Natale del Signore - Messa del Giorno

Natale del Signore - Messa del Giorno

Wed, 20 Dec 23 Lectio Divina - Year B

Con la liturgia natalizia la Chiesa ci introduce nel grande Mistero dell’Incarnazione. Il Natale, infatti, non è il semplice anniversario della nascita di Gesù, è anche questo, ma è di più, è celebrare un Mistero che ha segnato e continua a segnare la storia dell’uomo: un Mistero che interessa la nostra fede e la nostra esistenza. Dio stesso è venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr Gv 1,14), si è fatto uno di noi:

Il Papa san Leone Magno così presenta il senso profondo della festa del Natale: «Oggi l’autore del mondo è stato generato dal seno di una Vergine: Colui che aveva fatto tutte le cose si è fatto figlio di una donna da lui stesso creata. Oggi il Verbo di Dio è apparso rivestito di carne e, mentre mai era stato visibile a occhio umano, si è reso anche visibilmente palpabile».

Papa Benedetto XVI, nell’Udienza Generale del 21 dicembre 2011, diceva: «Cari fratelli e sorelle, viviamo con gioia il Natale che si avvicina. Viviamo questo evento meraviglioso: il Figlio di Dio nasce ancora oggi. Dio è veramente vicino a ciascuno di noi e vuole incontrarci, vuole portarci a Lui. Egli è la vera luce, che dirada e dissolve le tenebre che avvolgono la nostra vita e l’umanità».

Introdotti dalle parole di Benedetto XVI ci inoltriamo nella liturgia del giorno di Natale che ci propone il Prologo di Giovanni (1,1-18) e soffermandoci nella preghiera ci concentriamo su tre punti:

  1. Il Verbo si è fatto carne.
  2. Le tenebre e la luce.
  3. La testimonianza.

Per concludere poniamo alcune domande di approfondimento personale, che speriamo utili per la nostra vita.

 

Il Verbo si è fatto carne

Nel primo punto ci lasciamo aiutare dalle parole scritte nell’esortazione post sinodale Verbum Domini su la Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, lasciandoci illuminare da queste autorevoli e appassionate riflessioni sul Vangelo per la Messa del giorno. Non useremo parole nostre, ma faremo riferimento brevemente ad alcuni numeri dell’esortazione.

«Il Verbo, che dal principio è presso Dio, si è fatto carne ed ha posto la sua dimora in mezzo a noi. Si tratta di un testo mirabile, che offre una sintesi di tutta la fede cristiana. Dall’esperienza personale di incontro e di sequela di Cristo, Giovanni, che la tradizione identifica nel “discepolo che Gesù amava”, trasse un’intima certezza: Gesù, la Sapienza di Dio incarnata, è la sua Parola eterna, fattasi uomo mortale. Colui che “vide e credette” aiuti anche noi a poggiare il capo sul petto di Cristo, dal quale sono scaturiti sangue ed acqua.

Non avremmo ancora compreso a sufficienza il messaggio del Prologo di san Giovanni se ci fermassimo alla constatazione che Dio si comunica amorevolmente a noi. In realtà il Verbo di Dio, mediante il quale «tutto è stato fatto» (Gv 1,3) e che si «fece carne» (Gv 1,14), è il medesimo che sta «in principio» (Gv 1,1). Se qui avvertiamo un’allusione all’inizio del libro della Genesi (cfr Gen 1,1), in realtà siamo posti di fronte ad un principio di carattere assoluto e che ci narra la vita intima di Dio.

Il Prologo giovanneo ci pone di fronte al fatto che il Logos è realmente da sempre, e da sempre egli stesso è Dio. Dunque, non c’è mai stato in Dio un tempo in cui non ci fosse il Logos. Il Verbo preesiste alla creazione. Pertanto, nel cuore della vita divina c’è la comunione, c’è il dono assoluto. «Dio è amore» (1Gv 4,16), dirà altrove lo stesso Apostolo, indicando con ciò «l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino».

Dio si fa conoscere a noi come mistero di amore infinito, in cui il Padre dall’eternità esprime la sua Parola nello Spirito Santo. Perciò il Verbo, che dal principio è presso Dio ed è Dio, ci rivela Dio stesso nel dialogo di amore tra le Persone divine e ci invita a partecipare ad esso. Pertanto, fatti ad immagine e somiglianza di Dio amore, possiamo comprendere noi stessi solo nell’accoglienza del Verbo e nella docilità all’opera dello Spirito Santo. È alla luce della Rivelazione operata dal Verbo divino che si chiarisce definitivamente l’enigma della condizione umana» (Esortazione Apostolica Post-Sinodale Verbum Domini n. 6).

Il Prologo del quarto Vangelo ci pone di fronte anche al rifiuto nei confronti della divina Parola da parte dei «suoi» che «non l’hanno accolto» (Gv 1,11). Non accoglierlo vuol dire non ascoltare la sua voce, non conformarsi al Logos. Invece, là dove l’uomo, pur fragile e peccatore, si apre sinceramente all’incontro con Cristo, inizia una trasformazione radicale: «A quanti però lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Accogliere il Verbo vuol dire lasciarsi plasmare da Lui, così da essere, per la potenza dello Spirito Santo, resi conformi a Cristo, al «Figlio unigenito che viene dal Padre» (Gv 1,14). È l’inizio di una nuova creazione, nasce la creatura nuova, un popolo nuovo. Quelli che credono, ossia coloro che vivono l’obbedienza della fede, «da Dio sono stati generati» (Gv 1,13), vengono resi partecipi della vita divina: figli nel Figlio (cfr Gal 4,5-6; Rm 8,14-17).

Dice suggestivamente sant’Agostino, commentando questo passo nel Vangelo di Giovanni: «Per mezzo del Verbo sei stato fatto, ma è necessario che per mezzo del Verbo tu venga rifatto». Qui vediamo delinearsi il volto della Chiesa, come realtà definita dall’accoglienza del Verbo di Dio che facendosi carne è venuto a porre la sua tenda tra noi (cfrGv 1,14). Questa dimora di Dio tra gli uomini, questa shekinah (cfr Es 26,1), prefigurata nell’Antico Testamento, si compie ora nella presenza definitiva di Dio con gli uomini in Cristo (Esortazione Apostolica Post-Sinodale Verbum Domini n. 50).

San Giovanni sottolinea con forza il paradosso fondamentale della fede cristiana: da una parte, egli afferma che «Dio, nessuno lo ha mai visto» (Gv 1,18; cfr1Gv 4,12). In nessun modo le nostre immagini, concetti o parole possono definire o misurare la realtà infinita dell’Altissimo. Egli rimane il Deus semper maior. Dall’altra parte, egli afferma che il Verbo realmente «si fece carne» (Gv 1,14). Il Figlio unigenito, che è rivolto verso il seno del Padre, ha rivelato il Dio che «nessuno ha mai visto»(Gv 1,18). Gesù Cristo viene a noi, «pieno di grazia e verità» (Gv 1,14), che per mezzo di Lui sono donate a noi (cfr Gv 1,17); infatti, «dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia» (Gv 1,16).

In tal modo l’evangelista Giovanni nel Prologo contempla il Verbo dal suo stare presso Dio al suo farsi carne, fino al suo ritornare nel seno del Padre portando con sé la nostra stessa umanità, che egli ha assunto per sempre. In questo suo uscire dal Padre e tornare a Lui (cfr Gv 13,3; 16,28; 17,8.10) Egli si presenta a noi come il «Narratore» di Dio (cfr Gv 1,18). Il Figlio, infatti, afferma sant’Ireneo di Lione, «è il Rivelatore del Padre». Gesù di Nazareth è, per così dire, l’«esegeta» di Dio che «nessuno ha mai visto». «Egli è immagine del Dio invisibile» (Col 1,15). Si compie qui la profezia di Isaia riguardo all’efficacia della Parola del Signore: come la pioggia e la neve scendono dal cielo per irrigare e far germogliare la terra, così la Parola di Dio «non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55,10s). Gesù Cristo è questa Parola definitiva ed efficace che è uscita dal Padre ed è ritornata a Lui, realizzando perfettamente nel mondo la sua volontà (Esortazione Apostolica Post-Sinodale Verbum Domini n. 90).

 

Le tenebre e la luce

In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.

Ogni uomo, ogni donna, tutti! nessuno è escluso, né si senta escluso, da questa luce. Non si può parlare della luce senza pensare anche al buio, alla tenebra. La luce in tutte le culture è sinonimo di vita: quando si nasce, si viene alla luce.

Nel Vangelo di Giovanni il simbolo della luce è presente sin dalle prime righe; emerge l'importanza della luce contenuta nel progetto di Dio quando creò il mondo (Gv 1,4). Gesù è la luce del mondo: "La vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta". La luce è un punto fermo nel Vangelo di Giovanni; infatti, sono diversi i passi in esso contenuti che vi si riferiscono (Gv 1,1-5; cfr. Gv 8,12; 9,5; 12,36; 12,46). È importante sapere, ma soprattutto tener presente per il nostro cammino di sequela che Gesù, si proclama luce del mondo, oltre a proclamarsi anche la Via, la Verità e la Vita (Gv 14,6). Questi tre modi di definirsi di Gesù esprimono l'essere stesso della luce e il suo manifestarsi reale nella vita di ogni discepolo: illuminare, guidare, far vivere.

Nel vangelo di Giovanni il discepolo che si è lasciato guidare nella ricerca della vera Luce è Nicodemo, colui che era andato da Gesù di notte. Nelle nostre meditazioni, quando abbiamo riflettuto su questo personaggio, forse ci siamo interrogati sul significato di incontrare Gesù di notte. Autori diversi hanno dato vari significati e diverse risposte a questo interrogativo.

Per il nostro cammino ci siamo soffermati solo su alcuni che pensiamo essere utili al nostro contesto. Questo andare di notte da Gesù ci ricorda che nella tradizione rabbinica sono proprio le ore notturne quelle dedicate allo studio della Torah; è importante ricordare anche il salmo 63,7: “Quando nel mio giaciglio di te mi ricordo, penso a te nelle veglie notturne”…

Nicodemo, che legge le Scritture di notte, recandosi di notte ad ascoltare Gesù, riconosce in Lui un maestro autorevole nell’interpretazione della parola di Dio.

Accanto a questo significato positivo, alcuni individuano nella scelta di Nicodemo di andare di notte da Gesù il segno di una fede insicura e timorosa di venire in piena luce.

Per l’evangelista Giovanni il significato della fede è il passaggio dalle tenebre alla luce. Attraverso Nicodemo ci fa comprendere che la notte sarà determinante per il cammino spirituale e che una ricerca appassionata di Gesù attraversa le tenebre o comunque l’oscurità prima di lasciarsi avvolgere dalla luce. Il primo passo che ciascuno di noi deve fare per giungere dalle tenebre alla luce consiste proprio in questa disponibilità e fiducia all’incontro con Gesù, che ci conduce alla rinascita dall’alto, anche quando non ci è tutto chiaro. E la rinascita spinge verso la testimonianza; infatti Nicodemo sarà presente anche alla sepoltura di Gesù, perché ormai è entrato nello spessore della luce.

 

La testimonianza

Il terzo punto conclude questo momento di riflessione:

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera.

Molte volte, quando pensiamo alla testimonianza, il pensiero va subito a gesti eroici, a grandi eventi, fino a dare la vita. Giovanni il Battista darà la sua vita per il Maestro, verrà ucciso, ma ha una caratteristica propria: martire non solo perché muore, ma perché fa della sua vita un continuo rimando ad un Altro più grande, che deve crescere (cf. Gv 3,30). Riconoscere un altro come più importante di noi è la grande testimonianza che possiamo rendere. È la prospettiva avanzata da Giovanni Battista, quando afferma che Gesù deve crescere nelle persone, mentre lui deve diminuire.

Per ogni persona e per ogni testimone dunque, il punto di riferimento e di orientamento motivazionale è la configurazione, nel suo servizio, a Cristo Gesù. Possiamo guardare a Giovanni Battista, che la tradizione spirituale spesso presenta come icona di colui che media ed indica ai discepoli “l’Agnello di Dio” (cfr. Gv 1,29-36). Il Battista sa di non essere lui la meta, poiché è forte in lui la coscienza di indicare ed annunciare un Altro. In questo annuncio fatto con la vita, egli si lascia coinvolgere, giocandosi fino in fondo, riconoscendo dove e quando la sua presenza può diventare un ostacolo, capendo l’urgenza e la necessità della sua assenza perché Cristo Gesù abiti in loro; egli sa di essere colui che spiana il terreno, che prepara il posto ma non per occuparlo; e gioisce della sua missione di “amico dello sposo”: «Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30).

Il compito di ogni testimone della fede, quindi, è favorire l’incontro e la conoscenza del Signore. Anche Filippo sa tirarsi indietro dopo aver condotto l’eunuco al battesimo, scendendo dal carro della vita dell’eunuco... e: «lo Spirito del Signore rapì Filippo» (At 8,39).

Perciò tutta la vita cristiana è in questa tensione a lasciarci trasformare il cuore, affinché il dono di sé sia sempre più un dare ciò che si è, più che ciò che si ha.

Vivere così significa avere tanto coraggio. Gesù dichiara che «tra i nati di donna nessuno è più grande di Giovanni Battista» (Mt 11,11).Il Battista è reso grande dalle parole stesse di Gesù; non per la sua vita ascetica, per come vestiva o cosa mangiava, ma per la sua capacità di riconoscere il Cristo e indicarlo: «Ecco Colui che toglie il peccato del mondo».

 

Concludendo queste riflessioni vogliamo chiedere al Signore che viene nell’umiltà della carne di avvolgerci con la Sua stessa presenza e renderci testimoni di questa luce vera, che viene nel mondo, quella che illumina ogni uomo. Nessuno deve sentirsi escluso dal ricevere questa Luce nuova.

Coraggio, perché le tenebre non sono l’ultima parola, non possono vincere la luce. Ed è ciò che cantiamo la notte di Pasqua nel Preconio:

O notte veramente gloriosa

Che ricongiunge l'uomo al suo Dio

Questa è la notte 

In cui Cristo ha distrutto la morte

E dagli inferi risorge vittorioso.

 

Alcune domande per concludere 

  • L’uomo d’oggi, ciascuno di noi che oggi si sofferma a contemplare questo mistero: siamo interessati a diventare figli di Dio?
  • Rivisitiamo la figura di Nicodemo nel Vangelo di Giovanni, lasciamoci interrogare come lui, nella ricerca della luce. Domandiamoci se come Nicodemo sappiamo stare nella lotta per ricercare la luce e la verità di noi stessi, oppure preferiamo abbandonarci al buio. Quando non comprendiamo il senso delle cose, quando ci sentiamo smarriti, dentro le nostre notti, abbiamo il coraggio di andare da Gesù, di lasciarci illuminare e guidare da Lui? Sappiamo entrare in familiarità con il buio, con la notte, con il silenzio, nel senso che siamo capaci di rientrare in noi stessi, facendo memoria di ciò che la giornata appena trascorsa ci ha riservato?
  • Ad ogni credente è affidata la stessa profezia del Battista: rendere testimonianza alla Luce, cioè essere occhi che contemplano Dio. Non è facile da vivere ed accogliere, specialmente in una società come la nostra, dove apparire il più forte, il più bello, il più originale sembra essere la ragione della propria vita; e chi non è così è un perdente, non vale nulla... Senza scadere in inutili moralismi o sensi di colpa: come è cresciuta in noi la consapevolezza che c’è un Altro che è più grande ed è più importante; in altre parole, accettare di non essere i primi?