Santi Pietro e Paolo apostoli

Santi Pietro e Paolo apostoli

Lun, 28 Jun 21 Lectio Divina - Año B

L’episodio raccontato da Matteo è parallelo a quello di Mr 8,27-28 e di Lc 9,18-20. L’episodio ha per Marco un’importanza capitale, poiché rappresenta il punto di arrivo del processo di maturazione della fede dei discepoli nella messianicità di Gesù e il punto di partenza della rivelazione del mistero della croce. Matteo, invece, che non bada troppo all’ordine cronologico dei fatti e quindi non si preoccupa dello sviluppo graduale della fede dei discepoli e delle folle, prende occasione dalla confessione di Pietro soprattutto per riportare il testo, di somma importanza per il vangelo “ecclesiastico”, della promessa di Gesù riguardante il primato di Pietro.

vv.13-15 L’interrogatorio o esame a Cesarea di Filippo ha una portata cristologica. Gesù compie una specie di sondaggio sulle convinzioni messianiche della folla e più ancora dei dodici prima di aprire un nuovo capitolo nella sua predicazione. Il tema è riassunto nella duplice domanda: “Chi crede la gente che sia il figlio dell’uomo?” (v.13), “Ma voi chi credete che io sia” (v.15). La designazione “figlio dell’uomo” al posto del semplice pronome serve a porre la questione in termini più precisi e soprattutto prepara la risposta di Pietro. In termini veterotestamentari (Dn 7,13-14) il figlio dell’uomo è il messia glorioso.

La fede della folla è ovviamente manchevole, ma neanche quella degli apostoli è ancora perfetta. Essi pensano a un messianismo trionfalistico, Gesù invece ha in mente il programma del servo sofferente (v. 21), si spiega perciò come alla fine ripieghi verso il silenzio o il “segreto” (v.20).

Non è senza significato che la risposta sia data da Pietro. Egli ha preso ormai un posto di rilievo nel primo Vangelo. Nella lista dei Dodici occupa il primo posto ed è indicato espressamente come pròtos, primo, (10,2). Al primo posto è anche nel gruppetto dei più vicini al Maestro: sul Tabor, testimone della trasfigurazione (cfr 17,1); nella casa di Giairo (cfr Mr 5,37); nell’orto degli ulivi, testimone dell’agonia (cfr 26,38). Quando Gesù lascia Nazaret, la casa di Pietro a Cafarnao diventa la sua dimora stabile, e Cafarnao, la sua seconda patria (cfr 4,13). Nei momenti più importanti, Pietro fa da portavoce degli altri apostoli: a Cafarnao in risposta al “duro discorso” del pane vivo (cfr Gv 6,68). Nel messaggio della resurrezione di Gesù che gli angeli affidano alle pie donne perché lo trasmettano ai discepoli, c’è l’implicita menzione di Pietro (cfr Mt 16,7); così il discepolo “amato” aspetta che Pietro entri per primo a constatare la realtà della resurrezione (cfr Gv 20,3-7); Gesù stesso si manifesta prima a Pietro, e poi agli altri (cfr Lc 24,34; 1 Cor 15,5). Anche in quest’occasione è il portavoce degli altri come sarà sempre lui, più tardi, a prendere la decisione di segnalare a Gesù il disappunto suo e degli altri undici, al primo annuncio della passione (vv. 22-23). Il motivo di questa preminenza non è da ricercare nelle particolari doti della sua natura, impetuosa fino alla temerarietà e generosa fino alla presunzione, ma nella libera elezione del Cristo. Solo questa elezione gratuita – non i suoi meriti – ha conferito a Pietro una grandezza che si misura con l’altissima missione che Cristo gli ha affidato e che egli dovrà compiere nella pienezza dell’amore (cfr Gv 21,15-17).

vv.16-17 La confessione di Pietro è motivo di esultanza per Gesù e per la Chiesa. L’elogio che il Cristo rivolge all’apostolo sottolinea anch’esso la preminenza che egli riscuote nella comunità di Matteo. Il riconoscimento della messianicità di Gesù però non è la conclusione di una ricerca o ragionamento umano, ma un dono del Padre. L’espressione “carne e sangue” è un ebraismo per indicare le risorse della natura umana, le forze proprie dell’uomo. Queste non arrivano a scoprire in Gesù la sua origine e la sua missione, a tal riguardo è necessaria una “rivelazione” da parte di Dio. Solo lui conosce i suoi inviati, solo lui per questo è in grado di svelarli e accreditarli. Chiunque pertanto confessa Gesù messia, figlio di Dio rivela che è in sintonia con lui.

vv.18-19 Il passo propriamente petrino, di somma importanza teologica, è proprio di Matteo, poiché manca sia in Marco che in Luca. La maturità della fede, supposta in Pietro – frutto di una speciale rivelazione dall’alto (cfr v. 17) – fa pensare al tempo postpasquale. Rappresenta in un certo qual modo un testo parallelo a Lc 22,31-32: «…tu quando sarai convertito conferma i tuoi fratelli» e di Gv 21,15-17: «Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci le mie pecorelle”. Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene? e gli disse: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecorelle”».

Si può considerare uno sviluppo di Mr 3,16: “Simone al quale pose nome Pietro” e di Gv 1,42: “Tu sei Simone figlio di Giona, tu sarai chiamati Cefa che vuol dire pietra”.

La missione di Simone viene enunciata col susseguirsi di tre metafore: quella della pietra (v. 18), delle chiavi (v. 19), del binomio legare-sciogliere (v. 19b).

Il gioco di parole “pietra-Pietro” si comprende bene nell’originale aramaico dove kepha è maschile. Il cambiamento di nome nella tradizione biblica è sempre legato a una particolare missione a cui l’uomo è chiamato; tale il caso di Abramo (cfr Gen 17,5), di Giacobbe (cfr Gen 32,29), di Gedeone (Gdc 6,7), di Maria (Lc 1,28). Nel caso di Simone-Pietro è sottolineato anche dal simbolismo del nome (kepha-pietra) e dalla sua esplicitazione. Il verbo “edificare” indica che Simone almeno simbolicamente è il supposto di una costruzione che porta il nome di Chiesa di Cristo. Kepha indica il terreno solido, roccioso che si stacca da terra. Su di essa Gesù intende erigere l’edificio ecclesiale. Non si può non ricordare la parabola del costruttore saggio che edifica la sua casa sulla roccia per metterla così al sicuro dagli uragani e dalle intemperie (7,24). Pietro è la roccia su cui Cristo intende innalzare l’edificio della sua Chiesa; roccia che reca con sé la saldezza e l’incrollabilità di Jahvè “rupe di salvezza” (cfr Sal 18,3); è una roccia che, come Cristo stesso, funge da “pietra angolare” (cfr 21,42) su cui poggerà in sicurezza il nuovo tempio, la casa della nuova “assemblea” di Dio. Tuttavia, la Chiesa di cui Simone è la pietra di fondazione è sempre di Cristo a cui tutti, l’apostolo compreso, rimangono subordinati.

Il termine ekklèsia traduce l’espressione ebraica qahal Jahve. La comunità cristiana è la realizzazione del vero Israele (cfr 10,1.5), la convocazione del popolo eletto degli ultimi tempi.

La costruzione ecclesiale anche se fondata sulle migliori garanzie non è immune da attacchi avversari, ma è assicurata dal soccombere sotto di essi. Le “porte dell’ade” stanno per l’intero regno dei morti (She’ol) dove anche le potenze del male trovano rifugio. L’espressione può indicare per sé il potere della morte o del male e annunciare la perennità e l’invincibilità della chiesa. Il rapporto con la pietra non è esplicitato, ma è sottinteso. In quanto edificata sulla roccia la chiesa non ha paura degli avversari.

La metafora delle chiavi richiama Is 22,22 dove Eliakim con il rito dell’imposizione delle chiavi sulle spalle riceve il potere di aprire e chiudere l’ingresso del palazzo regale, quindi di permetterne o di impedire l’accesso al re. Nell’Apocalisse, Gesù stesso si presenta come colui che tiene la chiave di Davide (Ap 3,7) per segnalare i suoi poteri sovrani. Il “Regno dei Cieli” è un’espressione matteana parallela a ekklèsia. Si tratta sempre di una stessa realtà ma con diverse estensioni. Il regno dei cieli supera i confini storici dell’ekklèsia; non è un’istituzione quanto una realizzazione di salvezza. Nella requisitoria contro gli scribi e i farisei, Gesù rimprovera loro il cattivo uso del potere delle chiavi; invece di consentire l’accesso al regno a quanti desideravano entrarvi l’hanno precluso anche a se stessi (23,13). Pietro agirà diversamente. Nell’“assenza” di Gesù, egli con la parola e con le sue operazioni porterà la salvezza a quanti l’attendono.

L’ultima metafora proviene dal linguaggio delle scuole rabbiniche. “Legare” o “sciogliere” significa “condannare” o “assolvere”, come anche dichiarare vera o erronea una dottrina, lecita o illecita una determinata prassi morale. La potestà che Gesù conferisce a Pietro abbraccia dunque il potere disciplinare di ammettere o escludere dalla Casa di Dio, come anche di impartire disposizioni obbliganti nel campo della fede e dei costumi. In 18,18 una simile potestà viene riconosciuta da Cristo agli altri Apostoli.

Mt 16,18-19 offre una visione sufficientemente chiara della missione di Pietro nella Chiesa. Egli è considerato come la roccia sulla quale essa è edificata. È il discepolo tipico, ma sembra avere una precedenza sugli altri dato che le chiavi del regno sono date in modo particolare solo a lui, benché la missione di evangelizzare sia affidata a tutti (10,7; 28,18-20).