Salmo 55

Salmo 55

Mié, 10 Abr 24 Lectio Divina - Salmos

Con il salmo 55 ci troviamo davanti a un Salmo di lamentazione individuale particolarmente complesso a causa della disorganicità della composizione e di un certo disordine nell’esposizione dei pensieri; contiene tuttavia espressioni liriche suggestive e di grande efficacia, che presentano punti di contatto con alcuni testi del profeta Geremia (4,19; 9,1-2; 18,19).

Dopo l’invocazione iniziale si enuncia il tema del Salmo: un angosciato appello al divino soccorso di fronte alle minacce del nemico; si prosegue con un lungo lamento; si dichiara poi la fiducia nell’intervento divino, per concludere augurando il peggio ai nemici.

La simbologia è cosmica, spaziale, temporale e psicologica.

All’inizio (vv. 2-4) l’orante, che si dichiara sconvolto e affannato, sollecita l’ascolto di Dio, lo invita a “porgere l’orecchio” alla sua preghiera, a rispondere alla supplica, a rendersi conto della virulenza dei nemici, definiti come empi, che gridano, lo perseguitano ferocemente, “riversano sventura” contro di lui, quasi volessero sommergerlo con un’inondazione distruttiva.

Inizia poi la vera e propria lamentazione (vv. 4-16), in cui il salmista presenta la sua situazione psicologica: il suo cuore freme (alla lettera: si contorce, quasi per doglie di parto); terrori di morte si abbattono su di lui come un peso opprimente; è oppresso da timore, sgomento, spavento.

In questa situazione vorrebbe fuggire e, con un’immagine suggestiva, invoca di poter avere ali per volare ed evadere da quell’ambiente, in cui regnano sovrane l’iniquità e l’oppressione (vv. 8-12); vorrebbe rifugiarsi nel deserto, che per la sua solitudine è tradizionalmente un luogo di pace... Lì potrebbe riposare in un luogo di riparo, lontano dalla furia del vento e dell`uragano (vv. 8-9) che si stanno abbattendo su di lui.

Ma poiché deve accettare la realtà e non può fuggire, si rivolge a Dio con una forte preghiera imprecatoria: “Disperdili …confondi le loro lingue” (v.10): una maledizione che richiama la torre di Babele (Gn 11,7-11)! Il salmista chiede al Signore di servirsi ancora della confusione delle lingue per distruggere i suoi nemici, essi che riempiono delle loro malefatte la Città dovunque: sulle sue mura … nelle sue piazze e senza dare un istante di tregua, perché agiscono giorno e notte (vv.10b-12).

I misfatti elencati sono sette (che è il numero della totalità): violenza, contese, iniquità, travaglio, insidie, sopruso e inganno; in questi comportamenti è racchiusa ogni immoralità, empietà e ingiustizia.

La lamentazione continua esprimendo lo sconcerto del salmista davanti al tradimento di un amico (vv. 13-15); trovandosi totalmente impreparato e profondamente scoraggiato davanti a questa dura realtà, gli si rivolge direttamente, come in un soliloquio. Interpella l’ex-amico, ora suo nemico, apostrofandolo: “Ma sei tu, mio compagno …” gli ricorda i tempi felici dell’amicizia sincera, con la partecipazione comune ai doveri religiosi, in particolare i pellegrinaggi al tempio compiuti insieme.

Ma ora la delusione provocata dal tradimento porta il salmista ad una nuova e più virulenta imprecazione: la maledizione diventa più violenta e con toni funerei: la morte improvvisa deve piombare sui nemici e gli inferi devono ingoiarli vivi (v. 16)... e la morte è immaginata precipitare dall’alto su di loro come un rapace; lo sheol è visto come un drago pronto a inghiottirli.

In forte contrapposizione con i comportamenti malvagi dei nemici, l’orante ricorda che lui invece si rivolge a Dio con fiducia, lo invoca con lamenti e sospiri di sera, al mattino, a mezzogiorno …” (v. 18), indicando così la continuità della sua supplica, che si protrae per tutto il giorno ininterrottamente. Possiamo notare qui la divisione del tempo tipicamente ebraica: sera, mattino e mezzogiorno, perché il giorno ha inizio alla sera e termina al pomeriggio seguente.

Per la sua insistente preghiera, l’orante è certo che Dio ascolta la sua voce e lo salva, che gli dà pace dagli avversari e li umilia, “Egli che domina da sempre” (vv. 19-20), perché Lui è “il sedente da sempre” (v. 20): un titolo di Dio che esprime come Egli sia re e giudice da sempre e per sempre!

A questo punto di nuovo il salmista torna a ricordare le malefatte dei nemici, descritti come fondamentalmente ostinati nel male (“per essi non c’è conversione”) e come empi (“non temono Dio”).

Queste persone infide, che tradiscono le alleanze, si servono del linguaggio in modo distorto e aggressivo; le loro parole sono come spada sguainata. Sebbene la loro bocca sia più untuosa del burro e le loro parole più fluide dell’olio … (v. 22) essi vogliono soltanto ingannarlo e calunniarlo. La duplice immagine del burro e dell’olio, che di per sé dovrebbe essere positiva, descrive bene la falsità e l’ipocrisia dei nemici (cfr. Pv 26,23-26).

Pressato da ogni parte, il salmista sente il bisogno di un’autoesortazione che lo aiuti ad avere fiducia in Dio, dicendo a se stesso: Getta sul Signore il tuo affanno!…” (v. 23), nella profonda convinzione che Dio viene in soccorso del giusto.

Nell’ultimo versetto riprende il tono imprecatorio, augurandosi che il Signore sprofondi nella tomba (alla lettera: “nel pozzo della fossa”) quegli uomini sanguinari e fraudolenti e non li faccia giungere “alla metà dei loro giorni”, essendo la morte prematura segno di maledizione e di rigetto da parte di Dio.

Il salmista conclude con una rinnovata e piena confessione della sua fiducia incondizionata: Ma io, Signore, in te confido!