Salmo 46

Salmo 46

Lun, 25 Dic 23 Lectio Divina - Salmos

Il Salmo 46 celebra la città di Sion nel momento di una clamorosa vittoria riportata sui nemici e dovuta unicamente alla protezione divina. Probabilmente ci si riferisce a un avvenimento storico preciso. Si tratta, come attesta l’accordo quasi unanime dei critici, della precipitosa ritirata di Sennacherib di fronte alle mura di Gerusalemme nel 701 a.C. Lo spietato e travolgente esercito assiro, dopo aver invaso il paese obbligando il re a versare un grave tributo, sembrava ormai avere in pugno Gerusalemme, priva di aiuti e provocata da ambascerie sprezzanti. Un’improvvisa epidemia mortale che riduce l’esercito ai minimi termini (e forse anche cattive notizie ricevute dall’Assiria), costringe il re Sennacherib a rinunciare all’assedio.

Il Salmo racconta la storia in stile poetico, trasfigurando gli eventi, sublimandoli e accostandoli a eventi cosmici; ne risulta una composizione mirabile per arditezza d’immagini, espressioni linguistiche, dinamicità e armonia di sviluppo.

Il Salmo è composto di tre strofe, intercalate da un ritornello ricorrente.

 

La prima strofa (vv. 2-4) descrive l’assalto cosmico dell’oceano contro la stabilità della terra ferma e dei suoi baluardi più solidi, che sono i monti. La terra, saldamente fondata da Dio sulle acque, trema, perde la sua consistenza, si contagia di mobilità e agitazione oceaniche. I monti, fissati per sempre, tremano e sono inghiottiti dall’oceano. Come per un diluvio dal basso, sembra che si stia per ritornare al caos primordiale, quando “eruppero tutte le sorgenti del grande abisso” (Gen 7, 11).

L'assalto cosmico, che minaccia di distruggere la dimora dell'uomo, non intimidisce però la comunità orante, che confidando nel Signore dispone di un rifugio o fortezza non fabbricati dall’uomo: cioè Dio stesso. Se le acque minacciano di superare perfino le cime dei monti, il rifugio dovrà essere più alto di tutto ciò che è terrestre; e il rifugio è il Dio che domina le acque. Il “non temiamo” del v. 3 è come la risposta al classico invito “non temere”, tanto conosciuto e assimilato dalla comunità d'Israele.

 

La seconda strofa (vv. 5-8) ci mostra la città di Dio, idealizzata come Dimora santa dell’Altissimo di cui non si riferisce il nome, perché tutti sanno che si tratta di Gerusalemme. Il titolo divino "Altissimo" suggerisce immagini di esaltazione, di elevazione, induce a guardare verso il cielo. Sebbene l’autore non pronunci il nome di Gerusalemme o di Sion, tuttavia altri salmi e testi poetici propongono concordi questa identificazione: “Città di Sion” (Sal 87, 3), “ti chiameranno Città del Signore” (Is 60, 14). Si tratta di una Gerusalemme trasfigurata dalla presenza e dal dominio del Signore “in mezzo a lei”. In essa non penetra il tumulto della guerra e l’elemento acqua svolge una funzione contrapposta rispetto alla forza distruttiva della strofa precedente. C’è un fiume, diviso in canali che attraversano e percorrono la città; un’acqua tranquilla, fecondatrice, cui non giunge l’agitazione aggressiva dell'oceano. In mezzo al tumulto caotico, la città è in festa, e sono proprio i suoi canali e le sue condotte d’acqua, che la rendono ridente e accogliente.

Tuttavia, anche se la città è tranquilla, sembra minacciata e stretta assedio: il Signore deve uscire in sua difesa prima dell’aurora, ora dell’attacco del nemico. Questa volta gli assalitori della città sono umani: popoli e re o regni. I popoli si agitano, le monarchie vacillano, la terra trema, ma non la Città di Dio. Il fallimento e la sconfitta dei nemici sono rapidissimi: risuona il grande tuono teofanico; la terra gli risponde tremando e l’assalto viene sventato prima dello spuntare dell’alba.

La comunità può ora ripetere il ritornello di piena fiducia: Il Signore degli eserciti è con noi, nostro rifugio è il Dio di Giacobbe!

La terza strofa contiene due coppie di imperativi. I primi: venite e vedete sembrano pronunciati dal poeta o da un liturgo all’interno del poema, poiché il Signore vi figura in terza persona, come Colui che ha fatto portenti sulla terra. Ma ancora una volta la scena diventa drammatica: armi e battaglie minacciano la città e i suoi abitanti; il Signore, però si riserva tutta l’azione difensiva: è Lui che rompe gli archi e spezza le lance, che brucia con il fuoco gli scudi dei nemici. Gli altri due imperativi: fermatevi e sappiate (che si potrebbero anche tradurre con arrendetevi e riconoscete) sono pronunciati dal Signore stesso, che per così dire articola in parole il tuono colossale del v 7, rivendicando così la sua maestà davanti alle genti e a tutta la terra. La comunità è chiamata ancora una volta a proclamare che Dio in persona è in mezzo ad essa.

Se i primi imperativi “venite e vedete” erano rivolti al popolo, i due ultimi “fermatevi e sappiate”, indirizzati ai nemici arroganti, li invitano a desistere dai loro piani aggressivi.

Il ritornello finale conclude il Salmo confermando che il popolo eletto ha sempre il Signore con sé che sta sempre dalla sua parte. Egli non è soltanto il Signore dell’universo; si fa vicino e costituisce un rifugio sicuro per tutta la discendenza di Giacobbe.

 

Trasposizione cristiana.

L’ispirazione escatologica del salmo, il tema della salvezza e della protezione divina si esplicita nella rivelazione del Nuovo Testamento, ove trova uno sviluppo particolare nel senso del trascendente, come ce lo presenta l’Apocalisse: “Vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la Città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi. Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21, 1-4). E continua: “Mi mostrò poi un fiume d'acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell'Agnello” (Ap. 22, 1).

Queste incisive immagini e metafore presentano il nuovo eone (secolo = tempo che precede la parusìa), al quale già rivolge lo sguardo il nostro salmo. Ma come l'orante dell'Antico Testamento intravedeva già qualche sprazzo dello splendore di tale realtà in Gerusalemme, così anche per noi la Città santa è già in parte, nella Chiesa, una realtà del presente.

Ai fedeli dal Nuovo Patto che pregano con questo salmo, Eb 12, 22 dice: “Voi vi siete accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione, dalla voce più eloquente di quello di Abele”. Il salmo 46 aiuta a tradurre questa fede in fattiva certezza e in costante fortezza d'animo.

 

In chiave ecclesiologica, la “città di Dio” è la Chiesa. Il fiume d'acqua è lo Spirito Santo che agisce attraverso l’acqua battesimale. Nella Chiesa Gesù Cristo è sempre “con noi”, perché vive in mezzo ad essa. Nella vita interna della Chiesa, gli imperativi “fermatevi e sappiate” del v. 11, sono interpretati da vari autori antichi come un’esortazione alla contemplazione.