Salmo 40

Salmo 40

Tue, 10 Oct 23 Lectio Divina - Psalms

Nel Salmo 40 sono presenti due situazioni esistenziali opposte: nella prima vediamo un individuo che, salvato da un mortale pericolo, intona a Dio davanti ad un folto pubblico un inno di ringraziamento al Signore, il suo “canto nuovo”; nell’altra invece, sotto la pressione di nemici mortali, lancia a Dio il suo grido d’implorazione.

Il salmista esordisce, rivelando la sua esperienza intima, con l’affermazione della sua ardente speranza; riconosce inoltre che il Signore ha risposto alle sue attese, non soltanto chinandosi su di lui per ascoltare la sua supplica, ma anche strappandolo dalla fossa della morte (alla lettera: il pozzo della melma, cioè da un pericolo mortale, sia in senso fisico sia morale (v. 2-3).

È il Signore stesso che gli “ha messo sulla bocca un canto nuovo” (v. 4); un inno di ringraziamento che il beneficato innalza, allo scopo di rendere nota alla moltitudine dei fedeli la salvifica disponibilità divina a favore di quanti confidano in lui. Il “canto nuovo” è inno di lode e ringraziamento al Signore e la liberazione dal mortale pericolo è paragonabile a una nuova vita, a una nuova creazione.

Dal cuore del salmista sgorga anche una beatitudine: “Beato l’uomo che spera nel Signore” evitando superbia e menzogna (v. 5); e invita tutti a ricordare i grandi prodigi fatti da Jahwèh a favore del suo popolo, talmente numerosi che è impossibile contarli o annunciarli e proclamarli dettagliatamente (v. 6).

Tuttavia una cosa ha capito l’orante, e la specifica con precisione: Dio non gradisce i sacrifici e le offerte, non chiede olocausti e vittime; da questa comprensione nasce pronta la sua risposta: Ecco, io vengo. Egli si mette a disposizione di Dio come richiede la Scrittura da lui attentamente ascoltata, perché Dio stesso gli ha aperto gli orecchi per assimilarla (vv. 7-8).

Il compimento della volontà di Dio diventa così per il salmista un intenso desiderio, perché la Legge divina è incisa nel profondo del suo cuore. È, infatti, una caratteristica del giusto di Jahwèh porre nella “legge” il suo diletto e l’obbedienza al Signore, fatta con il “cuore”, vale più del sacrificio e di ogni altro olocausto (cf. 1Sam 15,22). Qui il salmista si pone sulla linea dei profeti, che hanno più volte messo in guardia il popolo d’Israele dal fare pratiche che non impegnassero il “cuore”: soltanto così la preghiera, l’obbedienza, l’amore e le stesse disposizioni del cuore assumono il valore di culto.

Nei versetti successivi (10-11) il salmista si premura di ricordare che ha cercato di non tenere soltanto per se stesso i benefici del Signore; Egli ha posto tutto il suo impegno nel realizzare la missione che gli è stata affidata: annunciare a tutta l’assemblea la giustizia, la grazia, la fedeltà e la salvezza di Dio.

Per questo invoca: “Non rifiutarmi, Signore, la tua misericordia” (v.12). Sembra che questo versetto, in cui si riferisce la divina benevolenza come un fatto costante nei riguardi dell’orante, abbia lo scopo di attutire il brusco passaggio dal ringraziamento alla richiesta urgente di liberazione che seguirà.

A chiusura del “canto nuovo”, tenendo presente la sua situazione personale, egli chiede al Signore, sperando per il futuro come fu per il passato, di essere sempre protetto dalla “misericordia”, dalla “fedeltà” e dalla “grazia” del Signore, mentre le sue colpe lo schiacciano e molteplici mali lo attanagliano.

Inizia così la seconda parte del Salmo, caratterizzata dalla lamentazione.

Il salmista si vede quasi accerchiato: “Mi circondano mali senza numero, le mie colpe mi opprimono”! Male fisico e colpa, numerosi “più dei capelli del capo”, gli oscurano la vista e si sente venir meno (v.13); perciò chiede al Signore di accorrere sollecitamente in suo aiuto, di confondere e svergognare quanti lo scherniscono e cercano di togliergli la vita (v. 14-16).

Invece, coloro che, come lui, ricercano il Signore, riconoscono la sua grandezza e bramano la salvezza, posso gioire ed esultare (v. 17.)

L’ultimo appello dell’orante, che riconosce con gratitudine come già il Signore si prende cura di lui, povero e infelice, è la richiesta fiduciosa di una piena e sollecita liberazione.

Lettura cristiana

Da sottolineare che i versetti 7-9 del salmo sono lungamente citati dal capitolo 10 della Lettera agli Ebrei, che li pone sulla bocca di Gesù.

In particolare l’espressione: “Ecco, io vengo”è vista come l’ingresso in questo mondo di Cristo, cui sono attribuite le dichiarazioni di questo Salmo, così citate: “Non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato … Ecco, io vengo a fare la tua volontà” (Eb 10,8-9).

 

Domande per la riflessione personale

  • Spero nel Signore e riconosco la sua benevolenza?
  • Riesco a proclamare la sua giustizia, il suo amore, la sua fedeltà?
  • Nelle prove della vita, ricorro a Lui perché venga in mio aiuto?