II Domenica di Quaresima

II Domenica di Quaresima

Mon, 19 Feb 24 Lectio Divina - Year B

Introduciamo la lettura del testo evangelico pregando la Colletta (Anno B):

O Dio, Padre buono,
che hai tanto amato il mondo da dare il tuo Figlio,
rendici saldi nella fede,
perché, seguendo in tutto le sue orme,
siamo con lui trasfigurati
nello splendore della tua luce.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Ci stiamo inoltrando nel tempo quaresimale e la tradizione liturgica assegna sempre a questa seconda domenica il brano evangelico della Trasfigurazione del Signore.

Il Corpo trasfigurato di Gesù, nella solitudine dell’alta montagna, ci rivela la pienezza di un mistero di comunione che invade l’oscurità e ci offre una zona di luce viva e incontaminata nell’umanità del Figlio, di cui Dio nostro Padre si è compiaciuto. Siamo nel pieno dell’attività pubblica di Gesù.

Marco scrive dicendo: “Sei giorni dopo”. Quando nei vangeli ci vengono date indicazioni sul tempo, come in questo caso, non sono soltanto cronologiche, ma teologiche. Il sesto giorno infatti è il giorno della creazione dell’uomo.

Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.

Il monte, nella cultura antica è il luogo in cui si può entrare in contatto con la sfera divina. C'è un gioco di parole tra "alto" e "basso"; il più alto è il paradiso, la sfera di Dio; il basso è la terra, la nostra sfera. L’espressione “alto monte” si trova qui e nel racconto delle tentazioni (Mt 4,8). Il monte dunque può essere sia luogo di tentazione che di rivelazione. Qui è il luogo in cui Gesù manifesta che la sua persona è comunione con Dio e con gli uomini.

La trasfigurazione ci rivela l’identità messianica di Gesù, espressa precedentemente da Pietro (Mc 8,29) ed è anche in relazione con la predizione del suo destino, raccolta nei due annunci della passione che inquadrano la trasfigurazione. Lo splendore brillante della luce appartiene al linguaggio apocalittico e significa appartenenza al mondo divino (Dn 7,9; Ap 1,14; 2,17).

Il dialogo di Gesù con Mosè ed Elia mette in luce la continuità fra l’Antico e il Nuovo Testamento. Mosè fu la guida liberatrice del popolo dalla schiavitù dell’Egitto e mediatore per dargli la legge di Dio. Elia fu il profeta che condusse il popolo dal culto idolatrico di Baal al culto del vero Dio. Entrambi hanno subìto il rifiuto e la persecuzione, la stessa cosa che accadrà a Gesù. Secondo la tradizione ebraica, entrambi i personaggi furono rapiti in paradiso.

Gesù sceglie per manifestarsi di prendere con sé i discepoli che lo avevano seguito fin dal principio, coloro che avevano riposto in lui la tutta la loro fiducia; non è agli estranei che Egli si manifesta affascinante, ma a coloro che lo vedevano ogni giorno camminare e dormire, mangiare e predicare, pregare e riposare...

Nella Scrittura tutto ha un significato definito e simbolico e non c’è spazio geografico che non si presti a una suggestiva interpretazione. Nel testo evangelico di questa domenica evidenziamo tre elementi simbolici:

 

La montagna

I monti nella Bibbia hanno un significato molto importante: la loro altezza e solidità rappresenta lo spazio ideale per l'incontro fra Dio che scende dall’alto e l’uomo che salendo si avvicina a Lui. I monti sono luoghi della teofania (manifestazione di Dio) e della teologia; luoghi misteriosi, dove si manifesta l’Onnipotenza dell’Eterno!

Dall'Antico Testamento alla vita di Gesù, troviamo frequenti grandi teofanie che hanno luogo sui monti e sui colli… Uno degli esempi più chiari e importanti si trova nel libro dell’Esodo, dove la più grande rivelazione di Dio nell’Antico Testamento è data a Mosè sul monte Horeb, conosciuto come “il monte di Dio”; e più tardi nel monte Sinai. Sul monte Horeb, Dio si rivela a Mosè come Yahveh, «IO SONO COLUI CHE SONO» (Es 3,13), confermando la sua esistenza come l’unico Dio eterno e vero. Successivamente, dopo la partenza del popolo d’Israele dall'Egitto, Dio consegna a Mosè sul Sinai le Tavole della Legge e stabilisce la sua alleanza con Israele, manifestando la sua dedizione, amore e predilezione per questo popolo eletto, per il quale «farò prodigi che non sono mai stati fatti su tutta la terra» (Es 34,10).

Gesù, affiancato da Pietro, Giacomo e Giovanni, incontra sul Tabor la Legge e i Profeti dell’Antico Testamento: «Apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù» (Mc 9,4).

La trasfigurazione di Gesù dà luogo a un dialogo continuo, che si presenta con protagonisti diversi.

Nella prima scena, i discepoli assistono al colloquio di Gesù con Elia e Mosè e osano chiedere che l’esperienza che stanno vivendo non finisca. La formazione della nube è la voce che domina la seconda scena.

La nube

Nell’Antico Testamento, Dio rende presente la sua Gloria attraverso il simbolo della nube. Quando Mosè sale sul monte Sinai per la ratifica dell’Alleanza (Es 24,15-16), la nube copre il monte e la gloria di Dio si rende presente; e nel v. 17 leggiamo: «La Gloria del Signore appariva agli occhi degli Israeliti come fuoco divorante sulla cima della montagna». Le metafore della nube e della gloria appaiono insieme non appena Mosè finisce di costruire la Dimora per il Signore: «Allora la nube coprì la tenda del convegno e la gloria del Signore riempì la Dimora» (Es 40,34).

La voce di Dio

Dalla contemplazione di Gesù i discepoli passano all’ascolto di Dio stesso, che si presenta come un Padre che ama suo Figlio. Dopo aver ascoltato la voce di Dio la visione scompare ai loro occhi e Gesù e i suoi discepoli ritornano, in modo un po’ brusco, alla normalità. Non potranno, li avverte Gesù, raccontare ciò che hanno visto; né sapranno come farlo, perché tornano confusi da ciò che Gesù ha appena detto loro.

San Leone Magno, commentando questa scena del Vangelo, afferma: “Lo scopo principale della trasfigurazione era quello di bandire lo scandalo della croce dall’anima dei discepoli”. Per questo li condusse su un alto monte, per illuminarli sulla sua passione, per far loro vedere che era necessario che il Cristo soffrisse prima di entrare nella sua gloria, secondo quanto annunciato dai profeti (Lc 24,25) per sostenere quei cuori turbati e deboli”.

 

Domande per la riflessione personale

  • Che cosa ci dice oggi il testo riguardo alla nostra vita? O, come suggerisce Papa Francesco, possiamo chiederci: “Sappiamo riconoscere la luce dell’amore di Dio nella nostra vita?
  • La riconosciamo con gioia e gratitudine nei volti delle persone che ci vogliono bene?
  • Cerchiamo attorno a noi i segni di questa luce, che ci riempie il cuore e lo apre all’amore e al servizio? Oppure preferiamo i fuochi di paglia degli idoli, che ci alienano e ci chiudono in noi stessi? La grande luce del Signore o la luce finta, artificiale, degli idoli... Che cosa preferisco io?”