Salmo 47

Salmo 47

Thu, 22 Mar 18 Lectio Divina - Psalms

Questo salmo è un inno escatologico, il primo dei “salmi del regno”. Sviluppa con solennità e mediante le acclamazioni il concetto che “il Signore è re” di Israele e del mondo. Il re d’Israele in mezzo alle acclamazioni sale al tempio con corteo trionfale, sapendo che il Signore è con lui e con tutto il popolo ed è cosciente che il suo impero si estende a tutti i popoli, i quali un giorno vorranno unirsi al popolo eletto. L’andamento solenne e trionfale del salmo richiama alla mente dell’orante la processione solenne che accompagnò il trasferimento dell’Arca in Gerusalemme (2Sam 6,1-23).

Il salmo è una grande celebrazione della regalità di Jahwèh; potrebbe considerarsi come la continuazione o lo sviluppo del precedente, poiché quello esaltava le sede della regalità, questo esalta la figura stessa del re divino. E infatti i salmi della “regalità di Jahwèh” (che sono: Sal 93.96-99, di cui il Sal 47 è un anticipo), sia dal punto di vista formale che da quello concettuale sono strettamente connessi con i Salmi di Sion. Il Sal 47, dunque, ha per tema la regalità universale di Jahwèh vista proprio nel punto più solenne del suo insediamento (v. 9: “sul suo trono santo”); regalità che è riconosciuta e acclamata da Israele, l’eredità diletta (v. 5) e si estende, da Sion, su tutta la terra (vv. 3.8.10).

Genere letterario: inno alla regalità di Jahwèh.

Divisione:
1a parte: Jahwèh re d’Israele (vv. 2-6);
2a parte: Jahwèh re di tutta la terra (vv. 7-10).

vv.2-6: Dopo l’invitto introduttivo, rivolto a “tutti i popoli” perché prendano parte alla festosa acclamazione del Dio d’Israele quale re universale, viene ricordata, in questa prima parte, la sovrana donazione fatta da Dio, ad Israele, della terra di Canaan (v. 5) dopo aver soggiogato “sotto i suoi piedi” i vari popoli che là dimoravano (v. 4).
“Applaudite, popoli tutti” (v. 2): è il gesto che accompagna l’acclamazione regale, ricordato in 2Re 11,12: “Gli astanti batterono le mani ed esclamarono: Viva il re!”.
“…acclamate Dio con voci di gioia” (v. 2b): è la manifestazione, piuttosto rumorosa, della gioia propria delle folle per un avvenimento straordinario. Il “tripudio” è un motivo caratteristico degli annunci messianici (cf Sof 3,14; Zc 9,9).
“Perché terribile è il Signore, l’Altissimo” (v. 3): il termine “terribile” è l’attributo proprio della divina maestà, che ricorre più volte nei Salmi celebranti la divina regalità (Sal 96,4; 99,3) e che ricorda il Dio del Mar Rosso (Es 15,11) e del Monte Sinai (Dt 10,17).
“…re grande su tutta la terra” (v. 3b): il carattere universale della divina regalità, basata teologicamente sull’opera della creazione, storicamente si afferma nella coscienza d’Israele forse in un modo non molto differente da quello dei popoli dell’Antico Oriente, i quali misuravano la “egemonia” della propria divinità su tutti gli altri dèi in base alla “egemonia” politica raggiunta sugli altri popoli. Il soggiogamento dei popoli della Palestina, prima, e quello dei popoli circonvicini, dopo, per opera di David, mostrarono agli Israeliti in modo concreto la portata “universale” del regale dominio di Jahwèh: è il pensiero del v. 4:
“La nostra eredità…” (v. 5): è la Terra Promessa, scelta da Dio quale stabile dimora per il suo popolo, la quale è giustamente chiamata “vanto di Giacobbe” (= Israele). Tale termine è applicato con lo stesso senso anche al tempio in Ez 24,21.
“Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba” (v. 6): si acclama il Dio di Israele che “ascende” ed ha preso possesso regale della sua capitale con il solenne ingresso dell’Arca nel santuario di Gerusalemme, fatta “ascendere”, cioè “salire” da David “con tripudio e al suono di tromba”. Nel Nuovo Testamento il v. 6 del salmo è stato riferito all’Ascensione di Cristo e alla sua glorificazione (cf. Gv 12,32; Mc 16,15-20; Lc 24,46-53).
“Al suono di tromba”: questa circostanza, che fa parte del cerimoniale dell’intronizzazione dei re israelitici (cf 2Sam 15,10; 2Re 9,13), pone la “ascesa” di Jahwèh, come già riferito in 2Sam 6,15 per l’Arca, nella cornice di un’ideale (se non proprio cultuale) intronizzazione regale, cosa che sarà espressamente affermata nella seconda parte, al v. 9.

vv.7-10: Anche questa seconda parte è introdotta da un invito all’acclamazione di Dio (v. 7) a cui segue la motivazione, che è allo stesso tempo il tema di tale acclamazione; e cioè, l’universale divina regalità (v. 8). Abbiamo quindi la constatazione che Dio siede sul trono regale (v. 9); chiude la sezione e con essa tutto il salmo la nota “ecumenica” circa l’affratellamento delle genti con la discendenza di Abramo, nella comune esaltazione del Dio d’Israele (v. 10).
“Cantate inni a Dio, cantate inni” (v. 7): in questo versetto ricorre quattro volte la forma imperativa plurale: “cantate inni”; si ripete di nuovo dopo, nel v. 8: “cantate inni con arte”. Non basta dunque una lode qualsiasi; ma a Dio, re supremo, è dovuta un’esecuzione perfetta. La voce “maskil”, che si trova nei titoli di 13 Salmi, ha una sfumatura di carattere sapienziale: indica una “lode sapiente” che nella tradizione cristiana si completa con le buone opere (cf. Agostino e Giovanni Crisostomo).
“Dio regna sui popoli” (v. 9). L’espressione ha senso dinamico (= “è diventato re”) e non statico solo (= “è re, regna”). Questa espressione si riferisce al grande ritorno di Jahwèh con il suo popolo dalla cattività babilonese (cf Is 52,5) e alla riappropriazione del suo trono regale sul “Monte Sion e su Gerusalemme” (Is 24,23). Nel nostro salmo deve essere senza dubbio la solenne traslazione dell’Arca al tempo di David, come accennato, seppur velatamente, nel v. 6.
“Sui popoli”: il soggiogamento da parte d’Israele (o, meglio, di David) sui popoli significò la manifestazione della regalità di Jahwèh su di essi e, per estensione, su tutta la terra (cf. v. 4).
“Dio siede sul suo trono santo” (v. 9b): è l’Arca dell’alleanza, per cui Dio è chiamato “colui che siede sui Cherubini” (Sal 99,1). Anche Giovanni nell’Apocalisse chiama Dio con questo caratteristico appellativo: “Colui che siede sul trono”.
“I capi dei popoli si sono raccolti” (v. 10): era usanza, attestata per l’unzione di David in Ebron (2Sam 5,3), che i “prìncipi” e “capi” di popoli confinanti con Israele partecipassero alla cerimonia dell’intronizzazione regale. In questo versetto, però, si ha una visione dilatata e universale: si intravede, cioè, un panorama più vasto, secondo la visione di Is 2,2-5, che prevede l’afflusso di tutti i popoli a Gerusalemme per conoscere il vero Dio e camminare per i suoi sentieri. In questo versetto i popoli stranieri sono visti raccogliersi attorno al popolo eletto, per la professione di fede nell’unico vero Dio.
“…il popolo del Dio d’Abramo” (v. 10b): notevole è qui l’accenno ad Abramo, il “padre di molti popoli” (Gn 14,18-20), nelle cui celebri promesse divine c’è il seme del genuino ecumenismo, già nell’Antico Testamento!
“…perché di Dio sono i potenti della terra” (v. 10b): alla lettera “gli scudi della terra”. L’immagine dello scudo, simbolo di potenza e di difesa dei regnanti, è riferito generalmente a Dio, ma anche a coloro che governano (cf Sal 89,19). Si è specificato così il motivo della regalità sui popoli del v. 9. Essi appartengono a Dio che li protegge e difende.