Salmo 45

Salmo 45

Thu, 08 Feb 18 Lectio Divina - Psalms

Siamo di fronte a un “poema” che è unico nel suo genere in tutto il Salterio e, sotto un certo aspetto, in tutta la produzione poetica biblica. Questa composizione è indirizzata esplicitamente “al re” (v. 2); è l’unico caso in tutta la Bibbia ed è un “canto d’amore” (v. 1).
Come canto di amore (profano, naturalmente), ci si chiede come abbia potuto essere accolto tra i salmi messianici e regali. Molto discordanti sono state nel passato e sono al presente le opinioni degli esegeti. Sembra tuttavia accettabile l’opinione di coloro che vedono nel salmo 45 una composizione originariamente destinata alla celebrazione delle nozze di un sovrano israelita (Salomone, forse?) con una principessa (straniera: di Tiro?) nozze che danno occasione di ricordare, in termini di apoteosi degni delle grandi corte orientali, gli alti ideali “divino-umani” della regalità d’Israele.
In un secondo tempo, quando la composizione fu accolta nel Salterio, scomparsa la monarchia, i “segni” di tale regalità passarono al re ideale, cioè al Messia; così l’alone “divino” che circonda la figura regale (cf. v. 7) può essere intesa nel Nuovo Testamento (lettera agli Ebrei) nel suo senso proprio, riferito a Cristo, vero Dio.
Anche per quanto riguarda l’identificazione della regina non c’è accordo fra gli studiosi. La tradizione e il costume conducono alcuni studiosi ad identificare la “regina” con la sposa del re. Altri autori biblici, tenendo conto dei costumi d’Israele, attribuiscono il termine “regina” non alla consorte, ma alla regina madre, cioè alla madre del re. Così Betsabea, moglie di Davide, quando si presenta a lui, lo fa con tutto il rispetto, rendendogli omaggio e rimanendo in piedi di fronte al re seduto (cf. 1Re 1,16. 28). Quando però regna il figlio Salomone e Betsabea va da lui, egli si leva, si inchina davanti a lei, la fa sedere alla sua destra (cf. 1Re 2,19-20).
In quel mondo non esisteva “la consorte”, ma diverse consorti (cf. 1Re 15,13; 2Re 9,22; 10,13; 24,12.15; Ger 13,18; 22,26; Ct 3,11). La ragione è dovuta alla poligamia, per cui il re poteva essere innamorato di più mogli, o di qualche concubina; però ciò che contava per lui era la successione. Per questo la madre dell’erede designato aveva una posizione preminente e la madre del regnante meritava una menzione personale rilevante.
Secondo alcuni studiosi, infine, questo salmo sarebbe stato un canto profano per le nozze di un re israelita, Salomone, Geroboamo II o Acab (che sposò una principessa di Tiro: 1Re 16,31). Comunque la tradizione cristiana lo interpreta come celebrazione delle nozze del Re-Messia con Israele, figura della Chiesa (cf. Ez 16,8-13; Is 62,5; ecc.), e la liturgia estende a sua volta l’allegoria applicandolo alla Madonna e alle sante vergini.

Genere letterario: salmo regale.

Divisione: introduzione (v. 2); la figura del re (vv. 3-9); il corteo nuziale (vv. 10-16); voti conclusivi (vv. 17-18).

Il poema è dedicato ad un re, non a una coppia. Alla fine c’è la promessa di immortalare il “tuo nome”, che è quello del re. Il re è la figura centrale.
Perché il salmo quadri con la mentalità ebraica, descritta sopra, dobbiamo vedere la madre del re “in piedi alla sua destra” (v. 10). Potrebbe essere lei che rivolge l’invito: “Ascolta, figlia” (v. 11) alla ragazza che il re preferisce tra tutte le figlie di re. Abbiamo così lo schema dei personaggi: il re con la regina madre, le principesse reali, una tra esse scelta ed invitata ad accedere, la prescelta, con il suo seguito personale. Così il salmo scorre senza inciampi.
Un re sfarzoso ed eloquente, vittorioso in battaglie e governante giusto, celebra le nozze. Ha varie pretendenti di sangue reale, egli si è innamorato di una. Sua madre lo assiste e sollecita il consenso della sposa eletta. Le altre si ritirano e la principessa scelta è condotta dal re, mentre il suo seguito è condotto alla reggia. Il poeta augura al re figli, cui potrà conferire incarichi importanti. Il salmo può essere diviso in due grandi parti.

Prima parte
vv.2-8
: Canta le qualità personali del re, il suo valore e successo in guerra, il governo giusto. Sono due meriti fondamentali di un re: difendere i sudditi in guerra, amministrare la giustizia in tempo di pace (cf. 1Sam 8,20). Questi meriti sono preceduti da due qualità personali: la bellezza corporea e l’attrazione della sua parola. Per la bellezza e prestanza fisica, cf. l’elezione di Saul e di Davide. Per l’eloquenza, cf. Prov. 22,11: “Il Signore ama chi è puro di cuore e chi ha la grazia sulle labbra è amico del re”. “Le parole della bocca del saggio procurano benevolenza” (Qo 10,12).
In questa prima parte si trovano nel salmo tutte le menzioni di Dio: sono tre e corrispondono alla benedizione, al trono e all’unzione. Il re è soggetto solo di tre verbi: sei benedetto, ami, detesti; gli altri sono tre imperativi: cingi, trionfa, cavalca. Poiché non menziona nessun fatto individuale e caratteristico, il poema può trasformarsi in brano di repertorio per le nozze di qualsiasi re, anche di un possibile Messia.

Seconda parte
vv.9-18: Oggi non è giorno di battaglia, ma di nozze: “Giorno della gioia del suo cuore” (Ct 3,11). Cambiano i dati che attraggono l’attenzione: non più la spada e le frecce, ma i vestiti profumati e ricchi, le sale lussuose, la musica. I vv. 9-10 danno la tonalità di quello che segue e ci presentano i personaggi: il re al centro, la regina madre, il gruppo di pretendenti. I vv. 11-12 descrivono la scelta già avvenuta nel cuore del re: “al re piacerà la tua bellezza…” Basta solo che l’eletta accetti, e per questo prende la parola la regina madre: “Ascolta, guarda, presta orecchio, dimentica, rendi omaggio” argomentando con due ragioni: l’innamoramento e la signoria. Si invertono i ruoli della Genesi: “L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre…” (Gen 2,24); qui è lei che deve farlo. La risposta positiva è scontata.
Il v. 13 descrive la scena delle principesse regali: una figlia di re esce dalla sua casa e dal suo popolo per ricevere i doni della ricca città di Tiro. Ai vv. 14-15 si descrivono abiti magnifici, comitiva e processione in un tripudio di festa e di gioia. V. 16: la gioia dell’amore fa pensare ai figli, perché il tema del poema è la successione regale. Ora i figli si dividono il governo di tutta la terra (v. 17). La promessa divina si realizza: non mancherà mai un successore nella dinastia davidica. A differenza del regno del Nord, nel regno di Giuda, il Sud, la continuità della linea dinastica garantita al “casato” di David dalla divina promessa (2Sam 7,13), era sentita come un’esigenza primaria, dato che da essa si attendeva la “salvezza messianica” (cf. Gn 49,10).

Conclusione
v.18: I figli e il nome sono la vera posterità dell’israelita. La benedizione di Dio era perpetua: da essa scaturiva il successo e la posterità: “I popoli ti loderanno in eterno, per sempre”. Il v. 18 esprime chiaramente le caratteristiche degli inni o canti di ringraziamento indirizzati a Dio (cf. Sal 8,10; 111,10), e cioè il “ricordo” del “nome” e la “lode” dei popoli per tutte le generazioni. Qui, dove la regalità è rivestita degli stessi attributi della regalità divina, il pensiero “messianico” si fa più trasparente e manifesto.

Trasposizione cristiana
Questa lunga storia d’amore nell’Antico Testamento avrà il suo compimento quando, nell’Incarnazione, Dio celebra le nozze del Figlio suo con l’umanità. Non a caso questo salmo viene cantato nella liturgia dell’Ufficio delle letture del Natale. Il salmo appare ai Padri come un annuncio dell’Incarnazione di Cristo, una rivelazione del suo regno, una descrizione delle mistiche virtù di cui è adorna la Chiesa, sposa di Cristo.
La Chiesa accolse tutte queste interpretazioni nella sua liturgia e da secoli si compiace nel descrivere, col salmo 45, la bellezza e la grazia del Figlio di Dio, il quale, nella sua Incarnazione celebra le sue nozze con l’umanità tutta intera, che assume nel suo corpo, rendendola partecipe della medesima grazia e della benedizione che il Padre ha riversato su di lui.
Cristo è il re dei secoli, il re forte e potente che avanza nel mondo e combatte per la verità e la giustizia (vv. 4-5), l’unto di Dio (v. 8), sulle cui labbra c’è la grazia (v. 3), la mitezza e la giustizia (v. 5), e il suo trono dura in eterno (v. 7).