Salmo 47

Salmo 47

Mié, 10 Ene 24 Lectio Divina - Salmos

Il Salmo 47 è un inno escatologico, il primo dei “Salmi del regno” e sviluppa con solennità il concetto che “il Signore è Re”: di Israele e del mondo. Troviamo qui un richiamo alla tradizione antica dei re d’Israele, che con un corteo trionfale salivano al tempio in mezzo alle acclamazioni del popolo. L’andamento solenne del Salmo evoca anche la processione solenne che accompagnò il trasferimento dell’Arca in Gerusalemme, raccontata nel secondo libro di Samuele (6,1-23).

Il Salmo potrebbe considerarsi come continuazione o sviluppo del precedente Salmo 46; in esso si esaltava le sede della regalità, qui invece si celebra la figura stessa del Re divino e si focalizza l’universale sovranità di Jahwèh nel momento solenne del suo insediamento. Tale regalità, riconosciuta e acclamata da Israele, eredità diletta del Signore (v. 5), si estende, da Sion, su tutta la terra (vv. 3.8.10).

Dopo l’invito introduttivo, rivolto a “tutti i popoli” perché prendano parte alla festosa acclamazione del Dio d’Israele quale Re universale, viene ricordata nella prima parte del Salmo (vv. 2-6) la munifica donazione della terra di Canaan fatta da Dio ad Israele, dopo aver soggiogato “sotto i suoi piedi” i vari popoli che là dimoravano (v. 4).

L’acclamazione regale manifesta la gioia della folla per quell’avvenimento straordinario; e l’applauso è il gesto festante che l’accompagna, ricordato esplicitamente anche nel secondo libro dei Re (11,12): “Gli astanti batterono le mani ed esclamarono: Viva il re!”.

Qui però non ci troviamo davanti a un semplice re terreno, bensì davanti al Signore, che è Terribile e Altissimo (v. 3): attributi propri della divina maestà, che ricorrono più volte nei Salmi e ricordano anche la potenza del Dio del Mar Rosso (Es 15,11) e del Monte Sinai (Dt 10,17). Dio viene riconosciuto come “re grande su tutta la terra”, evidenziando così il carattere universale della regalità divina; essa si basa teologicamente sull’opera della creazione e storicamente si afferma nella coscienza d’Israele, in un modo che rispecchia quello dei popoli dell’Antico Oriente. Essi infatti misuravano l’“egemonia” della propria divinità su tutti gli altri dèi in base all’“egemonia” politica raggiunta sugli altri popoli; il soggiogamento dei popoli della Palestina, prima, e quello dei popoli circonvicini, dopo, per opera di David, mostrarono agli Israeliti in modo concreto la portata “universale” del regale dominio di Jahwèh: come si ricorda nel v. 4: “Egli ci ha assoggettati i popoli, ha messo le nazioni sotto i nostri piedi”.

La nostra eredità …”, evocata nel v. 5, è la Terra Promessa, scelta da Dio quale stabile dimora per il suo popolo e chiamata “vanto di Giacobbe” (cioè Israele), termine applicato con lo stesso senso anche al tempio dal profeta Ezechiele (24,21).

Dio “ascende Dio tra le acclamazioni, al suono di tromba” (v. 6) per prendere possesso della sua capitale, come quando l’Arca fu fatta “ascendere” da Davide nel santuario di Gerusalemme.

La seconda parte del Salmo (vv. 7-10) è anch’essa introdotta da un invito all’acclamazione di Dio, per la sua universale divina regalità; in conclusione troviamo una nota “ecumenica” perché si vede l’affratellamento delle genti con la discendenza di Abramo, nella comune esaltazione del Dio d’Israele.

Cantate inni a Dio, cantate inni”. Nel v.7 ricorre quattro volte la forma imperativa plurale: “cantate inni”, che si ripete di nuovo nel v. 8 con l’ampliamento: “cantate inni con arte”.

Non basta dunque una lode qualsiasi, perché a Dio, re supremo, è dovuta un’esecuzione perfetta. La voce “maskil”, che si trova anche nei titoli di 13 Salmi, ha una sfumatura di carattere sapienziale: indica infatti una “lode sapiente”.

Dio regna sui popoli” (v. 9). L’espressione del v. 9: Dio “è diventato re” ha un senso dinamico e non solo statico, come quando si dice: Dio è re, e regna”. Questa espressione probabilmente si riferisce al grande ritorno di Jahwèh con il suo popolo dalla cattività babilonese (cf Is 52,5) e alla riappropriazione del suo trono regale sul “Monte Sion e su Gerusalemme” (Is 24,23).

Ora da lì Egli regna “sui popoli” e “siede sul suo trono santo” che è l’Arca dell’alleanza.

Era usanza, attestata per l’unzione di David in Ebron raccontata dal secondo libro di Samuele (5,3), che i “prìncipi” e “capi” dei popoli confinanti con Israele partecipassero alla cerimonia dell’intronizzazione regale; il v. 10, che recita: “I capi dei popoli si sono raccolti” (v. 10) suggerisce una visione dilatata e universale: si intravede, cioè, un panorama più vasto, secondo la visione di Is 2,2-5, che prevede l’afflusso di tutti i popoli a Gerusalemme per conoscere il vero Dio e camminare per i suoi sentieri. In questo versetto i popoli stranieri, attraverso i loro capi, visti come “ i potenti della terra” (alla lettera “gli scudi della terra” per il loro compito di governo e di difesa) si raccolgono attorno al “popolo del Dio d’Abramo” per la professione di fede nell’unico vero Dio.

Si specifica così il motivo della regalità sui popoli del v. 9: essi appartengono a Dio, che li protegge e difende.

Lettura cristiana

Nel Nuovo Testamento il v. 6 del Salmo 47 viene riferito all’Ascensione di Cristo e alla sua glorificazione (cf. Gv 12,32; Mc 16,15-20; Lc 24,46-53).

Alcuni Padri, tra cui Agostino e Giovanni Crisostomo, mentre esortano a “cantare inni con arte” come indicato nel v. 7, invitano a completare la lode con le buone opere.

La regalità di Dio è esplicitata oltre che nelle parabole del Regno, anche nell’Apocalisse, dove Giovanni usa il caratteristico appellativo: “Colui che siede sul trono”.

 

Domande per la riflessione personale

  • Lascio che il Signore regni nella mia vita?
  • Nella preghiera, che tempo do alla lode e al ringraziamento?