Salmo 49

Salmo 49

Sáb, 10 Feb 24 Lectio Divina - Salmos

Il Salmo 49 è una “lezione” di sapienza indirizzata a tutti gli uomini: “nobili e plebei”, “ricchi e poveri” (v. 3). Per i ricchi, i gaudenti, i potenti di questo mondo essa vuol essere un severo ammonimento sulla vanità delle ricchezze e sulla triste sorte che li aspetta dopo la morte nello Sheol (luogo tenebroso e privo della presenza di Dio). Invece ai poveri, che spesso sono oggetto di scherno e di oppressione da parte dei ricchi e forse esposti alla tentazione di invidiare la loro sorte che esternamente appare beata, la “lezione” è una parola d’incoraggiamento: i poveri sono esortati ad avere la stessa fede del salmista, che è certo di essere salvato da Dio e di essere sottratto dal potere della Sheol (v. 16).

Il Salmo affronta, in definitiva, il problema della retribuzione e della felicità soltanto apparente degli empi; e verrà risolto secondo la dottrina tradizionale dei saggi.

Prima di impartire la sua lezione, l’ispirato maestro di sapienza chiama a raccolta i suoi uditori da tutte le parti della terra e da qualunque condizione sociale (vv. 2-5).

Ascoltate, popoli tutti” è la formula caratteristica che introduce sia i detti sapienziali (cf Gn 4,23) che gli oracoli profetici (cf Is 1,2; Mic 1,2).

Il salmista quando dice: “Porgerò l’orecchio a un proverbio, spiegherò il mio enigma sulla cetra” (v. 5) accenna probabilmente al carisma dell’ispirazione, dono concesso da Dio, mediante il quale egli potrà “spiegare” (alla lettera: “aprire”) sulla cetra (cioè con una composizione lirica, qual è il Salmo), lo spinoso e misterioso problema del destino finale dell’uomo.

L’accompagnamento di uno strumento musicale, quale la cetra, richiama lo stile degli antichi vati cantori e suppone l’ambiente liturgico come destinazione del Salmo.

Prendendo spunto dalla propria esperienza, segnata dalla constatazione dell’oppressione da parte dei ricchi e potenti sui poveri (vv. 6-7), il salmista li incoraggia ricordando la funzione “livellatrice” della morte, a cui non solo i sapienti, ma anche gli stolti e gli empi non possono sfuggire.

Perciò non si deve“temere nei giorni tristi”, quando ci si sente come accerchiati dalla malvagità, perché in realtà “nessuno può riscattare se stesso” (v. 8). Ogni uomo, infatti, per suo destino, è un condannato a morte e per sfuggire a tale condanna in modo da poter vivere per sempre (v.10) dovrebbe pagare a Dio un adeguato prezzo di riscatto che, com’è detto nel versetto seguente, è fuori delle possibilità umane.

Tale realtà però normalmente viene dimenticata, specialmente quando tutto sembra andare al meglio; e di fatto, nota il salmista, “l’uomo nella prosperità non comprende; è come gli animali che periscono” (v. 13). Questo versetto, ripetuto a conclusione di tutto il Salmo, sottolinea la stoltezza del ricco che si rifiuta di conoscere la sua fine, non dissimile da quella di poveri esseri irragionevoli come gli animali.

È la stessa tragica osservazione del Qoelet: “Il destino dei figli degli uomini e delle bestie è identico; come muoiono queste, così muoiono quelli … Tutto è vanità” (Qo 3,19).

In questa situazione c’è però una nota di luce che il salmista evidenzia: Dio lo riscatterà dalla tetra destinazione del resto dei mortali; destino che implicitamente può valere anche per tutti coloro che, accogliendo le sue esortazioni, non si lasceranno sopraffare dalla tentazione della “prosperità del ricco”. Dio infatti “potrà riscattarmi” (v. 16); così alla certezza dell’impossibilità dell’uomo a redimersi dalla morte, corrisponde la certezza opposta dell’azione salvifica di Dio nei suoi riguardi. Tale certezza, propria anche di altri Salmi, anima e allieta l’orante, il quale sa che Dio, liberandolo dallo Sheol, gli farà “conoscere la via della vita” (cf Sal 16,11).

Se l’uomo non può riscattarsi da se stesso, Dio lo può fare per i suoi fedeli e per chi, come il salmista, spera in lui (cf Sal 16,9-10).

Ed ecco l’ulteriore professione di fede dell’orante: “… mi strapperà dalla mano della morte” (v. 16b); letteralmente: “mi prenderà”, verbo che indica positivamente il modo in cui avverrà la sua “redenzione”, e cioè per via di una misteriosa “assunzione".

Sebbene non si possa affermare che qui il salmista intraveda la possibilità di essere portato in cielo, tuttavia fa intuire che la sorte finale dei giusti sarà diversa da quella degli empi. Questa fede ancora implicita ed incompleta in una retribuzione futura prepara la rivelazione ulteriore della resurrezione dei morti e della vita eterna.

Pertanto l’esortazione: “se vedi un uomo arricchirsi, non temere” (v. 17) rivolta a un uditorio composto di poveri e oppressi come il salmista (v. 6), piuttosto che di ricchi, generalmente poco propensi ad accogliere una lezione scomoda, vuole essere un caldo invito a non invidiare l’apparente prosperità del ricco, né a temere i suoi soprusi (v. 6), poiché totalmente diversa sarà la sorte finale.

Così colui che “nella sua vita si diceva fortunato …” (v. 19): letteralmente: “benediva l’anima sua”; con lo stesso atteggiamento di autocompiacimento del ricco stolto della parabola evangelica (cf Lc 12,19) si troverà con la generazione dei suoi padri che avevano fatto le sue stesse scelte: immerso nel buio più totale e privo - per sempre - della luce di Dio.

Domande per la riflessione personale

  • Quale è la ricchezza che desidero?
  • So condividere con chi ha meno di me?