XVII Domenica del Tempo Ordinario

XVII Domenica del Tempo Ordinario

Fri, 23 Jul 21 Lectio Divina - Year B

“Dio sta nella sua santa dimora:
ai derelitti fa abitare una casa, e dà forza e vigore al suo popolo”.

A fine luglio, in piena estate, queste parole dell’antifona d’ingresso ci donano un certo sollievo e refrigerio: anche le vacanze stancano, ed è bello sapere da Chi è possibile ristorarsi, dove si trova la fonte inesauribile che disseta e sazia ogni fame del corpo e dello spirito.

Raccogliamoci in preghiera e ascoltiamo la Parola che dolcemente ci invita: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28).

Oggi il Vangelo ci presenta la moltiplicazione, o meglio la distribuzione dei pani, un miracolo narrato da tutti gli evangelisti (cf. Mt 14,13-21; Mc 6,32-44; Lc 9,10b-17) e quindi da considerarsi un evento davvero straordinario, impresso nella mente e nel cuore della gente del tempo.
Era già capitato in passato che un profeta avesse nutrito un gran numero di persone con venti pani d’orzo e grano novello: è quanto ci viene raccontato nella prima lettura. Il profeta Eliseo comanda al servo di dare da mangiare a cento persone; questi, incredulo e titubante, obbedisce; la gente è sfamata e ne avanza. Il racconto, di certo conosciuto, ben si collega al brano evangelico in cui è Gesù che con cinque pani d’orzo e due pesci sfama circa cinquemila uomini; Gesù è profeta ben più di Eliseo, da qui l’acclamazione della gente: “Questi è davvero il profeta, Colui che viene nel mondo!”

Anche alle nostre orecchie le parole evangeliche: “Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede …” risuonano familiari; sono quelle che ascoltiamo dal sacerdote durante la S. Messa. “Gesù prese il pane e, rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: Prendete e mangiatene”. Parole evocative e simboliche; l’Ultima Cena di Gesù, il suo donarsi totalmente era vivo nel ricordo dei primi cristiani. Il senso eucaristico è dunque evidente: il pane è Gesù stesso, il suo corpo dato per noi, il Figlio che si dona continuamente ai fratelli per renderci capaci di una vita filiale e fraterna in comunione con il Padre. Un pane che non conosciamo, come il vino nuovo (cf. Gv 2,9) e l’acqua viva (cf. Gv 4,11).
Questo pane è ben più che pane, nasconde un significato più importante da scoprire. Il pane è un dono della terra, frutto del lavoro e del sudore dell’uomo, carico di speranza e fatica. Cosa c’è oltre? Entriamo nel testo e seguiamo il Maestro come la grande folla perché sorga nel silenzio la Parola che ci ricrea.

v.1 “Gesù passò all’altra riva … salì sul monte”. Come nel racconto dell’Esodo, c’è un mare da attraversare, una schiavitù da lasciare per arrivare sul monte dove si riceve la Parola che diventa pane di vita. Nella Sacra Scrittura il monte è il luogo della manifestazione di Dio, perciò si dice “Sul monte il Signore si fa vedere” (Gen 22,14). E “lo seguiva una grande folla”: l’attesa del Messia Re e i segni e i prodigi compiuti da Gesù attirano la gente, che lo segue come in un nuovo Esodo.

v.4 “Era vicina la Pasqua … egli sapeva quello che stava per compiere”. Anche questa indicazione temporale è simbolica: la moltiplicazione del pane anticipa il dono del suo corpo nell’ultima Pasqua, quando istituirà l’Eucaristia.

v.5 “Alzati gli occhi vide una grande folla”. Lo sguardo di Gesù è sempre rivolto al Padre; Lui e il Padre sono una cosa sola e si chinano a guardare l’uomo, questa folla stanca, pecore senza pastore. Se Gesù alza gli occhi e vede la folla vuol dire che era più in basso, seduto con gli altri sul monte, ma in modo da essere più in basso, per farsi più piccolo e servo di tutti. E chiede a Filippo: “Dove potremo comprare”... Gesù è sempre teneramente provocatorio.

v.6 “Diceva così per metterlo alla prova”. Siamo sempre tentati dalla logica del mercato, dell’ottenere ciò di cui abbiamo bisogno col denaro, comprando; procurarsi il pane, il nutrimento essenziale per vivere, è una tentazione per noi come lo fu per Gesù nel deserto e talvolta è pane negato, pane sprecato, pane per il quale si litiga e si uccide. È sempre insufficiente e una volta sfamati di questo pane abbiamo ancora fame! Possedere, comprare, accumulare… l’uomo si affatica ogni giorno per coniugare questi verbi, invischiato nella mentalità di questo mondo, non comprendendo che i verbi della vita sono altri: condividere, donare. C’è un altro pane che non si compra e non si vende (cf. Is 55,1) ma si riceve dal Padre, un pane di cui maggiormente abbiamo bisogno e che si moltiplica dividendolo, che più condividiamo e più genera comunione.
Gesù provoca volendo far intravedere al discepolo questa alternativa, questo pane di vita eterna: è la sua carne, è la vita stessa del Figlio. L’economia di Gesù è tutta speciale: Egli riceve dal Padre e dona ai fratelli: nessuna compravendita. È dunque un regalo per il quale non c’è bisogno di duecento denari né di giornate di fatica per procurarlo. I soldi con i quali Filippo vorrebbe comprare il pane sono insufficienti per tanta gente, come i due pesciolini che secondo Andrea bastano per una sola persona. Ma sarà proprio il dono di uno solo che sfamerà tutti. I discepoli e la folla ignorano la provenienza di questo pane.

v.9 “C’è qui un ragazzo”. Questo ragazzo dovrà essersi avvicinato mostrando i suoi cinque pani d’orzo e due pesci. I piccoli non si vergognano di ciò che hanno, non fanno calcoli che rischiano di frenare l’entusiasmo, la gratuità, l’impulso di generosità. Tutto inizia da poco, dai piccoli gesti d’amore. Il ragazzo aveva con sé il necessario per sfamarsi ma lo mette a disposizione di tutti e tutti si sfamano. Era poca cosa quella che poteva offrire, ma tenendola per sé non sarebbe cambiato niente, non avrebbe visto realizzarsi l’impossibile! Se condividiamo le nostre risorse, se le mettiamo in circolo, possiamo compiere miracoli. La condivisione di idee genera moltiplicazione di soluzioni. La condivisione delle nostre capacità genera la moltiplicazione delle iniziative. La condivisione dei sentimenti genera la moltiplicazione dell'unione.

Questo comporta certo il coraggio di rischiare, di vincere la paura di essere giudicati - “Ma cos’è questo per tanta gente?” - di subire l’umiliazione della derisione e accettare di avere poco, di essere poco. Ma quel poco è gradito a Dio, è per Lui prezioso se sappiamo condividerlo con gioia, se sappiamo passare dall’io al noi; allora avverrà il miracolo. Se guardiamo in parallelo il miracolo compiuto da Eliseo nella prima lettura non può non risaltare l’eccessiva superiorità – in termini quantitativi e simbolici – del gesto di Gesù: Egli è veramente il più grande di tutti!

v.10 “Fateli sedere”. Gesù prende l’iniziativa, invita al suo banchetto. Il posto è confortevole, “c’era molta erba” su cui ben cinquemila uomini possono adagiarsi. Tutti siamo invitati, tutti senza esclusione alcuna! Pubblicani, peccatori, prostitute … sì, anche noi! Nessuno deve sentirsi escluso, per ciascuno c’è posto nel cuore misericordioso del Padre! Lo Sposo invita tutti alle nozze: gli storpi, gli zoppi, i ciechi e gli ultimi: anche noi, con le nostre fragilità, aldilà dei nostri meriti. Il Suo amore è incondizionato, senza pregiudizi, senza favoritismi; e così sogna la Chiesa, una casa per tutti, dove Egli sia Pane per tutti.
Il nostro niente, posto con fiducia nella mani di Dio, diventa ricchezza inestimabile; è Lui che opera attraverso di noi se apriamo i pugni chiusi; è Lui che distribuisce e trasforma, se noi mettiamo a disposizione ciò che abbiamo ricevuto, ciò che siamo. Non pesiamo, non giudichiamo ciò che siamo, ma accettiamolo e amiamolo. E se pensiamo non sia sufficiente, “sediamoci”, abbandoniamoci alla benevolenza divina, crediamo di essere una benedizione! Ai bambini, al nostro fanciullo interiore, va detto con convinzione: “Non è colpa tua, quello che sei va bene, è cosa molto buona!”

v.11 “Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci”. Parole queste che, come abbiamo detto, richiamano l’Eucaristia e che sull’esempio di Gesù anche noi possiamo mettere in pratica: prendere, rendere grazie, dare. È una scuola e un insegnamento che dobbiamo sempre nuovamente imparare. Quante cose cambierebbero! Pensiamo alla povertà e alla fame causati da una cattiva distribuzione delle ricchezze; pensiamo all’egoismo e alla privatizzazione che arricchiscono pochi e impoveriscono molti; pensiamo al consumismo di beni superflui che non dona la pace e la gioia del cuore. Se poi entriamo nella realtà profonda di questo pane che richiama l’Ultima Cena, la croce e la vita partecipata con la Resurrezione, comprendiamo come possa essere questo l’unico pane di vita. Il pane è distribuito e non viene a mancare. Il dono è infinito. Ogni briciola, ogni frammento è carico di pienezza di vita. E tutti “furono saziati”.

v.12 “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”. Il pane avanza, c’è un di più che va messo insieme, radunato perché continui ad essere desiderato e possa continuare a sfamare. Saziati nella fame corporale, ognuno secondo quanto necessita, avvertiamo una soddisfazione che va oltre, perché non di solo pane vive l’uomo, siamo saziati nella fame spirituale con una pienezza che trabocca. Il dono totale di sé compiuto da Gesù ci introduce nell’intimità con Dio Padre; è amore diffusivo, è profumo sprecato che riempie le nostre case e che non deve andare perduto. Di questa eccedenza ricevuta siamo responsabili: ci è chiesto di raccoglierla e donarla ai fratelli perché è la vita del Figlio, salvezza di tutto e di tutti. Le dodici ceste riempite stanno ad indicare proprio questa totalità dell’amore, una quantità perfetta capace di far gustare per sempre la gioia della carità.

v.14 “Allora la gente, visto il segno”. La gente, come accade di frequente, non viene a Gesù per quello che egli è, ma con la speranza di essere da Lui miracolata, di assistere a qualche prodigio. Allora come oggi, il fare è più importante dell’essere. Gesù non rifiuta questo approccio iniziale, ma quando la gente vuole impadronirsi di Lui, fugge. Non abbiamo imparato la lezione! Ancora oggi cerchiamo di manipolarlo, ma quando pensiamo di averlo in pugno, egli diventa inafferrabile. Gesù non è e non vuole essere il re che domina su tutto e su tutti, ma pone la sua vita a servizio di tutti e di ciascuno perché possiamo essere veramente uomini liberi e recuperare l’immagine e somiglianza secondo cui siamo stati creati. Non è facile capire i segni: i discepoli e la folla non lo avevano capito; il segno del pane rimane anche per noi un mistero, ma nello stesso tempo un invito a scoprire la sua forza salvifica e vitale, ad incontrare Gesù nella sua Parola e nell’Eucaristia.

Da oggi per quasi tutte le domeniche di agosto vedremo il dispiegarsi del capitolo 6 di Giovanni, tutto incentrato sul Pane, segno dell’Eucaristia, della salvezza donata al mondo intero, alla Chiesa che vive di questo pane. Accogliamo la Parola che salva con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità comportandoci “in maniera degna della chiamata che abbiamo ricevuto”, così ci esorta Paolo nella seconda lettura; vivere la logica della carità, illogica per il mondo, ma verità che rende liberi coloro che vogliono seguire Gesù, resi figli nel Figlio.

Lodiamo e benediciamo il Signore che non si stanca di provvedere ai suoi figli, che sa di cosa abbiamo bisogno e sempre è vicino a quanti lo invocano con sincerità.