Salmi 50 e 51

Salmi 50 e 51

Dom, 25 Feb 24 Lectio Divina - Salmos

All'interno del salterio ci sono alcuni Salmi collegati tra di loro che si comprendono meglio se letti insieme; così è per i Salmi 50 e 51. Essi riproducono la dinamica giuridica del litigio, cioè di una procedura che ha valore giudiziario; essa prevede una parola dell’accusatore che si ritiene leso in un suo diritto, e una parola dell’accusato.

Il salmo 50 riporta la parola dell’accusatore, cioè di Dio, e il salmo 51 è la risposta dell’accusato. Questo schema riproduce anche ciò che noi facciamo con la pratica sacramentale della riconciliazione: c’è un primo momento in cui sentiamo la voce di Dio che denuncia il male, e un secondo momento in cui facciamo la nostra confessione e chiediamo il perdono.

Questo tipo di rapporto tra accusatore e accusato ha un luogo tipico nel quale anche oggi si manifesta: la famiglia. Infatti quando il padre vede qualcosa che non va in suo figlio, non lo denuncia al magistrato, ma gli parla insistentemente e, se anche lo rimprovera, è chiaro che non lo fa per condannarlo, ma per salvarlo.

La prima parte del salmo 50 ci presenta la convocazione da parte di Dio della terra e del cielo, chiamati ad essere testimoni contro Israele. La procedura pubblica e solenne dell’atto di accusa che Dio fa nei confronti del suo popolo si presenta come una teofania, in cui Dio “non sta in silenzio” e “rifulge”, accompagnato da “fuoco divorante” e “tempesta” che si scatena (vv. 2-3).

Egli vuole che il popolo che ha stabilito con Lui l’alleanza “offrendo il sacrificio” si presenti davanti a Lui, Giudice supremo (vv. 5-6).

"Popolo mio, ti voglio ammonire" è la sua prima parola; e l’ammonizione riguarda la relazione con Lui, perché Israele sta cedendo alla tentazione di pensare che ciò che deve fare nei confronti di Dio sia ciò che ogni altro popolo fa nei confronti dei suoi dèi, cioè offrire sacrifici. Ma Dio non ha bisogno dei sacrifici di animali, perché tutto ciò che è sulla terra gli appartiene; chiede piuttosto un “sacrificio di lode” (v. 14); è un’espressione curiosa, perché domanda un sacrificio di tòdà, che tradotto significa "riconoscimento". Dio chiede all’uomo che riconosca la verità su se stesso, cioè il proprio peccato e lo invita a invocarlo, dopo aver riconosciuto la sua situazione, per ottenere salvezza: "Ti salverò e tu mi darai gloria" (v. 15). È la salvezza ricevuta che permette all’uomo di dare gloria a Dio.

Dopo queste parole rassicuranti, il Giudice divino si rivolge in particolare all’empio per renderlo consapevole della gravità del suo comportamento negativo nelle relazioni fraterne, facendogli notare la contraddizione che lo abita: "Tu ripeti i miei decreti e hai sempre sulla bocca la mia alleanza" (v. 17) -afferma- cioè ti ritieni a posto per quanto riguarda le relazioni formali con me; ma poi di fatto tu ti getti dietro le spalle i comandamenti che domandano il rispetto della proprietà altrui e la custodia della relazione sponsale; ti abbandoni alla maldicenza e alla falsa testimonianza...

E interroga ancora: "Hai fatto questo e dovrei tacere? Credevi forse che io fossi come te"?(v. 21).

Il rimprovero accorato di Dio tende a non lasciare l’uomo in balia del suo stesso male, è un’ulteriore offerta di salvezza, perché non basta la confessione del peccato, occorre anche aprirsi a un cammino di rettitudine e di giustizia (cf v. 23).

 

Il Salmo 51 costituisce la risposta dell’orante, che replica in prima persona.

Il salmista si rivolge con voce supplichevole al Signore e chiede: "Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia, nella tua grande bontà, cancella il mio peccato". Riconosce il suo bisogno di purificazione totale, di essere lavato da tutte le colpe; e nella confessione del peccato non cerca scusanti, si mette a nudo per quello che è. Capisce che la vera conversione avviene quando si è convinti che il perdono è possibile solo perché Dio è buono. La constatazione che il male fatto davanti agli occhi del Signore è davvero grave lo porta anche a riconoscere che Egli è giusto quando parla accusandolo; per questo la sua confessione non lo porta alla disperazione, anzi lo spinge a tornare verso Colui che, pur offeso, è capace di bontà e misericordia.

La constatazione amara del salmista che "nel peccato mi ha generato mia madre" a causa della colpa originale che segna ogni percorso umano, trova conforto nella certezza che Dio contrasta le tendenze malvagie insegnando la sapienza e la sincerità del cuore (v. 8).

La ripetuta domanda di purificazione sfocia perciò nella richiesta di ritrovare la gioia e la letizia (v.10).

Per questo a partire dal v. 12 fino alla fine del Salmo non si chiede più perdono e l’invocazione ardita è: "Crea in me un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo". Il dono implorato di una creazione nuova del cuore e del rinnovamento dello spirito non è semplicemente la richiesta di cancellare il passato e di aprire una possibilità per il futuro; è appunto la richiesta di una nuova creazione.

Se uno è nato nel peccato, non può aprirsi a Dio se Egli non lo crea di nuovo, se non gli dona un cuore e uno spirito capace di agire bene. Quindi il perdono qui è visto come un intervento di Dio che risana fin dalle origini la storia dell’uomo che lo ha invocato e restituisce la gioia della salvezza, dando nuovo vigore e generosità d’animo a chi lo riceve (vv. 13-14)

Le parabole evangeliche della misericordia terminano sempre con il banchetto della gioia, con la festa. Anche questo Salmo fa capire che il cammino autentico verso la gioia passa attraverso la richiesta di perdono; e la pienezza di vita che ne deriva si esprime nella letizia e nel canto: "Apri le mie labbra e la mia bocca canterà la tua lode" (v. 17); una lode autentica, che finalmente si può manifestare anche attraverso “sacrifici prescritti che Dio gradirà “(v. 21) perché offerti con cuore docile e puro.

Tutti i Salmi richiamano fondamentalmente la gioia. Anche i Salmi di confessione dei peccati chiedono insistentemente questo dono di Dio, perché sia possibile una lode autentica.

Nell’Antico Testamento non c’è la parola che dice: "Io ti perdono"; solo in Numeri 14,20 Dio dice: "Io perdonerò", al futuro. È il Nuovo Testamento che si presenta come parola che esplicitamente dice: "Io ti perdono"; ed è il Cristo che viene a colmare l’anelito profondo del peccatore pentito di un completo rinnovamento interiore.

La prolungata preghiera penitenziale di Israele trova piena risposta quando risuona la parola di Gesù, il quale non solo dice: "Perdono i tuoi peccati", ma pone quei gesti concreti di riconciliazione che sono il mangiare con i peccatori e il partecipare con loro alla gioia della vita vera ritrovata.

 

Domande per la riflessione personale

  • Come vivo il sacramento della riconciliazione? Con paura di espormi o di quello che penserà di me il confessore?
  • In che direzione va la mia esperienza a proposito di richiesta di perdono? Verso un maggiore impegno, oppure mi allontano sempre più dalla confessione dei miei peccati? Che cosa ci aiuta maggiormente a ritornare al Signore?