V Domenica di Quaresima

V Domenica di Quaresima

Thu, 14 Mar 24 Lectio Divina - Year B

Siamo al cuore del cammino che la Chiesa ci invita a fare in Quaresima, tempo propizio per “rientrare in noi stessi” (cfr. Lc 15, 17) e ritornare dal Padre che ci attende a braccia aperte. Come mai ogni anno? Come mai sempre le stesse letture bibliche? Perché ciascuno di noi vive un oggi che è diverso da qualsiasi altro momento, anno, situazione.

Sebbene ci sia indubbiamente continuità in noi, viviamo anche un’evoluzione, che ci spinge a progredire continuamente. Umanamente pensiamo che lo sviluppo sia sempre per un di più quantitativo, ma il Vangelo ci fa vedere a caratteri cubitali che la direzione non è questa; perciò abbiamo bisogno di sostare, di lasciarci interpellare oggi dalla Parola di Dio! Essa ci sollecita ad accogliere un modo nuovo, uno stile diverso, che spesso facciamo fatica a comprendere, a capire e soprattutto ad assumere, facendolo nostro.

Ognuno di noi, infatti, ha in sé delle “aree” da convertire: molto probabilmente se stiamo leggendo questo commento, non siamo cristiani neoconvertiti che hanno da poco cambiato radicalmente stili di vita, scelte di fondo, modalità relazionali… tutto sommato siamo dei “buoni-cristiani” che cercano di prepararsi, al meglio delle loro possibilità, alla domenica, Pasqua settimanale.

Eppure il cammino non è per niente finito! Infatti ognuno ha “zone d’ombra” che devono essere illuminate, relazioni da sanare, abitudini da modificare. Certo, forse a noi non è chiesto un cambio a 360 gradi, tuttavia ci è chiesto un “lavorio di fino” che è ancora più impegnativo, perché richiede più attenzione, meno svogliatezza, più desiderio di camminare e occhi vigili su modalità ormai consolidate da riconsiderare...

Una domanda a caldo può essere questa: come sto vivendo la mia vita cristiana? “Tutto sommato posso dire anche bene… vado a messa, prego, non uccido nessuno…”. Ma, siamo proprio sicuri che il setaccio per vagliare la nostra vita e rispondere a questa domanda si fermi a questi criteri?

Il Vangelo di oggi è molto più esigente. Il brano di Giovanni inizia con il desiderio da parte di alcuni Greci di “vedere Gesù”: vogliono vedere il Maestro. Sicuramente avevano sentito parlare di ciò che compiva, delle guarigioni avvenute; desideravano ascoltare con le loro orecchie le sue parole, dette con autorità. È molto difficile che lo cerchino perché hanno colto che la sua meta è la morte... E Gesù, sapendo che questi lo stanno cercando, inizia proprio a parlare del momento della sua glorificazione. Non era difficile immaginare, neanche ai suoi tempi, un momento glorioso: l’ingresso in città dell’imperatore di turno vincente, con i bottini usurpati ai popoli sconfitti; un elogio alle massime autorità civili o religiose… insomma momenti in cui si riconosceva chi era il primo, il più forte...

Anche Gesù parte dalla gloria, però subito specifica che la qualità di gloria a cui fa riferimento è ben diversa da quella mondana: “È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano caduto in terra, non muore, rimane solo, se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (Gv 12, 23-25).

Qui non ci sono mezze misure: anche i sordi possono capire! Gesù sta dicendo che la vera gloria è la morte, è l’essere sepolti, per poter portare frutto. Come non obiettare a questa proposta? È inconciliabile con l’andamento ordinario della vita! Come può uno vivere, morendo? Come può uno essere glorioso, consegnando se stesso? È un paradosso.

Ma Cristo ci sta indicando proprio la via del paradosso, dell’unione di due elementi opposti, inconciliabili, che tuttavia trovano nel Padre una speranza nuova. È interessante notare che neanche per Gesù è facile accogliere questa strada: “Adesso l’anima mia è turbata: che cosa dirò? Padre salvami da quest’ora? ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome” (Gv 12, 27).

Se Gesù ha provato turbamento, anche a noi è lecito vivere questo sentimento! È importante perciò che impariamo a riconoscere anche nel nostro cuore quali turbamenti vengono da Dio, e ci invitano a passi sempre più radicali nella vita di fede, e quali invece non vengono da Lui, ma dalla nostra natura o dal maligno, che ci vuole far rimanere dove siamo, appisolati sulle nostre false sicurezze.

Gesù sa che è faticoso assumere la via della croce e della morte. Non è connaturale neanche a Lui, in quanto vero uomo. La natura spinge sempre alla vita, però noi non siamo solo di carne! Anche Dio, evidentemente, ci spinge alla vita, a quella piena e vera, e per poter dimorare in essa è necessario passare attraverso la morte, la consegna di sé. Se volessimo darci la vita da noi stessi, moriremmo; se invece ci consegniamo al Padre, vivremo.

La vera morte non è tanto l’ultimo nostro respiro, quanto il continuo rispondere all’appello di Dio di accoglierlo come Padre, nelle forme diverse che la vita ci presenta. Non pensiamo che sia così automatico: quante situazioni vorremmo evitare, quante sofferenze eliminare, quanti progetti vorremmo portare avanti, secondo la nostra mentalità e volontà! Ecco il cambio, la conversione che ci è chiesta e che è la nostra morte: affidarci a Dio e non a noi stessi, non voler far da noi, non credere che sia giusto esclusivamente il nostro modo di vedere le cose… e aprirci con fiducia ad una prospettiva che non parte da noi e che, anzi, si può rivelare anche come paradossale.

Gesù non chiede a noi niente che non abbia per primo vissuto. Quando parla della fiducia che dobbiamo avere nella provvidenza, è perché lui per primo l’ha sperimenta. Quando chiede di accogliere i nemici, lo fa perché lui per primo ha accolto e amato chi lo ha ferito. Quando invita a perdonare settanta volte sette, è perché lui ha perdonato tutti, anche i più vicini che lo hanno tradito. E così anche qui, verso il compimento della sua Ora, ci è davanti come esempio; dalla sua consegna al Padre riceviamo la forza per poterci consegnare a nostra volta e vivere una vita autenticamente e radicalmente cristiana.

Allora capiamo bene che avere fede non significa semplicemente “dire preghiere”, affidarsi a Qualcuno di più grande quando abbiamo toccato il fondo, vivere stili esteriormente ineccepibili ma forse un po’ abitudinari... Significa invece credere in un Dio che non ci lascia nella morte, che ci invita a consegnarci a Lui, ad offrire ogni attimo della nostra giornata perché in Lui possa portare frutto. Significa credere oltre il paradosso, oltre quello che vediamo. È fidarsi con tutte le nostre forze di un progetto di cui non vediamo ora tutti i dettagli, ma che crediamo sia immensamente bello. La caparra ci è già data: è la risurrezione di Cristo! La grazia susciti in noi sentimenti di fiducia, di speranza, che ci permettano di guardare oltre il visibile!

 

Per la riflessione personale

  • Come vivi la tua vita di fede?
  • Che paradossi fai fatica ad accettare della tua vita?
  • A quale morte senti che il Signore ti sta chiamando per una vita vera e piena in Lui?