Salmo 39

Salmo 39

Lun, 25 Sep 23 Lectio Divina - Salmos

Il Salmo 39 è di lamentazione e  costituisce una composizione originale sia per la forma sia per il contenuto. Il salmista, colpito duramente dalla mano punitrice e correttrice di Dio, descrive la sua esperienza, il suo tormento e le varie emozioni del suo animo, che vanno dal silenzio contenuto, ma infruttuoso, allo sconforto, alla delusione circa il valore della vita, alla rassegnata accettazione dell’azione divina, fino al grido finale, quasi disperato, invocante aiuto e sollievo, lanciato al Signore, unica speranza.

L’immediatezza dell’ispirazione e la valutazione sul piano universale dell’esperienza individuale fanno di questo Salmo “anticonformista” un pezzo letterario particolarmente apprezzato. In esso si mettono in evidenza l’umana miseria, fisica e morale, e il limite dell’uomo. Per il pessimismo che lo pervade, si può paragonare al Salmo 88; rispecchia inoltre i libri di Giobbe e del Qoèlet.

Sconfortato e triste nel vedere la felicità degli empi e la brevità della vita, il salmista confessa il suo tormento davanti al Signore, ma nello stesso tempo si affida con speranza a Lui e ne implora la clemenza. Afferma che non vorrebbe esprimersi a parole per evitare di peccare con la lingua, tuttavia il proposito del silenzio dura abbastanza poco, perché alla vista della prosperità dei malvagi si sente sconvolto e il suo dolore si esaspera (vv. 1-3).

Con l’immagine efficace del “cuore che arde nel petto” (v.4 ) l’orante sembra richiamarsi alla lotta interiore vissuta da Geremia, che avrebbe voluto opporsi alla missione profetica e tuttavia sentiva la parola di Dio raggiungerlo come un fuoco divorante che non gli era possibile trattenere (cf. Ger 20,9).

Per questo decide di parlare ancora, interrogando il Signore e chiedendogli arditamente di fargli sapere quale sia la misura dei suoi giorni, in questa vita “misurata in pochi palmi”; infatti, constata amaramente che l’esistenza dell’uomo, in confronto all’eternità di Dio, è “come un nulla” e un’ombra effimera; è soltanto un “soffio” di vento, che si agita nello sforzo di accumulare ricchezze, senza sapere se potrà goderne o a chi andranno in mano (v. 4-7).

Da qui l’ulteriore domanda, fatta anzitutto a se stesso: Che attendo, Signore? E la risposta sicura: In te la mia speranza (v. 8), con il ricorso fiducioso a Dio affinché per prima cosa liberi il suo fedele dal peccato, avvertito istintivamente come causa del suo male fisico.

Di nuovo l’orante sente il bisogno di stare in silenzio, di attendere senza aprire bocca che il Signore agisca, allontanando da lui la mano che gli infligge il pesante fardello dei suoi colpi. Egli però di nuovo riconosce che il castigo che lo ha raggiunto è un intervento salvifico, una correzione paterna, anche quando corrode come tarlo i tesori accumulati con tanta fatica (v. 9-12).

E allora sgorga di nuovo la preghiera: un grido accompagnato da lacrime che vuol giungere agli orecchi di Dio e chiede di essere ascoltato. Arditamente il salmista chiede al Signore di non di fare il sordo, perché si trova in una condizione di grande precarietà, come tutti i suoi antenati: “Io sono un forestiero” (v. 13), afferma, alludendo alla particolare condizione degli Israeliti nella terra promessa, data loro da Dio come “ospizio” e riservando a Se stesso il diritto di proprietà.

Il Salmo tuttavia, in modo inusuale, si chiude con una supplica singolare: “Distogli il tuo sguardo, che io respiri, prima che me ne vada e più non sia” (v.14). Mentre di solito nei Salmi si chiede a Dio di volgere il suo sguardo verso l’orante, qui se ne chiede l’allontanamento, perché lo si percepisce come quello di un ispettore severo. Seguendo forse la mentalità di Giobbe (10,20-21), il quale chiedeva a Dio di essere lasciato in pace per rasserenarsi un poco prima di partire per una terra di “tenebre e di caligine”, il salmista chiede il suo allontanamento, come se l’attenzione di Dio e il suo sguardo fossero la causa di tutti i suoi mali.

 

Lettura cristiana

Il v. 7 di questo salmo 39, che vede l’uomo occupato ad accumulare ricchezze, anche se “non sa chi le raccolga” è riprodotto per intero dall’evangelista Luca nella parabola del ricco stolto, al quale alla fine è rivolta l’amara domanda: “E quello che hai preparato, di chi sarà”? (Lc 12,20).

Domande per la riflessione personale

  • Qual è il mio comportamento davanti alla felicità dei malvagi e alla brevità dell’esistenza?
  • Confesso con onestà e sincerità le mie colpe al Signore e umilmente imploro la clemenza di Dio?
  • Sono troppo ossessionato dalle preoccupazioni di questo mondo e mi lascio facilmente travolgere da esse, dimenticandomi del Signore?
  • Mi sento un “forestiero” o uno “straniero” su questa terra, un cittadino che non ha qui una fissa dimora? Penso al Cielo, la vera patria cui sono destinato?