III Domenica di Quaresima

III Domenica di Quaresima

Sat, 02 Mar 24 Lectio Divina - Year B

La pericope della terza domenica di Quaresima ci interroga profondamente sotto vari profili. Anzitutto è l’unico episodio in cui Gesù “si arrabbia” e lo fa con sdegno. Con una sferza di cordicelle, che lui stesso si prepara, scaccia fuori del tempio tutti quelli che vendono e comprano pecore e i buoi, avendo riguardo soltanto per i venditori di colombe. La sua azione è determinata dalla condizione in cui trova la casa del Padre suo e il suo sdegno nasce dal constatare una profonda prevaricazione. Gesù denuncia la perversione compiutasi in Israele: il tempio non è più la casa del Padre! è diventato un mercato in cui, al posto di Dio, si adora e si serve mammona, la ricchezza.

La frusta di cordicelle allora è profezia della prossima e definitiva distruzione del tempio stesso: disabitato da Dio, sarà raso al suolo dai Romani nell’anno 70.

Il tempio di Gerusalemme era diventato una delle maggiori banche dell’antichità, perché i Sommi Sacerdoti assecondavano i commercianti, che a loro volta sostenevano la nobiltà sacerdotale, il clero e gli impiegati. I cambiavalute, in particolare, in questo mercato monetario, avevano un posto predominante dal punto di vista economico: possiamo oggi tranquillamente identificarli con i nostri “operatori di borsa” e rappresentavano il sistema finanziario dell’epoca.

Tutti gli uomini della Giudea con un’età maggiore dei 21 anni (eccetto donne, schiavi e i minori, oltre ai sacerdoti), erano obbligati a pagare il tributo annuale al tempio e un’infinità di donazioni in denaro andavano nel Tesoro; un vero e proprio forziere dove i ricchi depositavano i loro tesori, in considerazione che questi erano al sicuro dai ladri per il loro carattere sacro.

Per pagare il tributo, inoltre, non si potevano usare le monete con l’effige imperiale di Cesare, in quanto ritenute idolatriche. Nel Tempio quindi si batteva moneta e si realizzavano i propri sicli ortodossi di conio ebraico; da qui la necessità della folta presenza dei cambiavalute, che appunto si premuravano di cambiare le monete con riproduzioni profane, ritenute blasfeme, con quelle “sacre” prodotte a uso esclusivo del tempio.

L’intervento inaspettato e irato di Gesù suscita una reazione altrettanto irritata dei Giudei, che chiedono a Gesù di mostrare un segno, cioè di giustificare il suo operato e di spiegare a che titolo lo fa. E proprio in questa pretesa di spiegazioni troviamo il punto culminante dell’episodio, in cui Gesù proclama: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Questa risposta sconcertante di Gesù e assurda per chi ragiona in termini umani, verrà utilizzata come capo di accusa durante il suo processo.

Qui, nel Vangelo di Giovanni, è posta sulla sua bocca in occasione della prima salita di Gesù a Gerusalemme, nei giorni di Pasqua.

In realtà, il gesto e l’affermazione di Gesù, come spesso avviene nel Vangelo di Giovanni, si presta a diversi livelli di interpretazione, come lo stesso evangelista spiega: Gesù sta parlando non del tempio materiale fatto di pietre, ma del suo corpo, vero e unico Tempio di Dio.

Le sue parole misteriose nascondono e anticipano il suo essere messo a morte in croce; lì il vero Tempio sarebbe stato distrutto. Questa volta tuttavia la distruzione sarà occasione di una nuova costruzione: il corpo crocefisso diventerà luogo di salvezza per tutti.

Quanto incisive diventano allora oggi anche per noi le parole “non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato!”

E come è Tempio il Signore Gesù, ciascun uomo lo è, perché tutti siamo destinati a far parte del suo Corpo mistico.

Quando il corpo diventa un luogo di mercato? Quando viene fatto oggetto di decisioni da parte di chi non dovrebbe decidere sulla sua sorte. Dal momento che nessuno di noi si è dato la vita da solo, nessuno di noi può decidere, né riguardo a quella propria né a quella degli altri. Chi o che cosa è la casa del Padre, allora, se non la persona e il suo stesso corpo? “Allora i Giudei che chiedevano un segno non avevano capito di che cosa stava parlando Gesù, così come non lo capiamo noi, fino a che il nostro cuore rimane sordo e chiuso alla sua Parola.”

Gesù trasmette qui una promessa di Resurrezione, che manterrà a prezzo di grandissima sofferenza.

Su queste parole oggi dovremmo interrogarci profondamente, perché se è vero che noi possiamo uccidere, è vero anche che Lui può resuscitare; e dunque il male che noi possiamo fare, Lui lo può redimere. I Giudei distruggeranno quel corpo con ogni mezzo a loro disposizione: il flagello, la corona di spine, i calci, i pugni, gli schiaffi, gli sputi, gli scherni, il legno della croce, le frustate durante il cammino, i chiodi, la croce, la lancia… Lo distruggeranno, certo!… ma a nulla sarà valso il loro accanirsi; perché, come promesso, Gesù farà risorgere quel corpo dopo tre giorni e così farà per tutti coloro che crederanno in Lui e nella Sua Misericordia.

“Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?»”. A questa domanda carica di incredulità e ironia Gesù non ritenne necessario spiegare che parlava del suo corpo, sapendo di parlare a cuori induriti, ma ugualmente gettò il seme della Parola in quel terreno, ritenendo che se in quello sassoso sarebbe perito, in quello fertile avrebbe attecchito.

Infatti, “quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.” Un terreno come quello del cuore dei discepoli, dovrebbe essere anche il terreno del nostro cuore, e dobbiamo pregare perché diventi sempre più fertile. Così se un altro tempio di Dio verrà distrutto, rimane in noi cristiani la profonda convinzione che dopo tre giorni risorgerà, in quella gloria che il Figlio di Dio ci ha conquistato con la sua morte.