Salmo 36

Salmo 36

Jue, 10 Ago 23 Lectio Divina - Salmos

Il Salmo 36  dal punto di vista del genere letterario si presenta di tipo misto e non sembra legato a nessuno degli schemi usuali; infatti elementi diversi: sapienziali, innici, di lamentazione, s’intrecciano in modo abbastanza disordinato. Tuttavia emergono con sufficiente chiarezza lo scopo e il contenuto essenziale: il salmista, che teme per sé la sopraffazione degli empi, riflettendo da una parte sull’interiore ed esteriore miseria del peccatore e dall’altra sulla ricchezza della divina liberalità, riservata a quanti cercano rifugio e protezione nella casa del Signore, trova un appagamento spirituale che lo mette al sicuro da ogni timore.

La panoramica iniziale sulla cattiveria dell’empio sfocia in una serena meditazione sulla grazia di Dio. Il tema che unifica tutto il Salmo è dato dalla realtà della malizia umana, che è superata dalla bontà divina.

Il salmista anzitutto constata la situazione in cui si trova l’empio (vv. 2-5):

- nel suo cuore, che secondo la mentalità ebraica è la sede della volontà in cui si prendono le decisioni, non c’è posto per la parola di Dio; in esso invece, c’è la presenza incombente e personificata del peccato, che in esso “parla” e sembra occupare tutto lo spazio;

- anche i suoi occhi sono come oscurati, perché davanti a essi “non c’è timor di Dio”; ma poiché tale timore riverenziale è l’espressione “capitale” della sapienza e il supremo segreto della felicità, la sua assenza, o peggio ancora la sua negazione, costituisce un vero dramma, perché tale mancanza altera la possibilità di cogliere la verità della situazione in cui l’empio vive.

Infatti, egli “s’illude con se stesso... rifiuta di capire e di compiere il bene”; il suo linguaggio è fatto di parole ingannevoli e cattive e perfino di notte, “sul suo giaciglio” spende le sue energie per architettare cose malvagie, ostinandosi a percorrere “vie non buone”: quelle del capriccio umano che si ribella a Dio.

In contrasto con la realtà deprimente dell’empietà, il Salmista invita ora a contemplare la grazia, la fedeltà e la giustizia di Dio (vv. 6-8).

La voce “grazia” ha una vasta gamma di significati e nei Salmi rincorre 127 volte (su 245 di tutta la Bibbia); ricorda soprattutto l’atteggiamento benevolo di Dio verso il suo fedele, espresso attraverso la bontà, tenerezza, grazia e fedeltà. Contemplando in particolare la ricchezza della giustizia divina, che si dispiega non soltanto sugli uomini, ma anche sugli animali e raggiunge le vette più alte dei monti e i più profondi abissi della terra, il salmista non può fare a meno di esclamare, pieno di stupore: “Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio!”.

E riconosce che in questa benevolenza gli uomini possono trovare un sicuro rifugio, “all’ombra delle ali” di Dio, espressione tecnica per indicare il ricorso dei pii e devoti alla divina protezione, ricercata nel tempio santo, com’è esplicitamente accennato nel versetto seguente (v. 9): “Si saziano all’abbondanza della tua casa, li disseti al torrente delle tue delizie”, alludendo probabilmente ai banchetti liturgici e ai sacrifici di comunione, cui partecipavano anche i fedeli. Jahwèh è visto come “sorgente di acqua viva”, una delle enunciazioni caratteristiche del profeta Geremia (cf. Gr 2,13; 17,13). Nei testi sapienziali “sorgente di vita” è chiamato l’insegnamento del saggio (Pv 13,14) o il timore di Dio (Pv 14,27) o la prudenza (Pv 16,22).

Alla tua luce vediamo la luce” (v. 10) ricorda la “luce del volto”, cioè la presenza di Jahwèh, la sua rivelazione salvifica, attiva in modo eminente nel tempio santo. Allo splendore di tale “luce” coloro che “temono Dio”, cioè “i retti di cuore” (v. 11) troveranno tutti la “vita”, la luce della felicità.

Il salmista lo afferma con sicurezza: soltanto Dio rende feconda la vita e la illumina, mentre i malfattori cadono a terra senza nessuna possibilità di potersi rialzare.

Lettura cristiana

Al v. 10 del Salmo: “È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce” forse non è estranea la visione di Ezechiele che contempla un fiume che, scorrendo “di sotto la soglia del tempio”, porta la vita dovunque giunge (Ez 47,9). Questo passo, applicato a Cristo, è una preziosa anticipazione delle affermazioni che Gesù fa su se stesso: “Nell'ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno” (Gv 7, 37-39).

E poco dopo: “Io sono la Luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).

Domande per la riflessione personale

  • Sono riuscito a capire, almeno un poco, la malizia del peccato?
  • Chiedo al Signore la grazia di intuire quanto Dio mi ama?
  • Rifiuto “di capire e compiere il bene” (v. 4)? Mi ostino” su vie non buone”?
  • Penso come il salmista che solo Dio è “la sorgente della vita” (v. 10)?
  • In tutti i miei problemi e difficoltà mi rifugio “all’ombra delle tue ali” (v. 8)?