XXXIII Domenica del Tempo Ordinario

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario

Mon, 11 Nov 19 Lectio Divina - Year C

L’esistenza cristiana è in equilibrio tra presente e futuro, tra la sicurezza di ciò che si possiede e la speranza di ciò che si attende; e non si tratta certo di un equilibrio facile da raggiungere e da mantenere. A volte il presente si offre in tutto il suo splendore e la sua forza seducente; non è facile mantenersene liberi. Altre volte il futuro irrompe nel desiderio dell’uomo con violenza; non è facile misurare tutto il cammino necessario per giungere alla meta. Il Vangelo di oggi è un aiuto a comprendere questa condizione del credente nel mondo e a viverla correttamente.

Il libro di Malachia vuole confermare la speranza del credente annunciando la certezza del giorno del Signore. Verrà, e verrà come forza di giudizio. Superbi e ingiusti, che erroneamente ritengono di essere padroni del mondo e di poter disporre le cose a loro piacimento, saranno incendiati come paglia. Viceversa, i cultori del nome del Signore vedranno sorgere per loro il sole di giustizia, vedranno cioè compiersi la salvezza di Dio nella loro vita. Insomma, il futuro deve incominciare a trasfigurare il presente: non è tutto forte ciò che ora appare forte; né è sconfitto ciò che ora sembra tale. Sarà il futuro a rivelare la vera consistenza delle cose.

 

v.5: Parlano a Gesù del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che l’adornavano. Bello, imponente, rassicurante: così si presenta ai pellegrini il tempio di Gerusalemme.

Risponde con una parola profetica: “Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta” (Lc 21, 6). Ammiriamo pure le cose belle; è giusto. Ma conserviamo il senso vivo della loro fragilità; non durano. Nasce allora un interrogativo: “Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?” (Lc 21, 7).

La domanda manifesta un atteggiamento ansioso: si fugge dal presente per proiettarsi in quel momento critico del futuro, in cui ogni cosa è destinata a passare e verranno cieli nuovi e terra nuova. Ma nemmeno questo è l’atteggiamento giusto: “Guardate di non lasciarvi ingannare” (Lc 21, 8).

L’uomo è portato a spiare nella storia i segni della fine. E certo non mancano le crepe nell’edificio pur imponente della storia: guerre e rivoluzioni, terremoti, carestie e pestilenze... sono tutte esperienze che suscitano paura, che rivelano la condizione effimera del mondo.

E, in verità, c'è molto da imparare da tutti questi eventi. Ma accade che l’ansia dell’uomo li trasformi facilmente in segni immediati della fine e nasca così quella febbre del futuro che impedisce di vedere e vivere il presente.

Le parole di Gesù vogliono riequilibrare l’animo: “Devono accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine” (Lc 21, 9). Bisogna prendere sul serio il tempo presente, viverne le sfide, orientarne i progetti. Il “tempo intermedio”, quello che va dall’annuncio del Regno alla sua realizzazione piena, ha una sua densità, un suo significato e valore; l’esistenza cristiana non cancella il tempo; vuole piuttosto trasfigurarlo rendendolo portatore di speranza.

 

v.13: Non basta: il tempo intermedio è anche tempo di persecuzione per il credente. La seconda parte del Vangelo di oggi tratta proprio di questo e vuole offrire al discepolo alcune indicazioni essenziali: anzitutto l’ottica in cui il discepolo deve porsi è quella del rendere testimonianza.

L’essenziale non è vincere; nemmeno aver ragione; nemmeno sopravvivere; l’essenziale è poter rendere testimonianza all’amore di Dio in ogni circostanza. Istruito con la luce che viene dal Signore, pur perseguitato, il credente proclamerà davanti al mondo una sapienza misteriosa ma capace di contrastare efficacemente gli avversari. In che cosa consisterà questa sapienza? Nel manifestare la falsità del mondo e delle sue promesse, nel rivelare l’amore di Dio presente in mezzo alla storia come segno di speranza per l’uomo.

Accanto alla persecuzione da parte degli avversari ci sarà anche il tradimento da parte di amici e parenti; addirittura “sarete odiati da tutti per causa del mio nome” (Lc 21, 17). E tuttavia anche in questa situazione il discepolo deve mantenere la fiducia.

 v.14: Questo versetto ci dice che il martirio, la testimonianza, dicono che i cristiani non sono coloro che cambiano il senso della storia, ma coloro che, come il Cristo, la interpretano come luogo per rendere presente, per testimoniare fino al dono di sé, il Mistero che è in loro. Allora nel testimone, nel martire, la storia trova il suo senso e la sua piena valorizzazione. Il martire è colui che rivela come la storia ha un significato nella misura in cui in essa viene mostrato quello che è il suo senso ultimo, ciò che la trascende, cioè il mistero di Cristo.

Questo vale per la storia dei popoli e delle nazioni, ma anche in ogni storia va testimoniato ciò che è il suo senso e ciò che la trascende. Nella storia dei poveri, quando accadono fatti terrificanti, perché accadono anche nella storia di ciascuno, più che scandalizzarci, dobbiamo avere sempre la sapienza di riconoscere che in queste storie devastate ogni cosa è finalizzata a rendere testimonianza.

Una storia in cui nessuno rende testimonianza è una storia molto povera, misera, destinata a finire. La nostra storia vale nel momento in cui Gesù ha reso testimonianza al Padre e nel momento in cui il Padre ha reso testimonianza a Gesù. È questo che ha fatto della storia degli uomini una storia di salvezza. Il testimone è colui la cui vita dipende da un evento di cui è testimone. Questa è la risurrezione.

 v.15: Gesù si esprimerà per mezzo loro ed essi, pur non essendo colti, difenderanno il suo interesse nel modo giusto (“sapienza”) al punto che gli avversari non potranno resistere. In ogni caso Gesù non promette in linea di principio che salverà i discepoli dagli avversari -e del resto essi non si sono mai aspettati da lui un patto del genere- tuttavia Dio continuerà a tenere la sua mano sui suoi discepoli, per cui succederà a loro solo ciò che egli ha stabilito per la loro salvezza.

 v.19: Il salvare le proprie anime potrebbe essere legato a: “Se qualcuno vuol salvare la propria vita la perderà…”. Il perseverare cos’è se non il riconoscere che la salvezza è la condizione a cui dobbiamo tendere? Cosa è se non il riconoscere al dono totale della nostra vita, e quindi alla nostra morte, il vero banco di prova, l’evento che aspettiamo? Ed è importante questo, perché Gesù nel vangelo sembra riconoscere alla perseveranza che noi avremo vissuto, non una salvezza avuta come pacco regalo, ma una salvezza di cui lui ci rende partecipi, protagonisti.