IV Domenica di Quaresima

IV Domenica di Quaresima

Mon, 04 Mar 24 Lectio Divina - Year B

Siamo nella quarta domenica di Quaresima, detta “Domenica laetare”, ossia “domenica della gioia”, dall’incipit dell’Antifona d’ingresso. È la gioia della Resurrezione!

La tradizione liturgica propone, verso la metà dei periodi penitenziali, una sorta di pausa, in cui, quasi ad attenuare i toni austeri, viene introdotto il tema della gioia: così c’è la domenica Gaudete in Avvento ed in Quaresima la domenica Laetare (gaudere e laetare sono sinonimi) che, nella prospettiva dell’Evento che stiamo preparando, invitano alla gioia.

In realtà il tema della gioia, fondamentale per il cristiano, nelle letture di oggi è delineato meno distintamente che in altre simili occasioni liturgiche: lo possiamo, comunque, riconoscere nell’annuncio dell’editto di Ciro, che viene a liberare il popolo di Israele in esilio; lo troviamo ripetuto nel ritornello del salmo responsoriale: “Il ricordo di te, o Signore, è la nostra gioia”; è accennato anche nella lettera agli Efesini, con l’immagine del “grande amore con il quale (Dio) ci ha amati”, ripresa in maniera ancor più decisa nel Vangelo di Giovanni: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il figlio Unigenito”.

La prima lettura è tratta del secondo libro delle Cronache, che appartiene ai libri storici della Bibbia. In realtà è tutt’altro che un libro di storia; ripercorre nella sua trama i medesimi episodi già narrati in altri libri, come il I° e II° di Samuele ed il I° e II° dei Re, spesso con sensibili differenze.

Per capire queste ripetizioni ed anche il perché delle diversità, occorre risalire al contesto culturale da cui trae origine il libro stesso: esso si radica in quella corrente chiamata sacerdotale, che troviamo anche in altre narrazioni bibliche, così chiamata perché fa riferimento ai Sacerdoti di Israele nel periodo dell’esilio e post-esilico. Secondo questa corrente gli eventi della storia del popolo eletto vanno letti tutti nella prospettiva dei suoi rapporti con il Signore; e dunque: punizione e sventura sono causati dalle disobbedienze, salvezza e gloria dal ritorno a Lui. Non si tratta, cioè, di una lettura storica, ma teologica.

Nel brano di oggi 2Cr 36,14-16,19-23 troviamo riassunto il corso della storia di Israele, dalle infedeltà al Signore, compiute nonostante i richiami dei Profeti, suoi messaggeri (e proprio queste infedeltà portarono alla distruzione di Israele ed all’incendio del Tempio), fino alla rinascita, grazie all’intervento di Ciro.

Questo re persiano venne a confermare la profezia di salvezza di Geremia, cui egli stesso fece esplicito riferimento nel suo famoso editto, che interruppe l’esilio di Israele e, soprattutto, portò alla ricostruzione del Tempio di Dio.

Agli occhi dello scrittore sacerdotale la caduta del Tempio e la sua ricostruzione rappresentano la storia del peccato del Popolo e della sua rinascita.

Sappiamo ancora, noi uomini di oggi, leggere nella fede gli eventi storici che viviamo?

Il Salmo responsoriale (Salmo 136) rammenta, con toni lirici, la sensazione di immensa nostalgia da parte degli esuli Ebrei nel ricordo della terra perduta; e la loro irritazione nei confronti degli invasori pagani, che pretendono di ascoltare i loro canti di quella terra straniera. Sono sentimenti che non mancano di aprire la strada ad una gioia immensa di fronte all’annuncio di liberazione del re persiano.

Paolo nella Lettera agli Efesini (Ef 2,4-10) esorta la comunità di Efeso ad abbracciare una visione specifica della dottrina della Salvezza, vista come frutto del “grande amore con il quale Dio ci ha amato”.

È inevitabile riconoscere nell’amore del Signore ciò che Lo spinge ai suoi interventi nella storia, come ad esempio è stato nell’elezione di Ciro; quest’amore non può mancare di aprire anche noi alla gioia; gioia che nasce dalla certezza di poter partecipare al dono della sua grazia, per cui da morti che eravamo ci ha portato alla pienezza della vita in Cristo.

È bene precisare che questa nostra riapertura alla vita non è un nostro merito, non è frutto di opere nostre: la Fede, che pure è necessaria per ottenere la Salvezza, non è un’opera, qualcosa che facciamo noi attivamente; è accoglienza di un dono elargito gratuitamente da Dio.

Il brano del Vangelo di Giovanni (Gv 3,14-21) è tratto dal racconto della visita notturna a Gesù di Nicodemo, famoso ed influente membro del Sinedrio: episodio molto significativo e denso di significati teologici, sebbene i versetti riportati nella lettura liturgica di oggi siano abbastanza limitati rispetto all’intera narrazione.

Vengono focalizzati due temi: la necessità che Gesù venga innalzato sulla Croce, in parallelo con l’effigie del serpente di bronzo; e la motivazione della missione del Cristo.

Nel primo caso ci si riferisce a un episodio narrato nel Libro dei Numeri (Numeri 21,8), quando Mosè per superare la strage fatta tra il popolo ebraico dall’invasione di serpenti velenosi, fa coniare e innalzare la statua di un serpente in bronzo: chiunque alzi lo sguardo verso di esso resta immune dal veleno dei serpenti; analogamente solo levando lo sguardo a Gesù innalzato sulla Croce, possiamo ottenere la Salvezza dal Male che ci soffoca. È una prima profezia della Passione, che se non venne compresa dai discepoli ancor meno poteva essere capita da Nicodemo, che anzi, anche in seguito, fraintende le parole del Signore, meritandosi il Suo rimprovero, a metà fra ironico e severo: “Sei maestro in Israele e non sai queste cose?”.

Ma qualcosa sicuramente rimase di quell’incontro se, dopo qualche tempo, Nicodemo trova il coraggio di difendere Gesù nel Consiglio del Sinedrio (Gv 7, 45-51) e poi di partecipare pubblicamente alla deposizione dalla croce e sepoltura (Gv 19,39-42).

Però il punto focale è certamente quello del grande amore di Dio, che riprende quanto già apparso nelle altre letture di oggi: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio…”.

Così viene chiarito il significato della missione del Messia, che non è venuto per emettere giudizi di condanna, ma per portare a tutti Salvezza.

La Salvezza non viene negata a nessuno; ciò non toglie che qualcuno possa rifiutarla, però in quel caso il giudizio di condanna non proviene dall’alto, bensì dall’uomo stesso che si rifiuta di accogliere la Vita piena che gli giunge da Dio attraverso la Persona del Figlio. La Fede consiste proprio in questo: fidarsi della Parola di Gesù, o, meglio ancora, affidarsi ad Essa.

Il giudizio di condanna è dunque pronunciato dall’uomo medesimo, se “non ha creduto nel nome dell’Unigenito Figlio di Dio”.

Dobbiamo perciò interrogarci: la nostra fiducia, la certezza nell’amore che Dio nutre verso ognuno di noi, e il riferimento alla Croce come àncora di salvezza, non vanno sempre più affievolendosi nella cultura attuale? tanto che potremmo far nostre le parole di San Paolo ai Filippesi: “Perché molti, ve l'ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo” (Fil. 3,18)?