III Domenica di Avvento - Gaudete

III Domenica di Avvento - Gaudete

Mon, 05 Dec 22 Lectio Divina - Year A

Dall’inizio dell’Avvento siamo già arrivati alla terza domenica, chiamata Gaudete, cioè Gioite! e la liturgia si veste di rosa! Il viola acceso delle scorse domeniche lascia il posto al rosa, perché la notte si sta rischiarando e cominciamo a intravedere le luci del Natale. Il colore richiama anche un atteggiamento molto umano, che confluisce nella liturgia ed è evidenziato nelle vesti liturgiche, negli addobbi, nei canti che abbelliscono la celebrazione.

Come nella nostra comune mentalità il vestito è già un indice dello spirito che ci anima, così la liturgia attraverso questi segni ci dà un’indicazione chiara sul clima e il mistero in cui ci immergiamo. Un imperativo ci raggiunge già dalla prima lettura: “Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa.” (Is 35,1), dove Isaia ci fa subito notare che la gioia non è solo per chi vive in una situazione agiata, senza particolari problemi o necessità; l’invito a rallegrarsi giunge al deserto e alla terra arida, alle nostre realtà dove gli stati d’animo ricorrenti sono l’aridità e la solitudine, la delusione e la fatica, specialmente a causa di relazioni difficili e fallimentari.

È come se Isaia gridasse: Rallegrati! proprio a te, che sperimenti il deserto della solitudine, che vivi la terra arida del non sentirti amato, capito, accolto… Proprio a te viene rivolto l’imperativo: Rallegrati!

Potremmo allora chiedere al profeta qual è il motivo di questa gioia e la risposta ci giunge disarmante: vedrai la gloria del Signore! Ciò che a prima vista ci appare vuoto di senso, ci apre ad una novità inaudita, in quanto la gloria di Dio è una realtà molto concreta, è l’esperienza che Dio è vicino, che ci è accanto, che in quei deserti, in quelle terre aride, in quelle steppe dove ci sembra che tutto sia buio, Egli c’è, come luce e forza per poter affrontare ogni cosa sostenuti dal Suo amore. Nel nostro cuore affiora subito resistenza davanti a questa notizia, perché ci sembra troppo bello per essere vero; e rischiamo di chiuderci nel carcere delle nostre paure e ragionamenti, che hanno relegato Dio ad un distributore automatico di desiderata! La novità di questa domenica ci chiede proprio di aprire il cuore alla possibilità di riconoscere la gioia che ci anima, anche se attorniata da dubbi e fatiche.

La liturgia inoltre continua a puntare i riflettori su Giovanni Battista, mostrandocelo in una veste decisamente inedita. Il profeta forte e tagliente che avevamo visto domenica scorsa, lo troviamo adesso nel buio carcere di Erode, e anziché tuonare con decisione la verità in cui crede, dubita di quello che vede. Ci viene presentato un Giovanni Battista in crisi: egli, uomo forte, non capisce cosa sta succedendo, perché vede cose che non si aspetta, vede azioni che non comprende: il Messia è diverso da come lo immaginava...

Ma c’è un passo ulteriore! Giovanni Battista è in crisi non perché il suo corpo è imprigionato, ma perché sente una distanza tra il Dio che ha predicato fino a quel momento e il Dio che vede agire nella realtà, in Gesù: la sua è una crisi di senso. È come se non ritrovasse più le motivazioni per cui sta portando avanti la sua missione e i suoi ideali. È fondamentale metterci nei panni di Giovanni, che ha sempre annunciato un Dio che fa giustizia, che annienta i malvagi e innalza i giusti, e adesso vede Gesù mangiare con i peccatori e le prostitute, circondarsi di uomini pagani che a mala pena conoscono chi è Jaweh e di donne che lo servono… Dio è davvero diverso da come se lo aspettava! Forse anche la nostra incapacità di riconoscere la vicinanza di Dio e di gioire deriva dal fatto che stiamo aspettando un altro dio… che in realtà è solo un idolo. È davvero importante stare su questo dubbio di Giovanni Battista, perché mostra il frantumarsi delle false aspettative: Dio non è come me lo aspetto e si mostra in un modo che non prevedevo.

Sei tu colui che deve venire o ne aspettiamo un altro? Questa è la vera domanda della liturgia, che fonda la nostra relazione con Dio, la nostra fede cristiana. Proviamo a pensare a tutte le nostre attese: a come noi vorremmo che fosse il Signore, a tutti i nostri desideri; e chiediamoci se sono in linea con Colui che viene, oppure sono nostre attese proiettate su di Lui. La nostra fede cristiana ci indica già molto chiaramente chi è Colui che attendiamo, mostrandoci la sconvolgente notizia di un Dio che si fa bambino bisognoso di tutto nelle mani di una donna e che ci invita a riconoscerlo nella quotidiana piccolezza, debolezza e fragilità che viviamo. Un Dio che non ha paura di prendere su di sé i nostri limiti e il nostro male per aiutarci a vivere da figli e da fratelli. Attendere un Dio forte che ci liberi da tutte le nostre difficoltà, è attendere un idolo costruito a nostra misura...

Gesù non risponde, ma rimanda a osservare quello che sentono e vedono, cioè rimanda alla testimonianza di chi vede che, al suo passaggio, si realizza il miracolo della vita. L’attenzione è data alle concrete situazioni quotidiane che riprendono vita nel momento in cui le persone accolgono la possibilità di far circolare di nuovo l’amore. Ai discepoli di Giovanni Egli chiede di testimoniare, che accogliendo Lui, accogliendo un diverso modo di amare, la vita cambia, perché passa dalla morte dell’egoismo e del calcolo alla vita del sentirsi amati. Questo è il miracolo che avviene anche nella nostra vita ogni volta che riconosciamo che Dio ci raggiunge attraverso la semplicità dei gesti di amore ricevuti e donati. Lo scandalo da cui mette in guardia Gesù è proprio questo: aspettare un Dio diverso, che è pietra sulla quale inciampiamo, ricercandolo dove non c’è.

L’ultima parte della pericope serve a Gesù per chiarire con poche pennellate chi e quanto grande è un figlio del Regno. L’immagine della canna sbattuta dal vento rimanda a chi dipende dal giudizio degli altri: il dubbio che Giovanni manifesta non è di chi teme questo giudizio, e nemmeno di colui che ricerca comodità per sé. Il suo stile non è quello dell’apparenza: egli è grande perché cede ogni sicurezza, ha la libertà di aprirsi totalmente a Dio e alle Sue risposte. La sua domanda non è tendenziosa, ma vera e schiude alla rivelazione: per questo è il più grande tra i nati di donna! La buona notizia di questa domenica risuona particolarmente forte nel v. 11, perché dice la grande dignità alla quale siamo chiamati: a noi, che accogliamo la rivelazione di un Dio bambino e viviamo la sfida della piccolezza e della quotidiana meraviglia, è fatto dono di essere più grandi del Battista. Quanto siamo coscienti di questa grande dignità? Se entriamo in questa logica, non potremo fare a meno di gioire.