
Salmo 106
Lun, 25 May 26 Lectio Divina - Salmos
Questo Salmo chiude il quarto libro del Salterio ed è simile per composizione ai Salmi 78 e 105; tutti e tre, infatti, passando in rassegna diversi periodi della storia biblica, trattano della bontà del Signore verso il suo popolo, nonostante le continue infedeltà. Il Salmo è armonico e di una certa musicalità; il genere letterario è quello del ringraziamento collettivo, con motivi innici, penitenziali, di supplica e fiducia.
In apertura troviamo un pressante invito alla lode del Signore per la sua bontà e misericordia, seguito da un interrogativo che il salmista si pone: Chi può narrare i prodigi del Signore? (v. 2) quasi a dire l’impossibilità, da parte dell’uomo, di enumerare e valutare nella loro vera portata tutti i gesti di salvezza operati da Dio per Israele nel corso della sua storia, tanto sono numerosi e meravigliosi. Proclama quindi la beatitudine di coloro che agiscono con giustizia e praticano il diritto in ogni tempo (v. 3) e chiede con due imperativi pressanti: ricordati di noi… visitaci… (v. 4) che il Signore conceda al popolo che ha eletto di godere la felicità che ha promesso e la gioia di potersi gloriare della sua eredità (cf. v. 5).
Subito dopo, l’orante sente il bisogno di esprimere il riconoscimento comunitario delle colpe, antiche e recenti, personali e collettive, contrapponendo il “non ricordare” dei padri e del popolo al “ricordo” indefettibile di Dio (v. 7).
Si apre così la lunga sezione del riconoscimento delle infedeltà degli Israeliti viste, come in controluce, sullo sfondo dei gesti di salvezza operati da Dio a loro favore (cfr. vv 8-12).
È un percorso doloroso, che il salmista intraprende a partire dall’Esodo, quando davanti al Mar Rosso il popolo mostra di aver già dimenticato i prodigi avvenuti in terra d’Egitto e si ribella a Dio, che risponde donandogli piena salvezza; così Egli onora il suo nome e manifesta la sua potenza, riscattandolo dalla mano del nemico e facendogli attraversare il mare all’asciutto. Soltanto allora, dopo l’annientamento degli avversari nei flutti del mare, il popolo ritrova la fede nel suo Dio e canta le sue lodi (vv. 7-12)
Ma il racconto prosegue segnalando ancora una volta la dimenticanza da parte della gente del progetto salvifico di Dio; la sfiducia che serpeggia negli accampamenti; l’ingordigia; la gelosia verso Mosè e Aronne… E così il Signore interviene con punizioni esemplari, inviando il fuoco sui ribelli e facendoli inghiottire dalla terra (vv. 13-18).
Drammatico è il ricordo del peccato di idolatria, quando il popolo ripudia e disprezza il suo Dio e la sua gloria, preferendogli “un toro che mangia fieno” (vv. 19-22); soltanto l’intercessione di Mosè (Es 32,11-14) descritta plasticamente come il contrapporsi coraggioso di un eroe che si pone sulla breccia a difesa degli Israeliti sbarrando il passo alla collera di Dio, che vorrebbe sterminarli.
E tuttavia continuano a mormorare contro il Signore, non ascoltano la sua voce, diffidano della sua promessa di un “paese di delizie” in cui potranno stabilirsi (vv. 23-25).
Il salmista continua ancora a confessare le infedeltà commesse dai padri nel lungo periodo che va dall’insediamento nella terra donata loro da Dio fino alla dispersione “fra le genti”, cioè l’esilio babilonese. In particolare, menziona il peccato di “adulterio” compiuto in territorio di Moab, proprio in vista della terra promessa, quando gli Israeliti si prostrano a Baal e si contaminano partecipando ai banchetti sacri cananei, cibandosi di carne immolata agli idoli, provocando così l’ira di Dio, che li castiga con la pestilenza. Nonostante ciò, continuano a voltargli le spalle, come a Massa e Meriba, dove per causa loro anche Mosè viene punito e non potrà entrare nella terra promessa (vv. 31-33).
La triste storia dell’allontanamento da Dio si ripete quando gli Israeliti, giunti ormai a destinazione, si “mescolano con le nazioni”, imparando le loro opere e in particolare partecipando al culto degli idoli cananei, onorati con sacrifici aberranti, come l’immolazione di figli e figlie (vv. 35-38).
Ancora una volta il salmista ricorda che “l’ira del Signore si accese…” e riporta la reazione divina alle infedeltà del suo popolo secondo uno schema sintetizzato in quattro momenti: infedeltà d’Israele, castigo divino mediante l’oppressione di nemici esterni, pentimento e grido di aiuto da parte degli oppressi, pietoso intervento di salvezza da parte di Jahwèh.
Le varie oppressioni subite da Israele abbracciano, anche se il Salmo non lo dice espressamente, le più antiche e le più recenti, in modo particolare l’ultima, la più grave, dell’esilio babilonese. (vv. 40-43); l’orante, perciò, implora con fiducia la liberazione e il ritorno in patria dei deportati, perché possano lodare il Signore, ringraziarlo e gloriarsi della sua lode (v.47).
Il Salmo si conclude con una formula di benedizione liturgica che esplicita il proposito di proclamare il nome di Dio e lodarlo, sigillando la preghiera con un Amen! corale (v. 48).
Domande per la riflessione personale:
- La storia di Israele, come la nostra, è piena di allontanamenti e ritorni. Sappiamo essere grati al Signore per la sua costante fedeltà, nonostante le nostre fughe e le reiterate ricerche di idoli?
- Riusciamo a riconoscere la tenerezza del Padre anche nelle correzioni che Egli ci fa per ricondurci sulle sue vie?
