Salmo 34

Salmo 34

Lun, 10 Jul 23 Lectio Divina - Salmos

Il salmo 34 è un salmo sapienziale ed appartiene al genere dell'inno; sembra pronunciato da un solista dinanzi ad una assemblea. È il canto di un povero che esprime la sua gioia e la sua gratitudine per aver sperimentato l’aiuto del Signore in modo prodigioso e insperato. Egli si reca al tempio per offrire il sacrificio di comunione e ringraziamento, ma non vuole essere solo, perché la gioia richiede la condivisione.

L’esordio del Salmo è un impegno: "Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode"; la parola ebraica tehillah, cioè lode, è quella che ha dato il nome all'intera collezione dei Salmi. Siamo pertanto di fronte ad un canto di lode al Signore pronunciato da un povero che benedice Dio e chiama a raccolta tutti i poveri della terra per magnificare in modo corale l’unico Signore, nominato per ben 15 volte. Questa lode si estende "in ogni momento", cioè per tutto il tempo, intendendo che ogni respiro sia sempre benedizione del Signore.

Le motivazioni della lode sono esplicitate nel v. 5: "cercare, rispondere, liberare" sono termini che indicano la risposta del Signore, implorato perché lenisca l’angoscia dell’orante, il quale può riprendere la sua strada con la certezza che Dio lo ha liberato dalle sue paure.

Per questo rivolge a tutti l’invito (v. 6): "Guardate a lui e sarete raggianti, non saranno confusi i vostri volti". Contemplatelo, rimanete sotto il suo sguardo: i vostri occhi saranno brillanti di gioia. Come Mosè usciva raggiante dopo aver parlato con Dio (Es 34, 29-35), così sarà di colui che guarda e contempla il Signore. Questo privilegio ora viene offerto a chiunque contempli Dio nel tempio o nella preghiera.

In particolare accade al povero che grida al Signore; egli attira tutta l'attenzione di Dio, che si rende presente e vicino “accampandosi con il suo angelo attorno a quelli che lo temono” per salvarli (vv. 7-8).

Il salmista continua a coinvolgere i suoi interlocutori e li invita non soltanto a vedere, ma anche a gustare la bontà del Signore, sperimentando la beatitudine di chi si rifugia in Lui; infatti a coloro che temono Dio e lo cercano non manca nulla, mentre coloro che si ritengono autosufficienti impoveriscono e soffrono la fame (vv. 9-11).

Un ulteriore passo viene suggerito nei vv. 12-15: l'orante si atteggia a maestro; convoca i discepoli chiamandoli "figli", li invita ad avvicinarsi e ad ascoltare, li interroga, secondo lo stile sapienziale. La prima cosa che vuole insegnare è il "timore", cioè il "rispetto" del Signore, principio e somma di tutta la sapienza. Quindi li interroga come un maestro con una domanda finalizzata a destare l'attenzione del discepolo: “C'è qualcuno che desidera la vita e brama lunghi giorni per gustare il bene?

Il bene supremo proposto dal maestro è una vita lunga e fortunata, tema frequente del mondo sapienziale e della predicazione di Mosè: "Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male... Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio... poiché è lui la tua vita e la tua longevità" (Dt 30, 15. 19-20).

Il salmista esplicita anche la necessità del controllo della lingua, di fare il bene evitando il male, di cercare e per seguire con costanza la pace. La scuola della sapienza, cioè della ricerca di Dio, è esigente e richiede separazione netta dal male, coltivando rettitudine, lealtà, adesione al bene.

Sono questi gli atteggiamenti di giustizia che attirano lo sguardo e l’attenzione di Dio (vv. 16-17). Egli li ascolta e li libera da ogni angoscia, perché “il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito, salva gli spiriti affranti" (vv. 18-19); anche se il giusto non è indenne da tutti i mali, il Signore si cura di lui, di tutte le sue ossa, mentre la malvagità che si annida nel cuore dell’empio provoca il suo annientamento (vv. 20-22).

Il versetto conclusivo ribadisce la ferma convinzione dell’orante che "il Signore riscatta la vita dei suoi servi; chi in lui si rifugia non sarà condannato". I destinatari dell'azione liberatrice del Signore sono chiamati servi, come Abramo, Mosè, Giosuè, Davide e il Servo di Jahweh, figure portanti della storia della salvezza. Il Signore non resta insensibile di fronte alle prove e alle sofferenze dei giusti. Questa azione di difensore (go'el) Egli la riserva da sempre ai suoi poveri, che confidano in lui.

Lettura cristiana

Il v. 11 del Salmo, in cui si afferma che “i ricchi impoveriscono e hanno fame”, trova un significativo riscontro nel Vangelo di Luca, che pone sulla bocca della Vergine, nel Magnificat, le parole: "Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi"(Lc 1, 53).

Ugualmente il v. 20 del Salmo “Molte sono le sventure del giusto, ma lo libera da tutte il Signore” possono aver ispirato la riflessione di 1Pt 2, 19-20: "è una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente. Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito a Dio". In effetti il giusto perseguitato è il Cristo sulla croce, "verme e non uomo" (Sal 22,7). È venuto povero a condividere la nostra sofferenza umana fino all’angoscia della morte. Ma il Padre ha vegliato su di lui e l’ha glorificato.

Domande per la riflessione personale

  • Ho mai gustato quanto è buono e fedele il Signore nei momenti di prove particolari?
  • Al povero e al credente non è risparmiata la sofferenza; con quale animo sono disposto ad accettare le sofferenze della vita?
  • Cosa potrei dire a coloro che stanno soffrendo e non trovano né spiegazioni, né consolazioni?
  • Trovo conforto nella preghiera e nell’Eucaristia per gustare il Signore e ricevere la sua forza