Salmo 135

Salmo 135

Thu, 07 Nov 19 Lectio Divina - Psalms

È un Salmo alleluiatico con forte impronta liturgica cfr. vv. 1-2 e 19-21) utilizzato probabilmente per la liturgia pasquale (cfr. vv. 8-12). Questo canto di lode è fatto interamente di ricordi o di citazioni di altri Salmi, oppure di altri testi biblici. Per questo il Salmo 135 è da vedere come una lirica composita, d’imitazione, con finalità prevalentemente liturgiche. Si tratta di un inno celebrativo della “grandezza” del Dio d’Israele, mostrata non solo nell’opera della creazione, ma soprattutto in quella della “redenzione” del suo popolo dalla schiavitù d’Egitto.

Il duplice tema viene inquadrato in una cornice chiaramente liturgica, quale l’invito introduttivo alla lode divina rivolto al personale sacro del tempio (vv. 1-2) e quello conclusivo alla “benedizione” di Jahwèh, indirizzato alla comunità cultuale del tempio (vv. 19-20). Come accennato, la composizione ha carattere antologico e vi ricorrono molte citazioni di altri libri biblici, specialmente Esodo e Deuteronomio; non mancano però alcuni spunti di originalità: si accenna nel v. 20 alla “casa di Levi” e nel v. 21 si riporta un attributo originale di Dio, chiamato “abitante di Gerusalemme”.

Si ritiene che il Salmo 135 sia stato compilato all’epoca del post-esilio (sec. IV a.C.). La polemica anti-idolatrica dei vv. 15-18 riprende con qualche leggera differenza il Salmo 115,4-8, e riflette il pensiero di Geremia 10,1-16.

Genere letterario: inno.

Divisione1-4: introduzione: invito solenne alla lode con motivazioni; 5-18: corpo: a) vv. 5-7 (I strofa): il creatore; b) vv. 8-14 (II strofa): il redentore; c) vv. 15-18 (III strofa): il vivente; 19-21: conclusione: invitatorio solenne e benedizione.

vv.1-4: È l’introito con cui si apre la celebrazione innica; esso comprende gli usuali inviti alla lode con le varie motivazioni, che qui sono: la bontà di Jahwèh in sé (v. 3) e l’elezione d’Israele (v. 4) verso cui tende tutta la presente celebrazione.

v.2: “Voi che state”: lett.: “voi che state in piedi”. L’espressione si riferisce principalmente ai sacerdoti e leviti (vv. 19-20), cfr. Salmo 134,1.

v.4: “Si è scelto Giacobbe… come suo possesso”: è la seconda motivazione dell’invito a lodare il Signore: l’elezione del popolo d’Israele tra tutti gli altri popoli (Deuteronomio 7,6) come sua esclusiva proprietà (Esodo 19,5; Deuteronomio 14,2; 26,17-18).

v.5: “Io so che grande è”: si riporta la terza motivazione dell’invito a lodare, sotto la veste di una professione di fede pronunciata da un singolo (io corporativo) in rappresentanza della comunità.

v.6: “Tutto ciò che vuole il Signore lo compie”: l’espressione indica la completa libertà di Dio e l’efficacia delle sue parole.

v.7: “Fa salire le nubi…”: di questa completa libertà e potenza di Dio creatore si cita solo il fenomeno della tempesta, ricordando le nubi, le folgori, la pioggia e i venti, fenomeno che per un semita abitante in una terra assetata di acqua, ha una rilevanza particolare (cfr. Geremia 10,13; 51,16-17). Dio dimostra così anche la sua provvidenza.

v.8: “Egli percosse i primogeniti d’Egitto…”: cfr. Esodo 11,5; 12,29. Il tema del Dio liberatore è introdotto, ex abrupto, con la menzione dell’ultimo flagello, quello della morte dei primogeniti, che piegò il Faraone a lasciare libero il popolo eletto. Il salmista sceglie, così, solo l’ultima piaga, quella più grave, per indicare i molteplici interventi prodigiosi di Dio (cfr. Salmi 78,43.51; 105,23-44; 136,10).

vv.10-11: “Colpì numerose nazioni… Seon, re degli Amorrei…”: si accenna simbolicamente a tre popoli per indicare tutti i nemici che Israele dovette vincere prima dell’ingresso nella terra promessa. Dei due re qui menzionati si parla anche in Numeri 21,21-35; essi furono sconfitti dalle tribù israelitiche prima del passaggio del Giordano; le loro terre, cioè la Transgiordania meridionale e quella settentrionale, furono occupate ed abitate dagli israeliti.

v.13: “Signore, il tuo nome…”: questa professione di fede, che si ricollega al tema dell’Esodo, è modellata sulla formula di rivelazione di Jahwèh sull’Oreb: “Questo è il mio nome per sempre” (Esodo 3,15).

v.15: “Gli idoli dei popoli…”: inizia la polemica antiidolatrica, che ripete, con qualche omissione, quella del Salmo 115,4; essa si riallaccia alla professione di fede circa la “superiorità” del Dio d’Israele rispetto “a tutti gli dèi” del v. 5.

v.18: “Sia come loro chi le fabbrica”: si conclude la terza strofa, che esalta Dio come il “vivente”, in contrasto con la descrizione degli idoli che sono statici e senza vita, con una specie di imprecazione-maledizione contro chi li scolpisce e chi in essi si rifugia e confida. Solo nel Signore bisogna confidare: cfr. Salmo 115,9-1.

vv.19-21: È la cornice conclusiva della celebrazione innica. I vari appelli alla “benedizione” di Jahwèh seguono lo schema, d’ispirazione liturgica, incontrato già nei Salmi di questo Libro V (vedi 115,9-11; 118,2-4).

v.21: “che abita in Gerusalemme”: come in Deuteronomio 33,16, ove il Signore è designato come “Colui che abitava nel roveto”, così qui è chiamato “abitante di Gerusalemme”, per indicare la scelta di Dio di essere più concretamente in mezzo agli uomini (cfr. Siracide 24,10-12).