Salmo 11

Salmo 11

Wed, 06 Dec 17 Lectio Divina - Psalms

Motivo dominante di questa breve composizione (solo 7 versetti) è la fede nell’efficace protezione che il Dio d’Israele esercita su quanti si rifugiano nel suo santuario. Avvisato da amici, uomini di poca fede, a fuggire davanti ad un pericolo imminente, il salmista si è rifugiato nel tempio, sicuro che Jahwèh, il quale detiene nella sue mani le sorte del giusto e dell’empio, prenderà le sue difese.
Il Salmo è una composizione poetica che trasmette pace e serenità. Il nome del “Signore” ricorre cinque volte: nel v. 1, nei vv. 4-5 e nel v. 7. Quest’ultimo versetto fa da sunto teologico a tutto il carme. È evidente la posizione antiteca tra le voci “giusto” ed “empio”.
La simbologia è di carattere venatorio e bellico (v. 2), spaziale, antropomorfico. Dio è visto come “scrutatore” (vv. 4-5), “guerriero” (v. 6), “giudice” (v. 7).

Genere letterario: Salmo di fiducia.

Divisione: introduzione (v.1); il pericolo imminente (v. 2-3); vigilanza di Dio sul giusto e sull’empio (v. 4-6); conclusione (v. 7). 

v.1: “Nel Signore mi sono rifugiato”. È l’atto del perseguitato che, in cerca di protezione e di difesa, si affida all’onnipotenza e alla rettitudine del Dio d’Israele. Dal momento che il perseguitato ha posto tutta la sua fiducia e sicurezza solo in Dio, non riesce a capire come si possa invitarlo ad andare a rifugiarsi sul “monte”. Il salmo si apre con una professione di fede. Il salmista confessa che ha trovato rifugio nel Signore, cioè nel tempio, e non può seguire il consiglio di scappare sui monti per salvarsi. D'altronde nella storia biblica si ricordano diversi casi di giusti perseguitati che trovarono scampo nella fuga “ai monti” del deserto del Sud d’Israele (cf. 1Mc 1,28; Gn 19,17; Ez 7,16; Sal 121,1; Mt 24,16).

v.2: “Ecco, gli empi tendono l’arco”. È l’immagine del cacciatore appostato in attesa della preda da colpire. Gli empi cercano di “colpire nel buio i retti di cuore”: l’arco e la freccia sono le armi, simboli dell’astuzia e dell’inganno, che usano i malvagi contro i giusti; le tenebre del “buio” della notte sono l’occasione dei cattivi per punire i retti di cuore.

v.3: “Quando sono scosse le fondamenta”. Quando manca nella società un retto governo, regna l’oppressione, e allora “sono scosse le fondamenta della terra”. Un pensiero analogo ricorre anche nel Salmo 82,5. Se le “fondamenta” del vivere civile vengono meno, regnano l’ingiustizia e l’anarchia e il giusto non ha che da fuggire sui monti secondo il parere dei consiglieri del mondo, ma non ha che da rifugiarsi nel Signore secondo il salmista.

vv.4-6: Al pessimismo dei suoi consiglieri il salmista oppone la sua fede in Dio, che dalla sede celeste, attraverso il santuario di Gerusalemme (“tempio santo”), segue con occhio scrutatore il giusto e l’empio, il primo per difenderlo, il secondo per punirlo. – “…il trono nei cieli” (v. 4): l’accostamento della presenza di Jahwèh nel tempio con quella regale nei “cieli” esprime bene la fede d’Israele nella divina elezione del tempio di Gerusalemme come sua dimora terrestre; il tempio di Gerusalemme era per Israele sede della divina presenza. – “Le sue pupille scrutano ogni uomo” (v. 4): il “giudizio” di Dio è “giusto”, non si ferma alla superficie, ma penetra fin nell’intimo dell’essere umano; egli scruta “la mente e i cuori” (cf. Sal 7,10).  – “egli”: tradotto letteralmente è “la sua anima”. “Egli odia” è un antropomorfismo riferito a Dio per indicare che il Signore non accetta mai la violenza di qualsiasi genere.
“Farà piovere sugli empi” (v. 6): chiara allusione al “fuoco e zolfo” piovuto dal cielo su Sodoma e Gomorra quale castigo divino per la corruzione dei loro abitanti (Gn 19,24). È da osservare qui che il salmista usa un linguaggio che in qualche modo è legato all’osservazione dei fenomeni vulcanici.

v.7: Il salmo si conclude con un’esaltazione di Jahwèh “giusto giudice” e con il riconoscimento, per i retti, del diritto di accedere alla divina presenza e vedere il “volto” di Dio. – “Ama le cose giuste”: cioè le azioni di giustizia, ossia una vita condotta in piena armonia con la divina volontà.  – “… vedranno il suo volto”: non si tratta tanto della visione beatifica nell’altra vita (cosa che non rientra in modo proprio nella prospettiva della pietà ebraica), ma, come in genere nei Salmi, dei frutti benefici e beatificanti della presenza di Dio nel tempio (cf. Sal 16,10; 140,4 ecc.). In sintonia con questa affermazione, fondamentale nella vita dell’uomo religioso dell’AT, sta l’evangelica beatitudine proclamata da Gesù sulla montagna per i puri di cuore, i quali “vedranno Dio” (Mt 5,8). Il Signore manifesta la sua giustizia ai “retti di cuore” ammettendoli alla visione del suo volto, cioè ad una comunione di vita.

Trasposizione cristiana
Il Salmo 11 (10) è il salmo della fede e della fiducia in Dio. Fede e fiducia sono due virtù ben distinte tra loro, ma intercomunicabili l’una con l’altra; la fede porta alla fiducia e la fiducia alla fede.
Da notare come il popolo d’Israele aveva una “incrollabile e sicura fede” nella “presenza” di Dio nel “tempio santo” di Gerusalemme: “Il Signore nel tempio santo” (v. 4). Il monte Sion, cioè il tempio era il luogo di rifugio d’Israele (cf. 121,1; Gn 19,17; Ez 7,16; Mt 24,16 ecc.). Gli ebrei andavano e salivano al tempio certi e sicuri di trovarvi la divina presenza. L’amore per il santo tempio è una caratteristica della pietà ebraica (cf. Sal 84; 48; 87; 133; 137). “Quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore” (Sal 122). Fermi alle soglie della città santa, i pellegrini ebrei rivolgevano lo sguardo a Gerusalemme e al tempio porgendo il saluto: “shalom” (“pace”), giocando sull’etimologia popolare di Gerusalemme: “città della pace” (cf. Sal 76,3). Gerusalemme è santa perché santo è il tempio, dove la divina presenza santifica gli uomini e le cose ed è il segno visibile dei benefici divini, il pegno della promesse messianiche. Gerusalemme, “città salda e compatta” (Sal 122, 3) con il suo santo tempio è simbolo dell’unità del popolo eletto e figura dell’unità della Chiesa. La simbologia del tempio di Gerusalemme e il pegno delle promesse messianiche si sono realizzati con l’evento dell’Incarnazione del Figlio di Dio, Gesù Cristo, e con la sua Chiesa, nuovo popolo eletto. La trasposizione della fede ebraica nella presenza divina del tempio alla fede cristiana nella reale presenza eucaristica di Gesù Cristo nelle varie e tante Chiesa della terra, è un mistero ed un problema su cui occorre riflettere profondamente. Com’è l’approccio dei cristiani verso il mistero eucaristico? Quale comportamento hanno i cristiani, paragonato alla pietà religiosa degli Israeliti, rispetto all’oggettiva e reale presenza divina nell’Eucaristia?

La perfetta fiducia in Dio è una conseguenza della incrollabile e sicura fede in Dio: Tanta fiducia ho in Dio, quanto fede ho in Lui! Chi è colui nel quale dobbiamo porre la perfetta e totale fiducia? È il buon Dio. Egli è così buono da essere la bontà per essenza, e in questo senso “Nessuno è buono, tranne Dio” (Lc 18,19). Questo Dio così buono è il Padre nostro che sta nei cieli (Mt 6,9ss). Poiché è tanto grande e tanto santo mentre noi siamo così piccoli e peccatori, potremmo avere paura di lui; allora, per acquistarsi la nostra fiducia e il nostro amore, non si stanca di ripeterci, nelle Sacre Scritture, che è nostro Padre e il Padre delle misericordie (cf. 2Cor 1,3). Che cosa potrebbe rifiutarci Colui che “ha tanto amato il mondo, che ha dato il Figlio suo Unigenito” (Gv 3,16)? Il salmista sa bene che il Signore, nel quale si è rifugiato, è grande, potente, buono e merita, pertanto, la totale fiducia (cf. 11,1). “Il nostro Redentore veglia su di noi. Egli è più di un fratello, più di un amico incomparabile, è il medico delle nostre anime, nostro Salvatore secondo la sua missione” (V. Lehodey, Il santo abbandono, 1995, pag. 110).

Riflessioni personali:
Quale fede ho nella presenza reale di Gesù nell’Eucaristia e nella celebrazione eucaristica? Com’è il mio comportamento nella casa di Dio? Con il mio modo di fare testimonio una vera fede nella presenza reale del Signore nel suo tempio?
Ho posto la mia totale fiducia nel Signore? Ho l’abbandono perfetto nel Signore in tutte le varie circostanze della vita?
Ho grande fiducia nella Provvidenza di Dio?
Considero sempre Dio come il Padre nostro che sta nei cieli?