XXV Domenica del Tempo Ordinario

XXV Domenica del Tempo Ordinario

Lun, 18 Sep 23 Lectio Divina - Año A

C’è un padrone che esce all’alba a prendere a giornata lavoratori per la sua vigna e si accorda con loro per la paga di un denaro. Poi esce ancora alle nove, ne vede altri in piazza disoccupati e chiama anche loro. Poi esce di nuovo a mezzogiorno, alle tre e infine alle cinque del pomeriggio, quando manca ormai soltanto un’ora alla fine della giornata lavorativa. Deve essere un padrone un po’ stravagante questo!

Il Vangelo non ci dice che il padrone aveva fatto male i calcoli all’inizio su quanti lavoratori potevano servirgli, anzi, egli sembra sempre ben consapevole di quello che sta facendo, anche se la ragione profonda che lo muove sfugge a chi gli sta intorno. Inevitabilmente ciascuno finisce per farsi una propria idea sul padrone, coltivando di conseguenza delle aspettative.

Quale idea di Dio mi sono fatto? Quali sono le mie aspettative? Parto dall’idea che mi sono fatto di Dio o dall’incontro reale con Lui, lasciando che mi riveli il suo volto?

“I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Isaia 55, 8): così abbiamo letto nella prima lettura. I pensieri del padrone iniziano a rivelarsi gradualmente sin dal primo incontro con le persone che attendono in piazza. Già in quell’incontro c’è un primo indizio del motivo che spinge il padrone a uscire a cercarli. Tant’è vero che prima di chiamarli fa loro una domanda: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. “Perché nessuno ci ha preso a giornata”, rispondono.

Sembra una domanda retorica, dalla risposta scontata, ma non è affatto una domanda inutile. Essa obbliga quei disoccupati a prendere atto della loro condizione e a riconoscere quale desiderio abita nel loro cuore, che è anche la molla che può permettere di disinnescare il meccanismo della rassegnazione e di cogliere l’opportunità di cambiare la loro situazione. Il rischio a volte è di dimenticarsi persino di cosa si sta attendendo, da quale desiderio si era partiti, finché qualcuno ce lo ricorda e sblocca tutto.

E io? Lascio che la rassegnazione spenga il desiderio?

Viene da pensare che quel padrone non sia lì in cerca di braccia da sfruttare, sembra piuttosto che li chiami perché gli dispiace vederli stare lì in piazza senza far nulla, perché li prende a cuore e comprende cosa prova chi si sente vuoto e inutile, senza un motivo per spendersi.

“Nessuno ci ha preso a giornata”: la risposta dei lavoratori disoccupati rivela la radice del problema, la mancanza di una relazione di fiducia che azzera qualunque prospettiva. L’invito del padrone (“Andate anche voi nella vigna”) suona allora come un insperato atto di fiducia nei loro confronti. Finalmente intravedono la possibilità di dare un senso alla loro giornata.

Lascio che la fiducia del Signore si posi su di me?

Venuta la sera, arriva il momento di distribuire la paga. I lavoratori del mattino, vedendo che quelli dell’ultima ora ricevono un denaro, sperano in un extra, sapendo di aver lavorato per più ore. Ma per tutti la paga è quella promessa. Non viene fatto nessun torto, perché la paga è quella pattuita, ma il comportamento del padrone rivela che non si è trattato di una gara a chi arriva primo, a chi fa di più, a chi ottiene più risultati. In gioco c’era ben altro.

Ci stupisce proprio perché il suo comportamento è diverso da quello che ha qualunque buon imprenditore che sa far bene il suo lavoro. Forse ci infastidisce, perché ci sembra poco attento a premiare i meriti. Ma quello che Gesù vuole dirci è proprio che quando si tratta del regno di Dio non possiamo ragionare come siamo abituati, che la contabilità che abbiamo imparato non funziona con Lui, che dobbiamo smettere di pensarlo come un imprenditore che distribuisce ricompense e punizioni secondo i nostri criteri umani di giustizia. Allora Gesù ci fa capire che, se proprio vogliamo pensarlo come un imprenditore, allora Dio è un imprenditore così, un imprenditore insolito.

Facciamo sempre tanti confronti per stabilire chi è più bravo, chi è più bello, chi è più forte. Sgomitiamo per essere i primi: della classe, della fila, della squadra, ma anche primi come intelligenza, come capacità, come meriti. Chissà, magari anche noi certe volte ci sentiamo più bravi degli altri, perché veniamo a Messa, perché ci comportiamo bene... e crediamo di far parte a buon diritto della classifica delle "brave persone". Magari pensiamo che proprio per questo Dio dovrebbe darci di più…

Gesù con questa parabola ci dice che ragionare in questo modo ci impedisce di gustare ogni giorno la bellezza di ciò che riceviamo da Dio gratuitamente, senza meriti: non perché siamo bravi o intelligenti, ma perché siamo amati. Faremmo come i lavoratori brontoloni del mattino, che forse non si sono accorti di quanto è bello lavorare nella vigna, di quanto dà gioia la promessa ricevuta. La ricompensa è pienezza (e quando uno è pieno cosa può desiderare di più?) e questa pienezza non diminuisce perché la si deve spartire con gli altri, anzi si moltiplica. A tutti è promessa la vita in pienezza e, visto che Dio è vita in abbondanza, non dobbiamo temere di rimanerne privi perché qualcuno ci passa davanti, perché qualcuno è più bravo di noi. Ce n’è per tutti. Così funziona il regno dei cieli.

Sono geloso dei doni ricevuti da Dio? Provo a coltivare uno sguardo di gratitudine?

Il volto del padrone di questa parabola si rivela con gradualità. Solo alla fine i lavoratori scoprono di non aver avuto a che fare con un padrone come gli altri. Non solo si sentono utili. Di più. Verrebbe da dire che si sentono voluti “per se stessi”, non per il contributo che possono dare con la forza delle loro braccia, non per il tornaconto del padrone. In effetti, manca un’ora sola alla fine della giornata: quale contributo mai potranno dare gli ultimi arrivati? Quel padrone vuole averne bisogno anche se non ne avrebbe bisogno, semplicemente perché gioisce nel donare, desidera dare a tutti un motivo per vivere e la possibilità di condividere la gioia della ricompensa promessa. Vuole veder fiorire il potenziale nascosto come un seme silenzioso nei cuori di chi incontra. Vuole che questi cuori si sentano amati.

Questo non si rivela immediatamente, ma a fine giornata risulta chiaro: quel padrone non andava in cerca di lavoratori, andava in cerca proprio di ciascuno di loro. C’era un dono che li attendeva. Ma solo chi conosce la gioia di donare può capire e prendere parte alla gioia del Signore.