
Natività della Beata Vergine Maria
Mar, 02 Sep 25 Lectio Divina - Año C
La festa della Natività della Beata Vergine Maria è una delle più antiche tra quelle mariane; forse è legata a quella della dedicazione della basilica di sant’Anna (IV sec.) a Gerusalemme, dove la tradizione colloca la casa dei santi Anna e Gioacchino e quindi la nascita della Vergine. A Roma, per iniziativa di papa Sergio I, è celebrata dall’VIII secolo ed è una delle tre feste di “natività” presenti nel calendario romano, assieme alla Natività di Gesù (25 dicembre) e a quella di san Giovanni Battista (24 giugno).
La liturgia della festa della natività della Beata Vergine Maria ci propone l’inizio del Vangelo secondo Matteo; una specie di traduzione in forma narrativa dell’albero genealogico che iniziando da Abramo e passando per il re Davide, secondo la linea dei maschi primogeniti, prosegue con il racconto della nascita di Gesù. Questo primo capitolo costituisce, assieme al secondo, quello che è definito il “vangelo dell’infanzia”.
Se guardiamo questo brano evangelico come a un testo letterario (o ad una serie tv), non fatichiamo ad intravedere nei primi sedici versetti un vero e proprio prequel dell’episodio centrale di questa sezione iniziale, che prosegue fino al v. 23: come è nato Gesù.
È fortissimo il potere che ogni storia ha di generare un’altra storia, sia avanti che dietro di sé ed è proprio questo il primo significato teologico che possiamo attribuire alla serie di nomi elencati da Matteo: il nome di ciascun antenato del Signore non è un punto isolato nell’universo, ma fa parte di una costellazione che lo lega inevitabilmente all’umanità che lo ha preceduti e a quella che verrà dopo. La storia della salvezza è una storia infinita, generativa, che procede di generazione in generazione, come la stessa Maria ha cantato visitando la cugina Elisabetta (cfr. Lc 1, 46-55). E la vita di ciascuno di noi è inserita in questa storia di salvezza che Dio ha da sempre voluto tracciare per l’umanità intera.
Le vicende umane nelle quali si inserisce la nascita di Gesù non sono perfette, come non lo sono quelle di ciascuno di noi: sebbene un albero genealogico nell’antichità si costruisse evidenziando soltanto i nomi dei maschi primogeniti, già al v. 2 possiamo riconoscere un’eccezione. Giacobbe non è il primogenito, ma ottiene con un inganno la primogenitura e quindi l’iscrizione nel libro dei “padri” (cfr. Gn 25, 19-34): Dio sceglie Giacobbe nonostante la sua condotta. Sempre al v. 2 ritroviamo un altro elemento che l’evangelista non ha potuto tacere, sebbene non sia l’unico caso, e cioè che Giuda aveva dei fratelli: Dio si incarna nelle fraternità, la storia di Gesù discende da una storia di fratelli che hanno vissuto tra loro invidie, gelosie e riconciliazione (cfr. Gn 37-47). La fraternità è segnalata come necessaria a questa storia anche ai vv. 3 (Fares e Zara) e 13 (Ieconia e i suoi fratelli). Ai vv. 3 e 5 leggiamo, poi, i nomi di tre donne, Tamar, Racab e Rut, che si inseriscono nella linea maschile del racconto di Matteo: la storia della salvezza è una, ed è fatta di uomini e donne. Un accenno è da fare anche Al v. 6, poi, viene ricordata, senza nominarla, colei che era stata la moglie di Uria…
Possiamo allora essere illuminati da un secondo significato, che va oltre le storie citate: il Signore sceglie di farsi uomo nonostante le non limpide vicende umane, ieri come oggi; non disprezza nessuna nostra storia personale e anzi assume le nostre contraddizioni e in quelle si incarna, come fossero il grembo più accogliente per la sua venuta.
Ai vv. 18-21 la velocità del racconto rallenta bruscamente. Dopo una sorta di sommario di secoli con un elenco di nomi senza trame, se non quelle che il lettore riesce a ricordare, adesso Matteo sembra puntare un faro sulla vicenda di Gesù Cristo, il protagonista della buona notizia che vuole raccontare in tutti i suoi dettagli. Ripercorriamo allora la storia dal punto di vista di Giuseppe, uomo giusto, osservante della legge, secondo la quale avrebbe dovuto accusare pubblicamente Maria, esporla al giudizio e forse anche alla morte…
Leggiamo e comprendiamo il suo dubbio, la tentazione di rifiutare l’iniziativa di Dio, ma intuiamo anche la sua difficoltà ad obbedire ciecamente alla legge, fino all’intervento risolutivo dell’angelo del Signore. È così che nasce Gesù – sembra dire Matteo – attraverso la lotta interiore di un uomo che deve scegliere se mettere davanti anzitutto la lettera della legge o l’amore per una donna, per il suo bambino e per quello che sembra essere un progetto che va oltre ogni logica umana. Un’altra storia inusuale, la più originale fra tutte quelle a cui l’evangelista ha accennato, partendo da Abramo. Una storia che segna un nuovo inizio nella Storia dell’umanità, perché inserisce come chiave di volta un progetto di Dio che, per realizzarsi, ha bisogno dell’adesione dell’uomo.
I vv. 22-23 mettono in risalto il fatto che ciò che è avvenuto non è altro che l’adempimento delle antiche profezie: al v. 23 è citato il profeta Isaia (7,14 e 8,8.10); ma la liturgia della festa ci propone anche, come prima lettura, in alternativa al testo di Paolo ai Romani (8,28-30), la profezia di Michea (5, 1-4a) che sarà ripresa dallo stesso evangelista Matteo nel capitolo secondo.
Questo è uno dei modi che nella Scrittura dice e dimostra la fedeltà di Dio alle promesse fatte al suo popolo, quindi anche a noi. che leggiamo oggi. Il significato di questa memoria profetica è ripetuto anche dal salmo 12, che ci presenta l’uomo che confida nella fedeltà di Dio; non nella sua né nelle sue capacità o nei suoi piani, ma in quelli che Dio propone; e che addirittura danno al salmista la certezza della gioia futura prima ancora che si compia.
A questo punto potremmo chiederci – specie dopo aver segnalato che il punto di vista del racconto della nascita di Gesù è quello di Giuseppe – perché leggiamo questo Vangelo di Matteo nella festa della Natività di Maria.
Penso che la risposta sia da ricercare guardando all’intero capitolo primo. L’evangelista Matteo sembra dire al lettore che la generazione di Gesù è significativamente legata non solo alla generazione dei padri, ma anche a quella delle “madri” e soprattutto a quella di Maria, concepita Immacolata e quindi nata Immacolata proprio per preparare la nascita di Gesù. Giuseppe, in questo capitolo, è detto sposo (cfr. v. 16), cioè associato a Maria, che è detta madre (v.18): è come se l’elenco dei nomi dei padri fosse ripreso da Matteo nel punto che riguarda Gesù e scritto in un altro modo, da un’altra angolatura. Per la storia umana Gesù si inserisce in un elenco di padri, ma per il progetto di Dio è importante dire che la generazione di Gesù (quindi anche noi) ha avuto una madre, Maria, che la storia sembra aver atteso da sempre.
In questa festa della natività di Maria vogliamo celebrare perciò il dono della nascita di questa donna, madre, che ha permesso a Dio di farsi carne.
