II Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia

II Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia

Mon, 01 Apr 24 Lectio Divina - Year B

Sembrano affollarsi in questa seconda Domenica di Pasqua gli attributi su cui la tradizione della Chiesa ci ha invitato a soffermarci nello scorrere dei secoli. Infatti questa domenica anticamente era detta “Quasimodo”, dall’incipit in latino dell'introito della messa, che invita i fedeli a desiderare il genuino nutrimento spirituale al modo dei bambini desiderosi del latte; ma  anche “in albis vestibus”, in bianche vesti, come si presentavano i neofiti in questo giorno, al termine dell’Ottava di Pasqua, per deporre gli abiti che avevano indossato per tutta la settimana successiva al loro battesimo; più di recente, nell’anno 2000, papa Giovanni Paolo II ha istituito in questo giorno la festa della Divina misericordia, dando corpo ad un desiderio che Cristo stesso avrebbe espresso in una conversazione con la santa polacca Faustina Kowalska.

Sono dunque numerose le sfumature su cui riflettere, guardando al mistero della Resurrezione che ancora, otto giorni dopo l’evento, ci fa esplodere di gioia nell’Alleluia.

La liturgia proposta in questo anno B, riassunta nella preghiera Colletta, vuole aiutarci a non distogliere l’attenzione dal cuore dell’annuncio pasquale: Cristo è presente in mezzo a noi, è vivente nel mondo; e l’unità del suo corpo, la Chiesa, ne dà testimonianza.

Gli Atti degli Apostoli (At 4,32-35) sembrerebbero presentarci una comunità del Mulino Bianco, in cui tutto va per il verso giusto, ma se pensiamo che l’unità di quell’esperienza - il sentirsi un cuore solo e un’anima sola - era motivato e sostenuto dalla vicinanza al cuore di Cristo (in quel caso anche temporale), e non dalla bravura dei testimoni, ci rassereniamo.

È la vicinanza a Gesù Cristo che fa l’unità della Chiesa; è Lui che tiene unito il nostro cuore, ci unisce a Sé e unisce il nostro cuore al cuore dei  fratelli. Non si parte dalla nostra personale iniziativa. San Giovanni apostolo è molto chiaro (1Gv 5,1-6): abbiamo già vinto il mondo, perché Gesù Cristo ha vinto per tutti noi, occorre però che ci riconosciamo in questa vittoria e il riconoscimento passa attraverso l’amore a Dio, quindi al suo Figlio e, insieme, ai fratelli.

 

Gli apostoli riuniti tra loro il primo giorno della settimana (cfr. Gv 20,19-31) sono figura di ciò che siamo anche noi, più di duemila anni dopo: qualche volta impauriti, qualche volta increduli di fronte all’annuncio della resurrezione... sempre però godiamo del suo Spirito, del suo soffio vivificante d’Amore. Anche Tommaso che non era lì con loro!?

In effetti se la ragione per cui i discepoli sono riuniti con le porte chiuse è la paura, forse il cuore di Tommaso era mosso dal coraggio, dal momento che si trovava fuori da quella clausura?

Rivalutiamo questa figura: forse proprio lui ha creduto all’annuncio di Maria di Magdala, secondo il racconto di Giovanni, ma il prodigio della vita che vince la morte poteva compiersi solo nell’incontro personale con il Risorto. Chi tra noi può infatti considerarsi beato per aver creduto immediatamente ad un annuncio? Tutti abbiamo avuto bisogno di vedere, di fare esperienza di Dio e della resurrezione del suo Figlio. E Tommaso non è da meno: rivalutiamo la sua incredulità come bisogno e desiderio di incontro!

Stando al racconto di Giovanni, come accennato, Gesù non “soffia” una seconda volta perché anche Tommaso, assente alla prima apparizione, riceva lo Spirito; il dono che gli fa è in effetti più intimo, personale, a tu per tu, perché è il dono dello Spirito che passa per la sua stessa carne piagata.

Alcune esegesi individuano nell’inciso dell’evangelista («Tommaso […] chiamato Dìdimo») un appello al lettore, perché si senta il “gemello” incredulo di Tommaso. In effetti possiamo essergli gemelli nell’incredulità, ma di più nel desiderio di incontro con il Risorto.

A ben vedere, in realtà, Tommaso è anche “gemello” di Gesù: l’elemento che svela la somiglianza tra i due è proprio la ferita, evidente nel Risorto e nascosta nel cuore di Tommaso. È Gesù a toccare per primo la ferita di Tommaso, perché proprio per lui torna dai discepoli che, significativamente, sono «di nuovo» chiusi in casa.

Gesù chiede a Tommaso di riconoscerlo dalla sua ferita, proprio come Lui lo ha riconosciuto per primo. Anche la letteratura greca antica ci consegna un meraviglioso riconoscimento a partire da una ferita, una cicatrice, quella di Odisseo che torna finalmente a Itaca dopo un decennio di peripezie. Vale la pena rileggere i versi che raccontano lo stupore della nutrice Euriclea, quando riconosce l’eroe (nel libro XIX, ai vv.386-387; 467-475):

 

[…] Intanto la vecchia aveva preso il lebete lucente,

per lavare i suoi piedi; […].

Ora la vecchia, toccando la cicatrice con le mani aperte,

la riconobbe palpandola e lasciò andare il piede.

La gamba cadde dentro il lebete, il bronzo risuonò

e si inclinò da una parte: l’acqua si sparse in terra.

Gioia ed angoscia insieme la presero al cuore, gli occhi

si riempirono di lacrime, la florida voce era stretta.

Carezzandogli il mento, disse a Odisseo:

“Oh sì, tu sei davvero Odisseo, figlio caro! E io ancora

non ti ho riconosciuto: dovevo prima toccare il mio re!”.

 

«Dovevo prima toccare il mio re»: è la delicatezza femminile alla quale sembrano fare eco le parole di Tommaso, «Mio Signore e mio Dio!».

Dopo un lungo viaggio, come è stato il cammino quaresimale, abbiamo bisogno di riconoscere il Signore, e Lui ci viene incontro riconoscendoci per primi. La ferita non ancora toccata è quella di Tommaso e Gesù è solidale con il suo vulnus, con la sua vulnerabile fede, perché l’ha assunta su di sé e gliene mostra i segni. Lasciandosi toccare, Gesù guarisce il suo “gemello” ferito.

Tommaso guarisce e riconosce Gesù perché si sente da Lui riconosciuto. Anche Euriclea può riconoscere Odisseo perché lui per primo l’ha riconosciuta e da lei si è fatto toccare, da lei che da sempre lo aveva conosciuto, prima ancora di sua moglie Penelope e di suo figlio Telemaco. Tra i due c’è un intimo legame che è da sempre, proprio come quello che Gesù ha con Tommaso e con ciascuno di noi. Era necessario che Euriclea toccasse la carne di Odisseo, non bastavano la somiglianza e l’aspetto (il cantore dell’Odissea lascia intendere che Euriclea avesse già sospettato che quello straniero fosse proprio il suo signore), non bastava l’accoglienza che Telemaco – astuto come il padre – aveva riservato a quell’uomo. Euriclea doveva toccare, proprio come Tommaso, proprio come noi.

I sentimenti della vecchia nutrice: «Gioia ed angoscia insieme», sono gli stessi che l’evangelista Matteo attribuisce alle donne al sepolcro dopo l’annuncio della resurrezione, «timore e gioia grande» (cfr. Mt 28,8). Siano questi stessi sentimenti ad accompagnarci in questa Domenica, in cui vogliamo toccare le ferite del Risorto, perché ci sentiamo da lui toccati. 

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