III Domenica del Tempo Ordinario

III Domenica del Tempo Ordinario

Mié, 17 Ene 24 Lectio Divina - Año B

Nelle letture di questa IIIa domenica del Tempo Ordinario possiamo identificare come tema generale la scarsezza del tempo a nostra disposizione: sono dapprima i soli 40 giorni dell’ultimatum ai cittadini di Ninive per convertirsi, poi Paolo ricorda ai Corinzi che il tempo si è fatto breve; e nel vangelo di Marco leggiamo addirittura che il tempo è giunto al suo compimento, perché il regno dei cieli è già fra noi: occorre quindi operare una scelta.

Sembrerebbe un tema più adatto ad un periodo di preparazione, tuttavia, se è vero che per la Chiesa è sempre Avvento, la scelta di queste letture può essere particolarmente significativa.

Il profeta Giona è menzionato nel II libro dei Re (14,25) con riferimento ai tempi del re di Israele Geroboamo II° (783-743) quindi molto prima della caduta di Ninive, che avvenne nel 610 a.C. Inoltre gli studiosi della Bibbia notano che, in base al linguaggio usato, il testo risulta sicuramente posteriore ed appartiene al periodo post-esilico, quindi al V secolo a.C.

Non si tratta di un libro profetico; riporta il racconto della missione del profeta Giona, inviato da Dio a suscitare la conversione della città di Ninive, grande metropoli pagana dell’Oriente (probabilmente non così grande come la descrive il testo).

Si tratta di un libretto piccolo, di piacevole lettura, ricco anche di spunti umoristici. Il brano proposto oggi è un frammento molto breve dell’intero racconto; in esso si narra appunto la missione che il Signore affida a Giona di predicare, in termini ultimativi, la conversione ai Niniviti. Giona però si oppone al comando del Signore e va incontro a varie disavventure, finché non cede alla Sua volontà e inizia a predicare, riscuotendo pieno successo presso tutti i Cittadini. “Grandi e piccoli - dice il testo - credettero a Dio, bandirono un digiuno, vestivano di sacco” Di fronte ai segni di una conversione così piena il Signore recede dal progetto di distruzione che aveva concepito e così ci troviamo di fronte addirittura ad una conversione anche del Signore… Come sappiamo, ciò provocherà il disgusto di Giona ,però questa è una parte che il brano odierno non prende in considerazione.

In realtà, il significato fondamentale del racconto è che Dio non esclude nessuno dalla salvezza: né i peccatori né i pagani, purché sappiano veramente convertirsi a Lui.

Dio riconosce la conversione degli abitanti di Ninive constatando le loro opere di penitenza. Possiamo dire altrettanto di noi cristiani ?

Si può riconoscere, dalla nostra vita, che siamo un popolo di convertiti?

Il Salmo 24 (25), che la Liturgia ci propone, è uno stralcio molto breve di un lungo salmo di tipo penitenziale, riferito a Davide. Esso ci fa comprendere che, accanto alla grande fiducia nella misericordia del Signore, è necessaria anche la piena consapevolezza ed il riconoscimento del proprio stato di peccatori, cioè di poveri che necessitano del suo perdono.

Nella seconda lettura ritorna il tema del tempo, che, - afferma San Paolo - si è fatto breve. Non si tratta però del tempo in senso cronologico (krònos), ma del Kairòs, cioè di un tempo favorevole, di nuove opportunità, il tempo che abbiamo a disposizione per guadagnare il regno dei cieli. Per questo le successive espressioni, che potrebbero sembrare eccessivamente ascetiche, quasi a voler negare ogni valore alle realtà materiali, ed in particolare al matrimonio, vanno interpretate.

Non si vuol dire che chi è sposato debba vivere ignorando la sua realtà sponsale, così come non avrebbe alcun senso dire che quelli che piangono o gioiscono o possiedono, devono uscire da questo loro stato: si tratta sicuramente di un linguaggio per paradossi.

In molti altri brani dei suoi insegnamenti infatti Paolo ha speso parole di grande stima per lo stato sponsale, arrivando ad attribuirgli un vero valore di segno sacramentale dell’amore fra Cristo e la sua Chiesa.

Il problema che Paolo affronta nasce dal Kairòs, il tempo opportuno per ottenere la salvezza, che si fa sempre più breve. L’Apostolo vede la data della venuta del Signore (parusìa) è vista sempre con grande aspettativa e trepidazione, tuttavia non c’è mai una definizione sicura della sua data: talora pare incalzante, talora sembra che prima debbano verificarsi altri eventi nella storia. Pertanto non c’è da meravigliarsi se, ad esempio fra la prima e seconda lettera ai Tessalonicesi, si possiono cogliere sensibili differenze.

Sappiamo, dal Vangelo di Matteo (24,36), che solo al Padre è nota la data della venuta finale; a noi tocca l’attenzione vigilante ogni giorno della nostra vita: tutto il resto, magari anche realtà importanti come il matrimonio, devono rimanere in subordine rispetto alla ricerca del regno dei cieli.

Talora potremmo renderci conto che la Parola sembra farci proposte addirittura contrastanti con la nostra natura e, dunque, impossibili da attuare: in questi casi dobbiamo interrogarci se sappiamo leggerla in profondità, in modo da capire che quanto vi troviamo è solo frutto di amore da parte di Dio, che mira alla nostra felicità.

Il brano del vangelo di Marco (1, 14-20) ci annuncia la grande notizia, quella veramente Buona: il Regno di Dio e vicino, anzi è già arrivato: infatti il verbo greco usato, egizein, tratto dal linguaggio marinaresco, significa di per sé: sta facendo le manovre per accostarsi alla riva, dunque è già qui. Inoltre il verbo impiegato per definire la realizzazione del tempo opportuno, il kairòs, è impiegato al tempo aoristo (passato) ed in forma passiva: ciò sta ad indicare che è ormai realizzato, ma anche che è stato realizzato non dagli uomini, ma da Dio; l‘uomo è chiamato a dare una risposta piena e pronta: convertirsi e credere al Vangelo.

La conversione era già stata predicata dal Battista, ma Gesù ne sottolinea ulteriormente l’importanza: bisogna cambiare mente, imparare a pensare secondo la volontà di Dio e di conseguenza credere, cioè affidarsi alla Buona notizia che ci è data; scommettere la nostra stessa vita su di essa.

Così Gesù dà inizio alla sua attività pubblica, che come ci dice Marco, comincia in parallelo con l’arresto di Giovanni. Non a caso, per esprimere questo evento, viene usato il verbo paradidomi, lo stesso che verrà utilizzato per Gesù quando “fu consegnato” per la Passione in Croce.

Primo atto dell’attività di Gesù è quello di trovare collaboratori: ciò è significativo per dimostrare la continuità fra Gesù ed il Battista; infatti fra i primi ci sono proprio alcuni dei discepoli di Giovanni, da lui stesso indirizzati alla sequela di Gesù. In seguito il gruppo completo degli Apostoli sarà più composito: ci saranno altri pescatori, un pubblicano, un contabile, Giuda, che era il tesoriere del gruppo, un contadino... I primi seguaci sono tutti pescatori, scelti nei pressi del mare di Galilea; in particolare cu sono due coppie di fratelli, Simone ed Andrea, Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo, l’imprenditore dell’azienda di pesca. È dal loro mestiere che Gesù prende ispirazione per prospettare loro la missione cui vuole chiamarli: “vi farò pescatori di uomini”.

Questa frase è stata molto ben interpretata da Papa Benedetto XVI nell’omelia in occasione dell’inizio del suo ministero petrino: “Anche oggi viene detto alla Chiesa e ai successori degli apostoli di prendere il largo nel mare della storia e di gettare le reti, per conquistare gli uomini al Vangelo – a Dio, a Cristo, alla vera vita. (…) La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita”.