Comandami di venire verso di te sulle acque (Mt 14,22-33) 

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XIX Domenica del Tempo Ordinario

 

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La Parola

Lectio

“Onnipotente Signore, che domini tutto il creato, rafforza la nostra fede e fa’ che ti riconosciamo presente in ogni avvenimento della vita e della storia, per affrontare serenamente ogni prova e camminare con Cristo verso la tua pace.” La preghiera della Colletta riassume così il messaggio di questa XIX domenica del tempo ordinario – anno A e si fa invocazione sulle labbra dei fedeli nella celebrazione eucaristica.

 

“Subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca …” (v. 22)

Il racconto evangelico di Gesù che cammina sulle acque attira e focalizza l’attenzione del lettore ma è preceduto da due versetti importanti. Il Gesù che ha compassione delle folle, che è mite e umile di cuore, ha un atteggiamento severo: costringe i discepoli ad allontanarsi e congeda la folla. Delicatezza e decisione. Perché? Sappiamo bene che per Gesù è prioritario il rapporto col Padre e che la sua missione consiste nel fare la volontà del Padre, che Lui e il Padre sono una cosa sola e che pregherà il Padre per noi … è un rapporto intimo e speciale che esige un luogo, un tempo, una modalità adeguati, scelti e preparati con cura perché Gesù desidera, ha bisogno di quel dialogo d’amore. Questo momento è importante quanto sfamare la gente, quanto la compagnia dei discepoli; è il momento, lo spazio della preghiera. Una preghiera lunga, senza fretta (fino a sera), e solitaria. Ecco il primo insegnamento di Gesù. Egli ci dà l’esempio: prima, durante e dopo ogni azione buona, c’è la preghiera, un intimo e personale colloquio con Dio, fonte indispensabile a cui attingere. Gesù insegna, guarisce, perdona ma non permette che le cose da fare tolgano spazio al suo ritirarsi in disparte a pregare. È un esempio provocante per noi che spesso ci sentiamo travolti dal fare e ci lamentiamo di non aver tempo per fare tutto, di non avere tempo per Dio; un agitarsi continuo che rischia di divenire protagonismo e ricerca di sé, attivismo senz’anima. Certo non è facile, bisogna volerlo! Voler ritirarsi dal frastuono degli affari e della gente e cercare il silenzio, là dove parla Dio.

Anche il profeta Elia (prima lettura) è invitato a uscire e fermarsi alla presenza del Signore. Anche il profeta, in fuga dalla regina Gezabele che lo perseguita, deve imparare a riconoscere Dio, il Suo vero volto. E lo scopre non nel vento impetuoso, non nel terremoto, non nel fuoco ma nel “sussurro di una brezza leggera”. Dio è oltre le tradizionali teofanie o le idee personali; Egli è dolce presenza che si gusta nel silenzio; Egli è soprattutto pace!

Per ognuno di noi c’è un Oreb dove il Signore vuole incontrarci.

 

“La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario”. (v. 24)

La scena ha le tonalità fosche evocate dai verbi “distava”, “era agitata”, “era contrario”. La riva, l’approdo sicuro, la terraferma è lontana, lontanissima e le condizioni meteo non sono rassicuranti, i venti soffiano forte e agitano le acque; gli esperti pescatori e naviganti temono il mare; l’azione della natura influenza i sentimenti degli uomini e trasferisce in loro ciò che l’occhio umano crede di vedere; il tutto avvolto nell’oscurità della notte. Incertezza, paura, angoscia e chissà quali tristi pensieri hanno attraversato la mente dei discepoli quella notte! Forse gli stessi che avremmo provato noi nelle stesse condizioni … quella barca, infatti, è la nostra vita, è il periodo buio che tutti abbiamo già attraversato, è la situazione di ogni famiglia, è la storia della Chiesa. E quando il buio è così penetrante, i sensi si appannano e non riconosciamo la voce e il volto di chi vuole darci forza e coraggio, la sensazione di abbandono è invasiva, la disperazione è più forte di ogni cosa e oscura il lume della ragione … “nessuno può aiutarmi”, questa è la voce che rimbomba nella testa per cui chi ci viene incontro “è un fantasma!”

Chi è Costui che cammina placidamente sulle acque? “Chi è Costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?” (Mt 8,27). Il mare nella Bibbia rappresenta il male e solo chi può sconfiggere il male, può camminare sulle acque senza annegare! I discepoli, quali pii israeliti, sanno bene che Dio solo può aprire le acque liberando il suo popolo e annegando i nemici; che “Lui solo dispiega i cieli e cammina sulle onde del mare” (Gb 9,8). Ma la paura ha il sopravvento, li blocca, li paralizza dinanzi all’identità e presenza misteriosa di questo sconosciuto che avanza. Un quadro già dipinto dal salmo che canta “Sul mare la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque, ma le tue orme non furono riconosciute” (Sal 77,20).

 

“Coraggio, sono io, non abbiate paura!” (v. 27)

È la voce rassicurante e decisa del Signore; Lui, dominatore del creato, di ogni tempesta e paura della nostra vita è l’unico che può pronunciare queste parole e realizzarle perché la Sua Parola è viva ed efficace e noi diventiamo coraggio, speranza ascoltandola e lasciandola penetrare in noi così da poter dire, come quelli che si prostrano a Lui sulla barca, “Davvero Tu sei Figlio di Dio!”. Un’esperienza straordinaria che è per tutti e richiama alla mente le apparizioni pasquali; si ripresenta lo schema notte – apparizione – espressioni quali “Sono io, non abbiate paura” – dichiarazione di fede da parte dei discepoli. Il Signore Risorto è presente nella Chiesa in difficoltà e accanto a ciascuno di noi, interviene con aiuto misericordioso, ci tende la mano; il Risorto a ciascuno dice “Pace a voi!”.

 

Eppure l’uomo dubita … “Signore se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque” (v.28). Il dubbio acceca e ottura le orecchie di Pietro, l’incredulità lo porta a chiedere l’impossibile, una prova, un segno tangibile che chi viene come un fantasma sia realmente quel Gesù lasciato sulla riva.

“Vieni!” (v.29), Gesù accondiscende e Pietro obbedisce, si fida, cammina sulle acque. Quanti passi fece andando verso Gesù non lo sappiamo ma sappiamo che “VEDENDO che il vento era forte, s’impaurì” (v.30) e cominciò ad affondare. È una questione di sguardo: dove guardiamo? In che direzione? Da cosa ci lasciamo distogliere? Fin quando Pietro ha fissato Gesù, l’impossibile è divenuto possibile ma quando ha distolto lo sguardo da Lui per rivolgerlo al vento forte e alla sua paura, eccolo affondare. Così anneghiamo nel mare del peccato e della morte quando guardiamo la nostra povera umanità, confidiamo nelle nostre forze impotenti e non ci affidiamo completamente al nostro unico Salvatore. “Signore, salvami!” è il grido del povero che invoca aiuto e il Signore lo ascolta. Gesù ci ama, ci tende la mano, ci riporta sulla barca, come fa con Pietro e ci dice: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (v.31). Il male più grande è qui l’incapacità di credere veramente; la poca fede che Gesù smaschera è presente anche in altri passi evangelici come quello della tempesta sedata (Mt 23,27) in cui troviamo sempre i discepoli su una barca coperta dalle onde; allora Gesù era sulla barca ma dormiva. I discepoli dubitano e si credono perduti pur con Gesù in mezzo a loro, lo svegliano e gridano “Salvaci!”. Essi, come Pietro, dunque credono che Gesù è Signore e può salvarli ma la loro fede è “poca”, è imperfetta, non è ancora completa fiducia nella Parola di Gesù che agirà anche nelle necessità più estreme.

Per attraversare il mare, per vincere il male, non basta l’esperienza e l’entusiastica iniziale fiducia, ci vuole la consapevolezza di aver bisogno di un Altro, lo sguardo fisso sul Maestro e l’umiltà di invocare da Lui la salvezza: “Signore, salvami!” (v. 30).

L’incredulità d’Israele è il “grande dolore” e la “sofferenza continua” che Paolo ha nel cuore (seconda lettura) per cui canta la grandezza dei fratelli israeliti presentando otto privilegi: adozione a figli, gloria, alleanze, legislazione, culto, promesse, patriarchi e soprattutto “il Cristo secondo la carne”.  Ricordare di essere stirpe eletta, figli amati, può aiutarci a camminare sulle acque e crescere nella sequela Christi.

Il cammino verso Gesù non è privo di dubbi e nonostante le certezze che la Parola di Dio ci dona, corriamo il rischio di attendere interventi miracolosi dal cielo che risolvano le disperate vicende umane. Il discepolo che vuole seguire Gesù è chiamato a partecipare alla condizione di figlio di Dio e questa si realizza in mezzo all’opposizione e persecuzione del mondo. La vera fede in Gesù, Figlio di Dio, non può essere disgiunta dalla croce che galleggia sulle onde, che traghetta il naufrago verso l’approdo.

Dopo ogni prova, come Pietro e quelli che erano sulla barca, possiamo avanzare nella fede e dire “Davvero tu sei Figlio di Dio!” (v. 33).

Appendice