Salmo 41

Salmo 41

Mié, 25 Oct 23 Lectio Divina - Salmos

Il Salmo 41 rivela per contenuto e stile la sua antichità (epoca di Davide?), ma dimostra di aver subìto in seguito continue riletture. È difficile, dallo stato in cui ci è pervenuto, dedurre con sicurezza la situazione precisa in cui il salmista si trova e, per conseguenza, il genere letterario. Alcuni studiosi, partendo dalla beatitudine iniziale e dal versetto conclusivo, pensano a un inno di ringraziamento, in cui ha larga parte il “ricordo” delle passate avversità. Altri, considerando principalmente la descrizione della sventura, pensano a una lamentazione di tipo tradizionale.

Certamente il Salmo chiude la grande collezione davidica e allo stesso tempo il libro I del Salterio, con la nota dossologia di “Benedizione al Signore” riportata nel v. 14 .

Può essere diviso in tre parti: una beatitudine iniziale; un lamento nella parte centrale; un’espressione di fiducia finale.

Nei versetti introduttivi 2-4, di colorito esortativo e didattico, si esalta la beatitudine di chi è sollecito verso i deboli; tale attenzione sarà largamente ripagata da Dio con la sua protezione e il suo favore, perché il Signore stesso veglierà su di lui e non soltanto lo renderà beato sulla terra, ma si prenderà cura di Lui nella sua sofferenza e malattia.

Ed è proprio questa la situazione che il salmista sta vivendo, come risulta dalla lunga lamentazione dei vv. 5-11.

Essa inizia con il riconoscimento davanti a Dio della propria colpa da parte dell’orante: “Contro di te ho peccato” (v. 5), secondo la tipica logica dell’uomo biblico che dall’effetto presente (la malattia) risale spontaneamente alla causa (la colpa); ciò non gli impedisce di protestare la propria innocenza davanti ai nemici malevoli. Si spiega così il fenomeno caratteristico del contraddittorio atteggiamento di colpevolezza davanti a Dio e d’innocenza davanti ai nemici; sulla base della teoria della retribuzione il peccato è considerato la radice e la causa della malattia e il perdono divino la causa della guarigione.

Nel Salmo 41 però la sofferenza del malato è accresciuta dalla crudeltà dei nemici che gli augurano il male (v. 6), non vedono l’ora che muoia e andando a visitarlo (cf. v. 7) lo guardano con occhio malevolo e “pensano il male” (v. 8) contro di lui.

Ancor più profondo è lo sconforto quando il salmista deve constatare che proprio l’amico in cui confidava, colui che mangiava il suo pane (v. 10) è diventato suo nemico, pronto a schiacciarlo con il suo calcagno.

Sgorga perciò dal suo cuore la supplica fiduciosa: “Tu, Signore, abbi pietà e sollevami”, insieme alla petizione di “poterli ripagare” (v. 11); richiesta del tutto comprensibile in una preghiera veterotestamentaria, in cui la retribuzione, sia negativa che positiva, è sentita come un’esigenza inderogabile della divina giustizia. Infatti il salmista osa affermare: Da questo saprò che tu mi ami, se non trionfa su di me il mio nemico (v.12).

Il Salmo si chiude con la proclamazione, da parte dell’orante, della divina benevolenza e protezione, motivo caratteristico dei Salmi di fiducia: “Mi fai stare alla tua presenza per sempre” (v. 13): egli pensa così di ritornare al suo servizio nel tempio, da cui è stato forzatamente allontanato a causa della sua malattia.

La dossologia che suggella il Primo Libro dei Salmi, testimonianza dell’utilizzazione cultica del Salterio (v. 14) è un’acclamazione liturgica che testimonia l’uso comunitario non solo del Salterio in genere, ma anche dei singoli Salmi, non esclusi quelli individuali, che sono la maggioranza in questo libro I. È la risposta di consenso, di fede e di adesione dell’assemblea, in risposta alla benedizione del Signore, cantata probabilmente dal sacerdote (cf Sal 106,48).

 

Lettura cristiana

La beatitudine iniziale del Salmo: “Beato l’uomo che ha cura del debole” (v. 2) può essere letta come un’anticipazione di quella evangelica: “Beati i misericordiosi, poiché troveranno misericordia” (Mt 5,7).

L’espressione del salmista: “Anche l’amico in cui confidavo, che mangiava il mio pane…” è vista avverarsi, dall’evangelista Giovanni, nella passione di Gesù, con il tradimento di Giuda (Gv 13,18).

Non sarebbe invece ammissibile né nel cuore né sulla bocca di un orante che professi la morale evangelica (cf Mt 5,10) la richiesta: “Che io li possa ripagare” riportata nel v. 11 del Salmo.

Domande per la riflessione personale:

  • Nella mia preghiera come sento e considero i miei nemici? In particolare quelli che sparlano di me, o mi fanno del male o mi criticano e mi giudicano?
  • Quale reazione ho in circostanze simili, quando la delusione si fa grande e pesante?
  • Confido più negli amici che nel Signore?
  • Come affronto le varie delusioni della vita, specialmente i tradimenti degli “amici” o di quelli in cui avevo riposto la mia fiducia ed affetto?