Mercoledì delle Ceneri

Mercoledì delle Ceneri

Jue, 16 Feb 23 Lectio Divina - Año A

Con l’austera, solenne liturgia delle ceneri la Chiesa ci invita ad un forte, rinnovato cammino di conversione, in vista della santa Pasqua; lo fa con varie voci e diversi punti di vista, che vogliono ricondurci tutti alla riconciliazione con il Signore.

La prima lettura è tratta dal libro di Gioele: si tratta di un piccolo volume, molto antico (risalente a parere degli esperti ad un periodo variamente stimato fra il nono ed il quinto secolo a.C.; sicuramente la redazione definitiva è post-esilica); il profeta esercitò la sua attività in Giudea, vicino a Gerusalemme.

L’occasione di questo libro sembra sia stato un evento realmente accaduto storicamente: un’invasione catastrofica di cavallette e la conseguente carestia; il tema principale è quello del Giorno del Signore, inteso alternativamente sia come il momento del castigo severo di Dio per i peccati del popolo, sia come il giorno della liberazione dalla catastrofe.

La conversione e la penitenza sono i grandi mezzi a nostra disposizione per “indirizzare” l’atteggiamento stesso del Signore nei nostri confronti: “Chissà che non cambi e si ravveda”... È necessario, però, cambiare il modo di pensare nella profondità del nostro io: “Laceratevi il cuore e non le vesti!”. Il gesto di lacerarsi le vesti è il riferimento ad una gestualità rituale in uso fra gli Ebrei per dimostrare sgomento, come fece il Sommo sacerdote davanti a Gesù.

La conversione solo nell’esteriorità, solo nei riti e nei gesti, anche se dovesse essere universale (“radunate il popolo in assemblea solenne, chiamate i vecchi, unite i fanciulli, i bambini e i lattanti, esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo”) non è sufficiente a smuovere il Signore, se non c’è il cambiamento vero del cuore, dell’interiorità. Ciò nonostante una buona garanzia dell’esito fruttuoso della nostra conversione ci viene dato dalla natura stessa di Dio, che “è Misericordioso, Pietoso, lento all’ira e grande nell’amore: “Egli si mostra geloso della sua terra e si muove a compassione del suo popolo”.

Pertanto il cammino che ci dobbiamo proporre, anche in questa Quaresima, sarà quello di un impegno severo e profondo attraverso la penitenza; al tempo stesso, sarà un cammino gioioso, ricco di speranza, fondata sulla disponibilità continua ed infinita della Misericordia di Dio.

La seconda lettera di Paolo ai Corinzi prende origine da un dissidio, sulla cui natura non abbiamo indicazioni sicure; è sorto fra l’Apostolo e la comunità cristiana di Corinto, cui, peraltro, Paolo si sente legato ancora da affetto profondo, dichiarato apertamente nel corso della lettera. Ma l’inserimento della lettura nella celebrazione di oggi vuole rendere evidente che la contesa coi Corinzi può divenire icona della storia del nostro peccato: con esso ci troviamo in dissidio con Dio e, per questo, abbiamo un profondo bisogno di riconciliarci con Lui.

Il momento della riconciliazione è una necessità impellente, non ammette ripensamenti, non può essere rimandato, in attesa di un momento più opportuno: “Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!” Non dobbiamo rimandare per nessun motivo il momento di deciderci alla conversione: è per noi una necessità vitale. Ritorna così un tema che è stato proprio anche dell’Avvento, quello dell’ansia di tornare a Dio: “Signore, vieni presto in mio aiuto!” implorava il fedele assetato della Sua presenza, cui subito Dio risponde: “Egli verrà e non tarderà, non mancherà di parola!”

Nel Vangelo di Matteo Gesù stesso ci insegna la via e i modi opportuni per ottenere la conversione: sono le opere che da sempre la Chiesa ci mostra e che sottolinea in modo speciale nei momenti forti dell’anno liturgico: la carità, la preghiera ed il digiuno. Sono le classiche opere con cui l’Israelita osservante riteneva di essere reso giusto, tanto è vero che il testo greco dice “attenti a praticare la vostra giustizia (dicaiusinen)”; ma è necessario che queste opere di carità non siano compiute con ostentazione plateale, non dobbiamo compierle per essere visti ed ammirati dagli altri, o, peggio, per crearci dei titoli di merito utili al nostro ruolo (noi, magari, non andiamo in giro suonando la tromba, ma sappiamo bene come sfruttare i social network e/o i mass-media), bensì solo per compiacere il Padre, che sa vedere anche nel segreto: viene, inevitabilmente, in mente l’episodio dell’obolo della vedova, che versò un’offerta assai modesta, quasi ridicola per chi stava a vedere, ma che, per Gesù, fu senz’altro la più grande.
Dobbiamo praticare la carità non per precetto, per obbligo legalistico, ma per un vero senso di solidarietà e di amore verso coloro che sono in tutto nostri fratelli, perché Figli dello stesso unico Padre.

La medesima riservatezza, direi quasi il pudore, ci viene raccomandata per la Preghiera: non preghiamo per farci vedere dagli altri; evitiamo di ostentare in pubblico la nostra preghiera nascondendoci magari nel segreto della nostra camera; ciò che conta è l’atteggiamento di preghiera, di ascolto, di dialogo con Dio nella nostra interiorità.
Ciò non significa entrare in isolamento per tutta la quaresima. Ricordiamo sempre che la Santa Messa, che esalta la capacità di vivere la Comunità in rendimento di Grazie a Dio per la sua bontà e misericordia, rimane la forma più elevata di preghiera per il Cristiano, ma ciò che più conta è il suo atteggiamento interiore.
Potremmo, forse, interrogarci sulle nostre cerimonie: se nelle celebrazioni non rischiamo talora di dare più importanza al fasto, all’importante presenza di Autorità, all’eleganza e competenza dell’eloquio nelle omelie, alla frequenza dei partecipanti, alla bellezza ed al valore artistico delle musiche e dei canti (cose comunque importanti, ma non fondamentali) rispetto al raccoglimento ed all’adesione spirituale dei fedeli, cioè a quella interiorità nascosta, che solo il Padre sa valutare.

Analogo discorso vien fatto per il Digiuno, pratica penitenziale molto importante per gli Ebrei ed in seguito anche per la chiesa cristiana, soprattutto nei primi secoli; ai nostri tempi sembra un po’ meno attuale, ma è obbligatorio al Mercoledì delle ceneri ed al Venerdì Santo e raccomandato negli altri venerdì, sebbene mitigato, tenendo conto delle situazioni di lavoro e di età.
Nella Chiesa c’è chi insiste ancora sul valore irrinunciabile del digiuno come astensione materiale dal cibo: ad esempio Enzo Bianchi, sostiene che proprio per il suo elevato significato simbolico, la mancanza di cibo stimola a valutare meglio il ruolo veramente vitale che assumono altre opere, come la preghiera e la carità, nel sostentamento della vita spirituale. (“Non di solo pane vive l’uomo”).
Altri autori invece sottolineano come Gesù, nella sua predicazione, non aveva mai incoraggiato la pratica del digiuno ed anzi proprio su questo tema era stato più volte attaccato dai Farisei. In realtà Egli ha vissuto un’esperienza assai importante di digiuno nei Quaranta giorni nel deserto, prima di iniziare la sua vita pubblica; però nei suoi insegnamenti pose attenzione alla condivisione più che al digiuno, come ad esempio nell’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Il digiuno, dunque, trova il suo senso pieno nell’orientarci alla Carità, alla condivisione coi fratelli.
Il digiuno, in quanto mette alla prova una sensazione fondamentale per la vita dell’uomo come è la fame, può aiutarci a capire quale sia la sofferenza di milioni di persone nel mondo ed aprirci ad un vero senso di condivisione.
Per questo anche la pratica del digiuno dovrebbe essere affrontata con sincero entusiasmo, perché viene fatto con gioia per amore del Padre (“Non diventate malinconici come gli ipocriti - gli ipocriti erano appunto dei teatranti che, per recitare le loro parti, erano tenuti a rimanere mascherati - “Tu profumati la testa e lavati il volto”).

Un’ultima riflessione mi viene spontanea, in relazione al tema, ripetuto più volte, della ricompensa: certamente condividiamo l’idea che la ricompensa umana, sotto forma di stima, reputazione sociale, gloria ecc… , non deve essere il criterio che guida le nostre opere penitenziali; è anche vero che il nostro cammino quaresimale è rivolto alla Pasqua e, dunque, alla Salvezza; e non c’è dubbio che la salvezza sia per noi la più grande ricompensa: “Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”. Ma penso che più che la ricerca della ricompensa dovrebbero essere l’amore e la gratitudine verso il Signore a spingerci, pur restando certi che la prospettiva della felicità eterna sarà per noi una garanzia sicura.