Salmo 3

Salmo 3

Thu, 27 Jul 17 Lectio Divina - Psalms

Il salmo può essere considerato una supplica con espressioni di fiducia riguardo al presente, basata su esperienze passate. Il titolo tradizionale attribuisce questo salmo a Davide, quando fuggiva davanti al figlio Assalonne (cf 2Sam 15,13s). Ma non siamo certi. Comunque tre sono gli attori o personaggi che compaiono sulla scena del salmo. È il solito schema triangolare del genere della supplica:

= I nemici (Essi) numerosi (vv. 2-3);

= Dio (Tu) (vv. 4-5), chiamato col suo nome specifico Jahweh solo dall'orante, mentre i "nemici" usano il più generico "Elohim";

= Io (l' orante) (vv. 6-7): i versetti sono ritmati dalla continua e martellante ripetizione del pronome di prima persona scandito anche in tutto il resto del salmo (16 volte).

Alle tre strofe succede un'invocazione finale (vv. 8-9), che è come l'inno di guerra che chiude la precedente rappresentazione drammatica. Un solo perseguitato, moltissimi avversari, un solo Dio, un'unica invocazione, una sola vittoria.

Essi, i nemici: vv. 2-3

Signore, quanti sono i miei oppressori! Molti contro di me insorgono. Molti di me vanno dicendo: "Neppure Dio lo salva".

D'improvviso l'orante esprime la sua prima impressione: una moltitudine di nemici lo attorniano, l'opprimono, quasi ha l'impressione di un lento strangolamento e di un rattrappimento della sua anima. L'orante è solo e i nemici lo vedono totalmente isolato, abbandonato anche da Dio, immerso nell'angoscia. Pensiamo a Davide fuggiasco, inseguito dal figlio ribelle Assalonne e maledetto da Semei (2Sam 16, 7-8); a Giobbe circondato dall'incomprensione dei suoi amici, freddi e "fastidiosi consolatori" (Gb 16, 2); a Geremia, definito dai suoi avversali con una sua stessa espressione "magor missabib", "terrore all'intorno" (Ger 20,10); al Servo di Jahweh, "disprezzato e reietto dagli uomini" (Is 53, 3; al Cristo stesso a cui i sommi sacerdoti, gli anziani e gli scribi urlano: "Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene " (Mt 27,43). Ma a questo punto il salmo ha una svolta.

Lui, Dio: vv. 4-5

"Ma tu, Signore, sei mia difesa, tu sei mia gloria e sollevi il mio capo. Al Signore innalzo la mia voce e mi risponde dal suo monte santo".

In questo fondamentale "ma" sta il centro del salmo. Il "tu" di Dio domina la scena e impone un mutamento di atmosfera. All'esercito degli avversari si oppone solo lo "scudo", cioè la difesa di Jahweh; all'orgoglio carico di ironia sprezzante dei nemici si oppone ora la "gloria", la "kabod", "la stessa essenza di Dio" "ipsa Dei essentia" (Zorell) che si rivela e si comunica all'uomo salvandolo ed esaltandolo. Dio "solleva" il capo del suo fedele il quale, a testa alta, celebra il suo trionfo (cf Sai 27, 6; 82, 2; 89, 18). Quest'ultima immagine ha favorito la rilettura pasquale cristiana secondo lo schema dell'<esaltazione>: il Cristo umiliato nella sofferenza e nella morte, viene "innalzalo" nella gloria divina: "E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna" (Gv 3,14-15; Fil 2,8-9)). Sale allora a Dio la preghiera del fedele, una preghiera ancorata, secondo lo stile della fiducia biblica, alla certezza dell'esaudimento (v 5). Il verbo usato è quello energico del "grido" (qarah) appassionato e lacerante del perseguitato. E Dio risponde dal "suo monte santo", il colle di Sion, segno della presenza divina. "Leva la tua voce - commenta S. Agostino -: ad ascoltare sin dal profondo la tua anima c'è sempre qualcuno, Dio".

Io, l'orante: vv. 6-7

"Io mi corico e mi addormento, mi sveglio perché il Signore mi sostiene. Non temo la moltitudine di genti che contro di me si accampano".

Dio si rende presente attraverso la notte. Il fedele, in attesa dell'oracolo divino, manifestato attraverso la visione notturna, si sarebbe ritirato nel tempio. La notte si squarcia e Dio lancia la sua parola confortatrice. È un'ipotesi di tipo liturgico. Se invece immaginiamo la scena più normale e quotidiana, il v 6 alluderebbe al valore tipico che la notte e il sonno rivestono nella letteratura orientale. La notte è un grembo di morte (cf Gb 3, 4-10). Il giorno è segno di vita, ogni alba è un segno della creazione, la testimonianza della vittoria di Dio sul nulla. Mentre attorno all'orante si sviluppa la tempesta del male, Dio veglia e fa spuntare l'aurora della salvezza (cf Sal 4). I verbi di questi versetti sono al perfetto, chiamato "perfetto di coincidenza" perché vuole mettere in evidenza l'istantaneità di due azioni connesse mostrandone l'intimo e immediato legame. Il v 7 è una dichiarazione di fiducia che rievoca in sintesi l'intero quadro simbolico del salmo e l'atteggiamento del credente. "Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme; se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho fiducia" (Sal 21, 3).

Inno finale: vv. 8 - 9:

"Sorgi, Signore, salvami, Dio mio. Hai colpito sulla guancia i miei nemici, hai spezzato i denti ai peccatori Del Signore è la salvezza: sul tuo popolo la tua benedizione".

"Sorgi" non è solo un'allusione alla "veglia" di Dio dopo il "sonno" del suo silenzio (cf Sal 7, 7; 9, 20; 10, 12; 12, 6; 17, 13 ecc.), ma rievoca il grido di guerra col quale gli israeliti si lanciavano all'attacco accompagnati dall'arca presente in mezzo a loro. "Quando l'Arca partiva, Mosè diceva: "Sorgi, Jahweh, e siano dispersi i tuoi nemici e fuggano da te coloro che ti odiano!" (Nm 10, 35). La sofferenza e la lotta di Israele sono trasferite ora in quella del giusto, e viceversa, perché, secondo quel modo di pensare, la preghiera non è mai una questione solo personale e privata. "Sorgere" e "salvare" sono paralleli, nel senso che al risuonare del grido di guerra da parte del fedele, i nemici fuggono atterriti perché sta per scendere in campo Dio. L'azione di Dio si sfoga sulle guance dei nemici che arrossiscono e strappa la preda innocente dai loro denti. La salvezza è la cifra tematica del salmo e la benedizione è la sigla conclusiva della liturgia. Dio è il soggetto della salvezza e della benedizione (praticamente sono sinonimi). La salvezza appartiene a Dio solo, ma l'uomo deve benedire Dio (Maestro ebreo Rashi, XI sec.).

Trasposizione cristiana.

"Se veramente Dio gli vuol bene, lo liberi ora" (Mt 27,43); è la sfida che viene lanciata a Gesù in croce dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. "Se il giusto è figlio di Dio, egli l'assisterà, e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con insulti e tormenti..." (Sap 2, 18-19). S.Agostino scrive: "È evidente che non l'avrebbero ucciso, se avessero avuto fiducia nella sua risurrezione. Questo significano le parole: "Discenda dalla croce se è Figlio di Dio", "ha salvato gli altri, non può salvare se stesso". Secondo Origene, il Padre esalta il Figlio come dice Fil 2,9. S. Gregorio di Nissa commenta così: "Il salmo spiega la tentazione che minaccia da parte del nemico. Il nemico ti vede già consacrato per la fede e ti vede regnare col vero Cristo. Quindi cerca di farti cadere da una dignità tanto grande, ma venendo ad abitare in te. Perché il nemico ha il potere di turbarci".

Domande per la preghiera e la riflessione personale:

* Dietro le parole, quale è la "parola" di questo salmo per me, per noi?

* Che volto hanno oggi gli "oppressi"?

* Come potrei definirli? Sfruttati, perseguitati, esuli, emarginati..., o anche persone dimenticate da tutti, persone abbandonate, sole?

* Che volto hanno oggi i "nemici"? Coloro che sono sempre in guerra, o anche coloro che creano situazioni di ingiustizia che portano alla guerra?

* II Padre oggi è proprio dalla parte degli oppressi? Perché? Come?

* Cosa dico quando mi sento "accerchiato" da qualche sofferenza?

* A chi mi rivolgo? È il Padre il mio rifugio e la mia salvezza?