV (1215), precisando la dottrina della Chiesa con la formula della transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo, ha spinto ad un ulteriore sviluppo del culto eucaristico. Lo stesso Concilio prescrisse l’obbligo della comunione annuale a Pasqua e la custodia dell’Eucaristia in un luogo sicuro. Nella liturgia si diffuse la prassi di elevare l’ostia ed il calice durante la Messa per il desiderio dei fedeli di vedere e di adorare le specie consacrate.

La solenne celebrazione del Corpus Domini, come la conosciamo anche oggi, è dovuta all’ispirazione della religiosa fiamminga Santa Giuliana di Cornillon (1191-1258). La festa, istituita nella diocesi di Liegi, nell’attuale Belgio, nel 1246, si diffuse rapidamente, grazie anche all’impegno del fiammingo Giacomo Pantaleone di Troyes, in seguito eletto papa col nome di Urbano IV (1261-1264). Egli incluse la festa nel calendario liturgico generale con la Bolla Transiturus de hoc mundo, dell’11 agosto 1264. Tuttavia, a causa di diverse vicende, essa fu celebrata in tutta la Chiesa solo dopo il Concilio di Vienne (1311-1312).

Secondo la Vita di Santa Giuliana, Cristo stesso le disse il principale motivo per cui desiderava questa nuova festa, cioè per ricordare l’istituzione del Sacramento del suo Corpo e Sangue in maniera particolarmente solenne, il che non era possibile il Giovedì Santo, quando la liturgia è segnata dalla lavanda dei piedi e della Passione del Signore.

La festa fu stabilita per il giovedì dopo l’Ottava di Pentecoste, il primo giovedì dopo il Tempo Pasquale, secondo il Calendario liturgico dell’usus antiquior. La festa è così chiaramente legata al Giovedì Santo, ed esprime il suo carattere essenziale: «Nella festa del Corpus Domini, la Chiesa rivive il mistero del Giovedì Santo alla luce della Risurrezione»”.

 

“Il valore della mia vita dipende dalla mia capacità di donarla”. Con queste parole, mons. Pierre Claverie, vescovo domenicano, morto martire ad Orano (Algeri) il 1° agosto 1996, esprimeva la quintessenza della sua vita eucaristica: “fare memoria della Pasqua di Gesù, che prende su di sé la violenza del mondo per condurla alle sorgenti dell’amore, ci impegna nello stesso movimento. Gesù ha riconciliato l’umanità con se stessa e con Dio abolendo il potere della morte nella propria carne. Noi, che lo seguiamo e che formiamo il suo corpo nella storia, diventiamo a nostra volta sacramento di questa riconciliazione e completiamo quello che è stato acquisito una volta per tutte, proseguendo nella lotta contro il potere della morte con le armi dell’amore.

Va da sé che questa lotta si nutre innanzitutto del memoriale dell’eucaristia: la nostra immersione nella morte di Gesù Cristo, presente con la potenza della sua risurrezione, ci prepara a intraprendere una Pasqua quotidiana. […] Sacramento di liberazione e di riconciliazione possiamo diventarlo solo se accettiamo di donare la nostra vita alla sequela di Gesù Cristo.

La Pasqua di Gesù Cristo si compie nel suo corpo che è la Chiesa: l’unico sacrificio di Cristo fa così passare il mondo dalla morte alla vita. E noi ne siamo i testimoni e gli attori fino alla fine dei tempi. Guardiamoci dal non prendere sul serio questo impegno al martirio!” (P. Claverie, Dare la propria vita. Meditazioni sull‘Eucaristia, EDB, Bologna 2005, 88-89). Corroborati anche dalla sua testimonianza entriamo nel mistero della solennità che celebriamo, guidati dalla sapiente tessitura di testi che la Madre Chiesa ci propone.

La liturgia della parola ruota intorno ad alcuni concetti chiave: nutrire, saziare, ricordarsi/non dimenticare, corpo/comunione, carne/sangue, pane, e il termine vita, declinato in vari modi: vita/vivere/vivo. Dunque, si tratta di VITA che si effonde e si espande con sovrabbondanza nel dono della Carne e del Sangue del Signore, Pane vivo disceso dal cielo: “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue – dice Gesù in Gv 6, 56.51 – rimane in me e io in lui. […] Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Noi siamo e rimaniamo in vita perché Lui ci sostiene in vita dandoci se stesso in cibo.

Così l’antifona d’ingresso: “Il Signore ha nutrito il suo popolo con fior di frumento, lo ha saziato con miele della roccia” (Sl 80, 17). Si tratta della più antica storia d’amore che non si finirebbe mai di raccontare: il Signore ama Israele, lo fa suo, lo cura, lo custodisce, lo fa crescere con amore di Padre e di Sposo.

Nella prima lettura (Dt 8, 2-3.14b-16a) è riportato l’invito rivolto da Mosè a Israele dinanzi alla visione della Terra Promessa: “Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere nel deserto, per metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore […] per farti capire che l’uomo non vive solo di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. […] Non dimenticare il Signore tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla condizione servile, che ti ha condotto […] che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima, che ti ha nutrito di manna sconosciuta.” Israele non deve smarrire mai la consapevolezza che la sua vita è custodita e promossa da un Altro; e questa consapevolezza cresce e si rinnova solo nella memoria, nel ricordare, nel non dimenticare i prodigi del Signore nella sua storia, nel narrarli ai figli e ai figli dei figli. Nasce da qui la traditio, la consegna della storia di salvezza che ha segnato i tempi, fino ai nostri giorni. Israele non deve dimenticare che ha vissuto un passaggio esistenziale decisivo: è passato dalla schiavitù del faraone in Egitto alla libertà della terra promessa; è passato dalla morte alla vita. La sua vita non si consuma solo nella fame di pane, ma trova il suo senso, il suo gusto più profondo in quanto esce dalla bocca di Dio, dal soffio del suo Spirito che rigenera e vivifica, dalla Parola che ha fatto i cieli e si è fatta carne condivisa con tutta l’umanità. Questa memoria, nel dono del Corpo e del Sangue di Cristo sull’altare, diviene memoriale di salvezza per ogni uomo, si attualizza hic et nunc, qui e ora, il Dono dell’Amore più forte della morte, che rimane fino alla consumazione dei secoli, raggiunge i figli di Dio, sostiene e guida la Chiesa, il Corpo del Risorto che cammina nella storia.

La moltitudine dei credenti che comunica al Corpo di Cristo, forma a sua volta un solo corpo, poiché si ritrova UNO nella condivisione dell’UNICO Pane. È Paolo il grande cantore di questo mistero nella seconda lettura (1 Cor 10, 16-17): “poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo; tutti infatti partecipiamo all’unico pane”. La molteplicità numerica dei fratelli non è un ostacolo all’unità, perché tutti siamo in com-unione con Cristo.

Il vangelo di Giovanni riporta una pericope tratta dal grande capitolo 6, il cosiddetto ‘discorso del pane di vita’, in cui Gesù si propone ‘pane vivo, disceso dal cielo’. L’allusione è forte e chiara alla manna di cui il Signore nutrì il popolo d’Israele nel deserto, durante il cammino verso la terra promessa. La manna era anche il segno inequivocabile dell’amore provvidente e fedele di Dio, che non abbandona il suo popolo, lo mantiene in vita e lo conduce verso una vita sempre più piena. Nel vangelo di Giovanni, però, Colui che è disceso dal cielo è il Verbo che è prima di tutte le cose, nel quale è la Vita, la vera Vita, per mezzo del quale tutto è stato fatto; e che si è fatto ‘carne’ per noi, per manifestarci il Padre, donarci lo Spirito senza misura e rimanere con noi sempre nello spezzare del pane. Gesù dice chiaramente che gli antichi padri nel deserto mangiarono la manna ma poi morirono; invece, “chi mangia questo pane vivrà in eterno” (cfr Gv 6, 58). Perché vivrà in eterno? Perché colui che si nutre della sua carne è reso partecipe del ‘circolo vitale eterno’ tra il Padre e il Figlio: “come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me” (Gv 6, 57). E il pane che lui dà è la sua carne per la vita del mondo; vivere per significa non solo avere uno scopo, un fine, una direzione, un senso, ma anche vuol dire grazie a me, in virtù del mio dono: In lui era la Vita, ci ricordava Giovanni nel prologo. La comunione al Corpo e Sangue del Signore è la partecipazione alla sua Vita divina che si rinnova incessantemente in chi la riceve e lo conduce attraverso la storia, fino al banchetto eterno del cielo. In questo movimento, il credente è trasformato in colui di cui si nutre, coinvolto nel suo vortice di ‘passione’ per la salvezza dell’umanità; unito, infatti, al Corpo e Sangue del Signore, diviene a sua volta ‘eucaristia’ vivente, anche lui corpo dato e sangue versato nel servizio di carità ai fratelli. A tal proposito, gustiamo le parole del prefazio II, uno dei due sull’Eucaristia riservati a questo giorno: “Nell’ultima cena, con i suoi apostoli, egli volle perpetuare nei secoli il memoriale della sua passione e si offrì a te, Agnello senza macchia, lode perfetta e sacrificio a te gradito. In questo grande mistero tu nutri e santifichi i tuoi fedeli, perché una sola fede illumini e una sola carità riunisca l’umanità diffusa su tutta la terra. E noi ci accostiamo a questo sacro convito, perché l’effusione dello Spirito ci trasformi a immagine della tua gloria”.

Appendice