IV Domenica di Pasqua

IV Domenica di Pasqua

Sat, 20 Apr 24 Lectio Divina - Year B

Ogni anno, nella quarta domenica di Pasqua, il capitolo 10 del Vangelo di Giovanni ci invita a guardare a Gesù, pastore buono. Questa domenica, infatti, è chiamata «la domenica del Buon Pastore». Il motivo lo si capisce subito, è Gesù stesso che dicendo: «Io sono il buon pastore» si lascia definire da questa immagine.

Per capire l'importanza che ha nella Bibbia il tema del pastore, bisogna pensare alla storia del popolo eletto. Inizialmente, Israele era un popolo di pastori nomadi. In questa società, il rapporto tra pastore e gregge non è solo di tipo economico, basato sull'interesse. Si sviluppa un rapporto quasi personale tra il pastore e il gregge. Giornate e giornate passate insieme in luoghi solitari a osservarsi. Il pastore finisce per conoscere tutto di ogni pecora; la pecora riconosce e distingue tra tutte la voce del pastore che spesso parla con le pecore.

La liturgia di oggi ci guida alla scoperta della vera identità di Cristo: colui che prolunga l’alleanza di salvezza di Dio.

Nella prima lettura invisibilmente Gesù risorto agisce nella persona di Pietro e Giovanni.

In questo episodio che ha luogo a Gerusalemme, dopo che Pietro ha proferito il suo discorso di Pentecoste ai Giudei, un uomo storpio dalla nascita, sta all'entrata del tempio, chiamata Porta Bella e qui comincia a chiedere l'elemosina ai pellegrini e ai viandanti. Passano accanto a lui Pietro e Giovanni, che vi entrano per la preghiera del primo pomeriggio. Contrariamente a quanto di solito avviene nei confronti dei mendicanti, che vengono snobbati o trattati con qualche monetina fugace, i due apostoli prendono l'iniziativa essi ed esclamano: "Guarda verso di noi". Vogliono compiere un vero atto d'amore facendo recuperare la salute fisica al paralitico, ma in questo vogliono anche rendersi portatori della presenza del Signore Risorto. Lo storpio infatti si aspetta di ricevere l'elemosina, ma ottiene molto di più nel nome di quel Gesù che i Giudei avevano crocifisso e che il Padre aveva risuscitato. Guarisce immediatamente e cammina da solo lodando Dio sotto gli occhi increduli dei presenti. Un prodigio che fa ricordare i miracoli di guarigione compiuti da Gesù prima della sua passione. In effetti è proprio lo stesso Signore a realizzarlo, non più direttamente ma attraverso i continuatori della sua opera in terra.

Adesso ogni riferimento è esplicito e diretto e non servono più sottili ragionamenti per affermare questa verità: Cristo è risorto e opera miracoli e guarigioni. In molti si sentono interpellati dalle parole di Pietro e vogliono lasciarsi coinvolgere. Gesù stesso lo aveva affermato: "Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me" e la risurrezione rinnova i prodigi e li attualizza. Protraendo il mistero dell'incarnazione facendogli superare i limiti del tempo e dello spazio, per giungere ad ogni uomo. Segnando così il trionfo della vita non solo sul peccato e sulla morte ma anche sulla malattia e quindi anche nella nostra vita terrena. Cristo risorto continua a mostrare il suo potere di condivisione e di redenzione, agendo invisibilmente e nel mistero di una presenza invisibile eppure costante e potente. È in forza dello Spirito Santo che egli mostra la sua azione per mezzo del ministero degli apostoli e nell'opera di tutta la Chiesa visibile.

Il Signore si serve ancora oggi di “apostoli” che prolungano con la grazia dello Spirito la sua Azione nel nostro quotidiano.

Ci accorgiamo di questo? Riusciamo a stupirci per i piccoli miracoli quotidiani che avvengono ancora oggi? Ringraziamo il Signore per quei fratelli e per quelle sorelle che di fronte agli altri non restano indifferenti? E noi riusciamo ad accorgerci della grazia che agisce anche attraverso di noi, come dono unicamente Suo?

Come ci invita il salmo di questa domenica rendiamo grazie al Signore perché è buono, perché il suo amore è per sempre. Grazie a questa Sua perseveranza e fedeltà raggiunge anche noi. Resi figli nel figlio il Signore ha cura di ciascuno come un padre verso i propri figli.

Nel brano del vangelo il verbo conoscere richiama un rapporto di reciprocità particolare, di uno a uno il pastore conosce una per una le sue pecore, e ogni pecora ne riconosce la voce tra tante.

Le pecore non sono mai animali selvatici abbandonati a se stessi. Finché c'è qualcuno che le finché c’è qualcuno che le custodisce, le guida e le orienta, non si disperderanno per i campi. Ascoltano la voce del pastore che a sua volta non le conduce in un luogo qualsiasi né tantomeno in terreni aridi, incolti o peggio ancora pericolosi: le raccoglie in gregge e le tiene unite finché non le ha condotte sui pascoli migliori che conosce dove esse possono ristorarsi. E mentre traggono alimento, il pastore le osserva, vigila su di esse e pone immediatamente rimedio casomai qualcuna si allontanasse dal gruppo ed è lui stesso che si accorge dei primi segni di malattia e provvede per la guarigione. Poi le conduce, sempre guidandole passo dopo passo, al recinto, dove trovano rifugio e sicurezza. Fintanto che le pecore lo seguono, non corrono mai il rischio di perdersi nei luoghi impervi.

Se Gesù paragona se stesso al pastore, se anzi egli stesso si definisce Pastore supremo è perché considera che noi alla pari delle pecore, abbiamo necessità di essere sorretti, guidati e custoditi. Spesso vaghiamo nelle nostre giornate frenetiche, nel buio di alcuni momenti della nostra vita, nei nostri ragionamenti contorti cercando di farcela da soli, ci auto-esaltiamo e poniamo fede solamente nelle nostre limitate capacità e nelle nostre illusioni, sostituendo non di rado Dio con noi stessi. Altre volte invece ci lasciamo affascinare da mercenari lusinghieri, a basso costo, compiacenti ma è quando arriva il lupo che ci accorgiamo che il loro interesse sta nel compenso, e nessun compenso vale tanto da mettersi a combattere con noi. Affidiamo noi stessi a chi per contratto e non per amore ci sta vicino. Cerchiamo perfino di venderci pur di appartenere a qualcuno senza accorgerci di essere già custoditi, di essere già di un “Dio geloso”.

Diamo un prezzo al nostro amore e all’amore degli altri. Senza riconoscere che a prezzo della vita di Cristo siamo stati riscattati, resi figli, resi liberi.

L’Amore fa la differenza tra pastore e mercenario.

Il mercenario pone il suo guadagno nel compenso e nessun compenso vale la sua vita.

Il pastore invece ama ciascuna delle sue pecore e per questo amore è disposto a mettere la propria vita a rischio non solo per quella dell’intero gregge ma per ogni singolo membro del gregge perché nessuno sia o si senta disperso. Cristo ha combattuto e sconfitto la morte per rivelarsi come unico pastore in grado di soddisfare le attese dell'uomo perché come Dio e come Uomo conosce la nostra condizione, scruta a fondo il nostro cuore e ha già individuato i bisogni più profondi del nostro animo perché ha condiviso egli stesso la nostra condizione umana limitata e fragile; quindi è in grado di compatirci e comprenderci.

Gesù è pastore non perché esercita un dominio incontrastato, ma perché condivide ogni cosa con le sue pecore. Condivide con loro soprattutto l’amore illimitato del Padre, questo gli permette di custodire perché si sente custodito egli stesso, ed è capace di donare la vita perché è certo che il Padre gliela restituisce: Dio è fedele nel suo amore e non si dimentica del figlio. Con questo amore Cristo ci guida e ci sollecita verso posti forse a noi sconosciuti ma senz'altro appropriati alle nostre singolari esigenze e finalizzati al vero bene.

Approfittiamo di questo tempo Pasquale per rileggere e sentire per noi il donarsi di Cristo sulla croce che ci rivela l’amore di Dio per l’intera umanità, non solo come evento passato ma come costante e rinnovata donazione della sua vita in cambio della nostra salvezza.

Possa il Buon Pastore risorto, con la sua luce, guidare i nostri passi per poter scoprire, accogliere e annunciare le grandi opere del suo amore per noi.