Salmo 49

Salmo 49

Fri, 23 Mar 18 Lectio Divina - Psalms

Il salmo è una “lezione” di sapienza indirizzata a tutti gli uomini: “nobili e plebei”, “ricchi e poveri” (v. 3). Per i ricchi, i gaudenti, i potenti di questo mondo essa vuol essere un severo ammonimento sulla vanità delle ricchezze e sulla triste sorte che li aspetta nello Sheol; invece ai poveri, che spesso sono oggetto di scherno e di oppressione da parte dei ricchi e forse esposti alla tentazione di invidiare la loro sorte esternamente beata, la lezione è una parola d’incoraggiamento. I poveri sono esortati ad avere la stessa fede del salmista, che è certo di essere salvato da Dio e di essere sottratto dal potere della Sheol (v. 16).
Questo salmo tratta, in definitiva, il problema della retribuzione e della felicità apparente degli empi. Verrà risolto secondo la dottrina tradizionale dei saggi.

Genere letterario: salmo sapienziale.

Divisione:
Introduzione (vv. 2-5);
1a strofa (vv. 6-13);
2a strofa (vv. 14-21).

vv.2-5: Prima d’impartire la sua lezione, l’ispirato maestro di sapienza chiama a raccolta i suoi uditori da tutte le parti della terra e da qualunque condizione sociale.
“Ascoltate, popoli tutti” (v. 2): è la formula caratteristica che introduce sia i detti sapienziali (cf Gn 4,23) che gli oracoli profetici (cf Is 1,2; Mic 1,2).
“Porgerò l’orecchio a un proverbio, spiegherò il mio enigma sulla cetra” (v. 5): da chi ascolta l’orante il proverbio? Il salmista accenna probabilmente al carisma dell’ispirazione, dono concesso da Dio, mediante il quale egli potrà “spiegare” (lett.: “aprire”) sulla cetra (cioè con una composizione lirica, qual è il salmo) lo spinoso e misterioso problema del destino finale dell’uomo. L’accompagnamento di uno strumento musicale quale la cetra richiama lo stile degli antichi vati cantori e suppone l’ambiente liturgico come destinazione del salmo.
vv.6-13: Prendendo lo spunto dalla propria esperienza, segnata dall’oppressione di ricchi potenti (vv. 6-7), il salmista si fa coraggio ricordando la funzione “livellatrice” della morte, a cui non solo i sapienti, ma anche gli stolti e gli empi potenti non possono sfuggire in alcun modo.
“Perché temere nei giorni tristi” (v. 6): la lezione serve prima di tutto da incoraggiamento al salmista, poi (v. 17) sarà indirizzata agli altri.
Nessuno può riscattare se stesso” (v. 8): si allude qui alla possibilità data dalla legge a un condannato a morte di sfuggire dall’esecuzione capitale dietro pagamento del prezzo del riscatto (cf Es 21,30). L’uomo, per suo destino, è un condannato a morte e per sfuggire a tale condanna in modo da poter vivere per sempre (v.10) dovrebbe pagare a Dio un adeguato prezzo di riscatto che, com’è detto nel v. seguente, è fuori delle possibilità umane. Sulle possibilità di “riscatto” nella Bibbia, cfr. Es 13,13-16; 21,30-31; 34,20; Nm 3,49.
“…Non potrà mai bastare” (v. 9): questa constatazione è molto ben echeggiata dalla famosa espressione evangelica: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde l’anima?” (cf Mt 16,26).

v.13: “Ma l’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono”: Il versetto, ripetuto alla fine della 2a strofa, a conclusione di tutto il salmo, sta a sottolineare la stoltezza del ricco che si rifiuta di conoscere che la sua fine è lo sterminio, non dissimile da quella dei poveri esseri irragionevoli quali gli animali. È la stessa tragica osservazione del Qoelet: “Il destino dei figli degli uomini e delle bestie è identico; come muoiono queste così muoiono quelli… Tutto è vanità” (Qo 3,19).

vv.14-21: In questa seconda strofa c’è una nota di luce che riguarda il destino del salmista: Dio lo riscatterà dalla tetra destinazione del resto dei mortali (v. 16), destino che implicitamente può valere anche per tutti quelli che, accogliendo l’esortazione del salmista, non si lasceranno sopraffare dalla tentazione della “prosperità del ricco”. Dio può riscattare il giusto, come il salmista, e strapparlo dalle mani della morte.
“Ma Dio potrà riscattarmi” (v. 16): alla certezza della impossibilità dell’uomo di redimersi dalla morte (v. 8), corrisponde la certezza opposta del salmista nei propri riguardi. È la stessa certezza, propria di altri Salmi, che anima e allieta l’orante, il quale sa che Dio, liberandolo dallo Sheol, gli farà “conoscere la via della vita” (cf Sal 16,11). Se l’uomo non può riscattarsi da se stesso dalla morte, lo può Dio per i suoi fedeli e per chi, come il salmista, spera in lui (cf Sal 16,9-10).
…Mi strapperà dalla mano della morte” (v. 16b): letteralmente: “mi prenderà”. Con questo verbo il salmista indica positivamente il modo come avverrà la sua “redenzione” e cioè per via di una misteriosa “assunzione" (come fu per Enoch ed Elia, i quali appunto furono “presi” in modo da non esseri più visibili sulla terra). Non si può affermare che qui il salmista intraveda la possibilità di essere portato in cielo, tuttavia pensa che la sorte finale dei giusti deve essere diversa da quella degli empi. Questa fede ancora implicita ed incompleta in una retribuzione futura prepara la rivelazione ulteriore della resurrezione dei morti e della vita eterna.
“Se vedi un uomo arricchirsi, non temere” (v. 17): ora l’esortazione è rivolta all’uditorio, che si suppone composto più di poveri oppressi come il salmista (v. 6), che non di ricchi, generalmente poco propensi ad accogliere una lezione scomoda. Il povero non ha dunque motivo di invidiare l’apparente prosperità del ricco, né di paventare i suoi soprusi (v. 6), poiché totalmente diversa sarà la propria sorte (v. 16) da quella di lui.
“Nella sua vita si diceva fortunato…” (v. 19): letteralmente: “benediva l’anima sua”. È lo stesso atteggiamento di autocompiacimento del ricco stolto della parabola evangelica: “Poi dirò a me stesso: “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia” (Lc 12,19).