Salmo 7

Salmo 7

Vie, 10 Jun 22 Lectio Divina - Salmos

Il salmo 7 è la preghiera di un innocente perseguitato che, rifugiatosi nel santuario, chiede l’intervento della Divina Giustizia affinché faccia risplendere la sua innocenza e punisca l’empietà del persecutore. Il testo utilizza un simbolismo con varie sfumature: militare, materno, venatorio, teriomorfo (cioè che fa riferimento a figure mitologiche in forma di animali). Due altri particolari distinguono questo salmo: la possibilità concessa al colpevole di convertirsi prima dell’esecuzione della sentenza (v.13) e l’immagine del parto con cui viene descritto l’operato dell’empio (v. 15).

Il genere letterario è quello di una lamentazione individuale, come è usuale in questo tipo di preghiera; l’inizio è un appassionato appello a Dio perché salvi il fedele dal persecutore, visto come un leone famelico che vuol sbranare la preda (v 3) e pronto ad affilare la spada per piombare con violenza sopra di lui.

L’orante, per comprovare la propria innocenza, proclama il caratteristico giuramento che si usava fare nel Tempio alla presenza di un sacerdote (cf. Dt 17, 8-10): invoca sul suo capo la divina vendetta in caso di giuramento falso.

Al v.7 il salmista prosegue supplicando Dio con il grido: “levati!” perché gli pare che di fronte all’arroganza imperante e all’imminente pericolo Egli rimanga quasi impassibile, come preso da un sonno profondo; la preghiera urgente del giusto perseguitato ha lo scopo di scuoterlo e destarlo (cf. Mc 4,38), affinché formuli il giudizio definitivo contro il nemico e il malvagio.

Nei vv.8-10 viene messa in evidenza la scena coreografica dell’universale potestà giudiziaria di Jahwèh, a favore dell’uomo pio e religioso che ne fa richiesta. A differenza del giudice umano, che è solito fermarsi soltanto alla superficie della cose, Dio è profondo conoscitore dell’uomo, di cui gli sono noti “cuore” e “reni”, cioè la sua coscienza (= cuore) e la sua sfera volitiva (= reni).

Il salmista, affidandosi a Dio, può esprimere la propria sicurezza davanti al suo persecutore, anche se lo vede tutto intento a preparare “strumenti di morte”: sa che ogni maligna macchinazione ricadrà infine sul suo autore stesso.

Nel v.16 troviamo un’immagine tratta dalla caccia: l’empio “scava un pozzo profondo”, ma, secondo la nemesi storica“cade nel pozzo che ha fatto” e la sua malizia “ricade sul suo capo”.

Invece l’uomo giusto, che confida e si abbandona nel Signore, ha la certezza della vittoria finale.

Il salmo si chiude al v.18 con la celebrazione della giustizia di Jahwèh e del suo nome. Il termine: “canterò” (in greco psallein) significa soprattutto: “suonare uno strumento” oppure “cantare con accompagnamento musicale”. L’appellativo “Altissimo” indica la trascendenza del Dio d’Israele e l’universalità del suo potere regale.

Il salmista, celebrando il Signore “per la sua giustizia”, tema centrale di tutto il salmo, e invocandolo per due volte: “Signore … Signore altissimo” fa riferimento al “Signore, mio Dio” che apre il salmo stesso (v. 2). Così in tutto il salmo il nome di Dio ,“Signore”, risuona per otto volte.

Domande per la riflessione personale:

  • Ho fede, speranza e certezza nell’aiuto del Signore, specialmente nelle difficoltà?
  • Confido solo e sempre in Lui oppure cerco aiuto, assistenza e conforto solo negli uomini?
  • So vedere in tutti gli avvenimenti che mi circondano la presenza di Dio?
  • So vedere tutte le tentazioni che mi assalgono, come i veri miei nemici e mi rivolgo subito a Dio per chiedere il suo amoroso aiuto?
  • Credo che esiste la Provvidenza di Dio? Sono convinto che Dio regola e governa con amore tutte le cose, i fatti e la storia del mondo?

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