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Salmo 103

Salmo 103

Vie, 10 Abr 26 Lectio Divina - Salmos

Il Salmo 103 è un inno di celebrazione di Dio, un canto gioioso di riconoscenza, una meditazione sulla fragilità umana, vista però alla luce della misericordia eterna di Dio. Sulla molteplicità dei pensieri e delle forme letterarie domina un'unità di fondo che è definibile nel compimento neotestamentario attraverso le parole della prima lettera di Giovanni, (4, 8): "Dio è amore".

Il salmo può essere diviso in tre parti:

- Invito alla benedizione (vv. 1-5);

- Inno alla misericordia di Dio (vv. 6-19);

- Benedizione conclusiva (vv. 20-22).

L’invito iniziale che l’orante rivolge a se stesso: Benedici il Signore, anima mia! viene ripetuto alla fine, quasi a voler includere in questo atteggiamento interiore tutta la riconoscenza che vuole esprimere a Dio.

Sappiamo che nel linguaggio biblico il termine benedizione, quando è iniziativa di Dio verso le sue creature, esprime particolarmente la forza che l'uomo ottiene dal Signore; e con la forza, il successo, la felicità, il benessere; la risposta benedicente dell’uomo per celebrare "Dio e il suo santo nome" vuol essere la proclamazione della generosità sconfinata che Egli effonde sull'umanità, la storia, l'universo intero.

La preghiera si apre quindi con una nota di ottimismo e di fiducia, in una specie di dialogo psicologico che si ritrova anche in altri Salmi.

Preso d’ammirazione per la grandezza di Dio, l’uomo è spinto dal più profondo del suo essere a "benedire" e a "non dimenticare" i benefici divini (v. 2); vuole esaltare la sua benignità, riconosciuta proprio attraverso i benefici che Egli elargisce e che il salmista sintetizza in tre esempi:

- il primo è il perdono, cui si associa la guarigione fisica, che nella logica della spiritualità veterotestamentaria della retribuzione, è segno del perdono del peccato, ritenuto causa della malattia (v. 3);

- il secondo beneficio viene riconosciuto nel fatto che Dio salva dalla fossa; da quella la tomba che, come un baratro, è spalancata per inghiottire l'uomo, mentre il Signore vuole “coronarlo di grazia e misericordia" (v. 4);

- il terzo consiste nella sovrabbondanza di doni con cui Egli “sazia di beni” il suo fedele, soprattutto nell’estensione e nella qualità degli anni; provvede infatti a “rinnovare come aquila la sua giovinezza" (v. 5).

 

La parte centrale del Salmo canta la misericordia di Dio, che si esprime in modo compiuto attraverso la sua giustizia verso gli oppressi, con particolare attenzione ai molteplici prodigi dell’Esodo, in cui Egli ha manifestato con le opere la sua potenza liberatrice, rivelando a Mosè le vie da Lui predisposte per raggiungere la meta (vv. 6-7).

Ciò che è accaduto persiste nell’oggi; per questo i verbi prima utilizzati al passato sono ora tutti al presente: anche ora il popolo di Dio fa l’esperienza della bontà e pietà del Signore; si rende conto di quanto Egli sia lento all’ira e grande nell’amore, perché non intende conservare l’attitudine della contestazione, né vuole essere sdegnato per sempre; nel suo amore non sa applicare con matematica freddezza la sua giustizia, perciò non ripaga le colpe dei suoi fedeli, né li tratta secondo i loro peccati (vv. 8-10).

L'inno a questo punto con tre splendidi paragoni focalizza gli atteggiamenti della tenerezza divina:

la sua misericordia sovrasta coloro che temono Dio come il cielo è perennemente sopra la terra; la distanza dell’oriente dall’occidente è quella che egli pone tra l’uomo e il suo peccato; la sua pietà verso l’uomo fragile e peccatore è come quella di un padre che si china con tenerezza sul proprio figlio (v. 11-13).

Questo agire tenero di Dio verso la creatura umana è motivata dal fatto che Egli, avendola plasmata lui stesso dalla polvere del suolo, conosce molto bene la sua fragilità, paragonata dal salmista all’esile filo d’erba o al fiore di campo, pieni di bellezza e di vita, ma che esposti alle intemperie si rivelano effimeri inconsistenti (vv. 14-16).

A questa labile realtà umana si contrappongono, nell’eternità, la "grazia e la giustizia" di Dio; esse, superando il tempo e lo spazio, si effondono su tutte le generazioni che custodiscono la sua Alleanza e osservano i suoi comandi. Il suo regno, infatti, che non è terreno, abbraccia l'universo (vv. 17-19).

In conclusione, il Salmista, come direttore di un grande coro, vuole mettere insieme tutte le voci e gli strumenti musicali per realizzare un immenso canto di benedizione in cui desidera coinvolgere anche gli angeli, descritti come "messaggeri pronti alla voce della sua parola"; e non solo: tutte le creature, disperse nelle varie regioni dell'universo, "dominio" del Signore, sono convocate e invitate a rendergli lode perenne (vv. 20-22).

 

Domande per la riflessione personale:

  • So riconoscere i benefici di Dio verso di me, tutta l’umanità e il creato, e chiamarli per nome?
  • Come vivo l'esperienza del perdono? Sono disposto ad accoglierlo e a donarlo?
  • Sono più incline alla benedizione del Signore o a lamentarmi di lui?

 

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