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Salmo 108

Salmo 108

Jue, 25 Jun 26 Lectio Divina - Salmos

Il Salmo 108 risulta composto dalla giustapposizione di due parti di altri Salmi: il Salmo 57 [di cui i vv. 2-6 ripropongono i vv. 8-12]; e il Salmo 60 [di cui i vv. 7-14 riprendono i vv. 7-14], con alcune varianti di poco rilievo rispetto ai Salmi originali.

La datazione è del tardo postesilio e rimane del tutto oscuro il motivo di questa combinazione di elementi disparati.

Tuttavia, il Salmo va al di là di una semplice giustapposizione delle sue parti, perché raggiunge un diverso significato in un nuovo orizzonte: l’atmosfera innico-liturgica invita la comunità d’Israele ad attendere, lavorando e lottando, l’avvento di una nuova realtà. Il Salmo è pertanto un buon esempio di attualizzazione della parola di Dio in contesti nuovi e diversi, in quanto le gesta di Dio nel passato devono essere segno e fonte di speranza anche per il presente.

Il genere letterario è quello della supplica individuale, con motivi di ringraziamento e supplica, con l’inserimento al centro di un oracolo profetico.

In apertura, il salmista dichiara esplicitamente la sua situazione personale: afferma che il suo cuore è saldo, cioè pronto e deciso a dare lode a Dio fin dalle prime ore mattutine; perciò, con slancio poetico, si propone di destare l’aurora; e vuole svegliare i suoi strumenti musicali, l’arpa e la cetra, perché accompagnino con dolcezza la sua preghiera.

Non si tratta di un rapporto intimistico con Dio: l’orante intende fare una confessione pubblica, davanti a tutti i popoli, della bontà e verità divina: queste due realtà, che compongono e caratterizzano l’alleanza, indicano la stabilità dell’amore divino, che si estende fino ai cieli e fino alle nubi in tutta la sua immensità e grandezza (vv. 2-5).

Per questo l’orante chiede al Signore che si innalzi sopra i cieli e che manifesti la sua gloria su tutta la terra, implorando che liberi e salvi i suoi amici, cioè i pii fedeli, attraverso la potenza della sua destra: immagine antropomorfica spesso attribuita a Dio come segno di potenza e di protezione verso il suo popolo (vv. 6-7).

A questo punto il salmista riferisce la risposta di Dio stesso, in forma di un oracolo che poteva essere pronunciato nel tempio da un sacerdote o da un profeta cultuale.

Egli si dichiara il valoroso trionfatore sui nemici, che esulterà per la vittoria e potrà disporre delle terre conquistate; infatti, con un’immagine antropomorfica, si presenta come geometra e lottizzatore del territorio, che distribuisce a suo piacimento.

Così, divide Sichem, il centro più antico delle tribù israelitiche del nord; misura la Valle di Succot, che si estende lungo la riva orientale del Giordano; si appropria di Galaad e Manasse, territori delle due tribù immediatamente a nord della regione di Sichem e Succot.

Efraim e Giuda, che indicano globalmente il regno del Nord e quello del Sud, diventano rispettivamente l’elmo di cui si cinge il capo e lo scettro con cui esercita il potere.

Definendo il territorio di Moab, situato nel litorale orientale del Mar Morto, come il catino per lavarsi, ne indica la sottomissione, come quella di un servo che deve lavare i piedi del padrone; così il vicino territorio dell’Idumea diventa suo possesso attraverso il gesto simbolico di gettarvi i sandali, e sulla Filistea, terra dei perenni nemici di Israele, canterà vittoria (vv. 8-10).

Davanti all’affermazione oracolare delle vittorie divine, il salmista chiede a Dio, che al momento sembra aver abbandonato i suoi fedeli, di mettersi di nuovo a capo dei loro eserciti, perché soltanto Lui può portare soccorso, dal momento che ogni pretesa salvezza umana risulta totalmente vana.

La conclusione del Salmo è una professione di fede e fiducia sconfinata nella potenza e nel soccorso divino: con Dio si possono compiere grandi imprese, e Lui solo annienterà i nemici (vv. 11-14).

Domande per la riflessione personale:

  • Desidero lodare il Signore fin dall’aurora, con canti e inni di giubilo?
  • So mettermi con totale fiducia nelle mani di Dio e lasciarmi guidare da lui?
  • Sono capace, come il salmista, di cantare “inni tra le genti” dando testimonianza della sua bontà e grandezza?

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