V Domenica del Tempo Ordinario

V Domenica del Tempo Ordinario

Sun, 03 Feb 19 Lectio Divina - Year C

In questa V Domenica del tempo ordinario emerge la missione profetica dell’uomo di ogni tempo e di ogni condizione, con i suoi limiti e le sue contraddizioni. Incrociamo così la figura di Isaia, profeta dell’VIII secolo a.C., di Simone, da pescatore come mestiere a pescatore di uomini, per concludere con Paolo, accanito persecutore dei cristiani prima e poi “apostolo delle genti”, apostolo per le genti. Proprio San Paolo nella prima lettera ai Corinzi riconosce la sua piccolezza: “Non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana” (15, 9-10). Colui che li chiama è il primo a guardarli con occhi di misericordia e a renderli capaci di condividerne con lui la missione.

Il giovane Isaia matura la sua vocazione nel Tempio di Gerusalemme, nell’anno in cui morì il re Ozìa, probabilmente il 740 a.C. Lo scenario è solenne, magnifico, è tutto da contemplare. Il Signore è assiso su un trono alto ed elevato, l’idea della sua grandezza è data dal mantello, capace di riempire il tempio. È circondato dalla corte celeste, immagine ripresa dalle antiche religioni, dai serafini che esaltavano Dio, tutto santo, “Santo, Santo, Santo” e Signore degli eserciti, Yahweh ṣĕbā’ōt, acclamazioni con cui anche noi, nella Preghiera Eucaristica durante la Messa, celebriamo la bellezza di Colui della cui gloria è piena la terra.

Il fumo, elemento simbolico che indica la presenza di Dio (lo ritroviamo anche in Es 40, 34, durante il soggiorno del popolo d’Israele nel deserto), completa il quadro di questa gloriosa teofanìa, cedendo poi la scena alla purificazione di Isaia e alla sua chiamata.

Isaia si riconosce uomo dalle labbra impure, che vive in un popolo dalle labbra impure. Eppure, Dio utilizza proprio quelle labbra per fare di Isaia un profeta e uno strumento di salvezza (Isaia in ebraico è ysha'ihàu, il Signore salva). La misericordia di Dio non ha confini, è eterna nel tempo, nello spazio e nella potenza.

In questo scenario in cui umano e divino si toccano, avviene una delle esperienze più belle che l’uomo possa fare: l’incontro della creatura con il suo Creatore. È il luogo dell’ascolto, della tenerezza, dell’intimità, in cui il Dio trascendente s’incarna nell’uomo, fecondandone il cuore e rendendolo capace, nella libertà, di rispondere ad un bisogno da Dio solo enunciato: “Chi manderò e chi andrà per noi?”. “Eccomi, Signore, manda me!”. È un “Eccomi” pronunciato con l’audacia di chi, pur non conoscendo a quale missione sia destinato, si mette in cammino perché sa che Colui che chiama è l’hesed, l’amore fedele.

Così possiamo accordare il nostro cuore al canto del salmista, nel salmo 137/138 che sant’Atanasio ha definito “il canto della chiamata universale”, dove per universale intendiamo non grandezza dispersiva ma amore senza limiti: “Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà: hai reso la tua promessa più grande del tuo nome”.

Lasciamoci condurre adesso dentro la Parola narrata da Luca (5,1-11) 

v.1 - Il Vangelo ci contestualizza subito presso il mare di Galilea o lago di Kinneret, nome che si era corrotto nel periodo ellenistico in Genesaret o Gennesar. Era detto anche lago di Tiberiade dalla vicina città omonima eretta da Erode Antipa sulle sue sponde. Gesù è attorniato dalla folla, una massa indistinta di gente bisognosa di una parola, di un miracolo, di un conforto e anche della soddisfazione di un bisogno prettamente umano, che possa dare una svolta e dignità alla propria vita.

v.2 - Gesù passa ed entra nella quotidianità di chi desidera incontrare e chiamare. I pescatori, non curanti della folla e di quell’uomo che camminando diceva parole di Dio, continuano i loro affari, piuttosto amareggiati perché la notte di lavoro non aveva portato alcun guadagno. Col volto segnato dal fallimento, sistemano le barche, lavano le reti.

v.3 - Ogni azione di Dio è preceduta da un insegnamento. Dio prima di chiedere un abbandono totale prega di scostarsi un po‘ (il verbo greco ἐρωτάω, dalle sfumature molto delicate, significa proprio pregare, avere il desiderio di), di modo che, nella solitudine, lontano dalla folla, l’anima possa gradualmente diventare grembo accogliente della sua Parola.

v.4 - Dalla lettura in chiave sinottica si evince che il racconto della pesca miracolosa e l’invito a prendere il largo, sono assenti nei Vangeli di Matteo e Marco. Perché Luca ha interesse a sottolineare il gesto dell’allontanarsi, dell’andare verso il largo? Possiamo ricavarne un’interpretazione facendo riferimento a chi sono i destinatari cui Luca si rivolge. Infatti, Luca non parla solo agli ebrei, ma il suo annuncio è allargato anche ai pagani.

In sottofondo ecco la gradualità dell’amore che segue la logica dei piccoli passi. Gesù prima prega Simone di scostarsi un poco da terra. Adesso, con due imperativi esortativi, prendi il largo e gettate, lo invita ad estendere i propri orizzonti. L’amore dà il coraggio e chiede di andare oltre.

v.5 - Qui c’è il realismo della gente semplice. Abbiamo faticato tutta la notte: perché insistere, perché forzare ancora la realtà? Eppure Simone scommette su quell’uomo perché quell’uomo lo ha invitato a guardare oltre i propri limiti e fallimenti. Il suo è un atteggiamento di fiducia, aperto a quello che l’altro dice, fosse pure uno sconosciuto che gli chiede di tentare l’impossibile. Simone ancora non sa che, a breve, lui, semplice pescatore di Galilea, diventerà pietra, guida e sostegno della Chiesa universale.

vv.6-7 - In questi due versetti emerge tutta la potenza della fede. Solo fidandosi di Dio si prende parte ai prodigi che Egli compie. Tutto si amplia, s’ingigantisce come i verbi e gli aggettivi utilizzati: la quantità di pesci è enorme, le reti si rompevano, c’è bisogno di un’altra barca ed entrambe si riempiono fino a quasi affondare. Se non abbiamo sperimentato ciò, è perché non ci siamo fidati abbastanza, perché ancora abbiamo lasciato le nostre reti e tutto ciò che ci imbriglia sulla barca (paure, ansie, antipatie, rancori ...).

v.8 - è stupendo quest’atteggiamento di Simone! In lui convivono lo stupore di chi non crede ai suoi occhi e il timore di chi sta di fronte ad uno che, guardandoti, fa verità su chi sei, spogliandoti di ogni orgoglio e autosufficienza. In ogni Celebrazione Eucaristica noi riviviamo questo umile gesto nell’invito del sacerdote: “Per celebrare degnamente i santi misteri riconosciamo i nostri peccati”. Immaginiamoci anche noi, così, umilmente gettàti alle ginocchia di Gesù. Facciamolo soprattutto in quest’anno santo della misericordia.

v.9 - La parola greca θάμβος significa stupore, meraviglia, ma anche timore, paura. I pescatori e tutti coloro che erano con lui vivono un tripudio di emozioni, come quando ci si trova innanzi ad un mistero che la ragione non riesce a spiegare.

v.10 - Ecco il salto di qualità che Gesù propone. La fede non può fermarsi alla concretezza delle cose. La fede non è credere alle reti che si spezzano per l’enorme quantità del pescato. Fede è credere che si può essere anche pescatori di uomini. È interessante guardare alla traduzione del termine pescatori, che nell’originale è espresso con il participio ζωγρών letteralmente prendente vivi. Significa, appunto, prendere vivo, rianimare. Significa che d’ora in poi non si è più pescatori per auto sostentamento ma per rispondere all’invito più grande di gettare le reti nel mare della storia, per salvare gli uomini dalle profondità in cui essi sono affondati.

v.11 - Non una parola tra la missione data da Gesù e la risposta dei discepoli, piuttosto troviamo tre azioni, tre verbi forti, decisi: tirare, lasciare, seguire. Questi sono proprio gli atteggiamenti che chi segue il Maestro deve far propri. Senza ripensamenti. Anche se questo non preserva da futuri sbagli e rinnegamenti, come successe anche a Pietro. Eppure, Dio si fida di noi, ci invita a non temere, perché lui cammina con e dentro la nostra debolezza. Per questo tutti possiamo dire di averlo visto passare lungo le spiagge della nostra Galilea e di esserci sentiti dire anche noi: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”.