
Salmo 112
Mar, 25 Ago 26 Lectio Divina - Salmos
Il Salmo 112 è un Salmo sapienziale, strutturato in modo che ogni emistichio inizi con una lettera dell’alfabeto ebraico.
Sappiamo che nella visione di vita del popolo ebraico la Sapienza, accompagnata dal timore di Dio, è la fonte di felicità dell'uomo; e che il bene praticato non può avere nulla di egocentrico, anzi si apre a tutta la realtà che circonda l'uomo e anzitutto a Dio, al prossimo, nella concretezza della vita. Questo principio generale trova la sua piena applicazione nel Salmo, in cui tutti i temi, accennati in brevi massime, hanno per oggetto una vita felice e ben riuscita.
Nei primi tre versetti il salmista presenta la beatitudine di chi teme Dio; afferma infatti: Beato l'uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti (v. 1); facendo comprendere che la fede si incarna nell'amore effettivo e appassionato per la parola di Dio e per i suoi precetti. Il giusto trova la sua gioia nella fedeltà alla torah, cioè alla Legge che Dio ha dato al suo popolo perché viva felice; e non si tratta di una promessa astratta, dal momento che coloro che osservano i divini precetti sono convinti per esperienza che, secondo la teoria della retribuzione, la loro stirpe sarà potente sulla terra e la loro discendenza sarà benedetta (v. 2). Una lunga vita e una discendenza numerosa sono benefici sommamente apprezzati; e questa benedizione di Dio è fonte di benessere e di pace che si estende sulla generazione di figli e nipoti, che costituiscono la famiglia e la genealogia del giusto.
Connessa alla prosperità della famiglia e della discendenza c'è anche quella della casa, intesa come casato, in cui si sperimentano onore e ricchezza (v. 3); cioè una prosperità che si riversa anche sulle strutture sociali, quando l’amministrazione dei beni è radicata nella giustizia.
Come una luce nelle tenebre, il giusto risplende per gli altri e diventa modello vivente e dimostrazione della misericordia, grazia e giustizia di Dio. Di lui, infatti, il profeta Isaia (58, 10) diceva: "Se offrirai il pane all'affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio" (v. 4).
Ma il salmista non si ferma qui; indica un’altra fonte di felicità, che arricchisce e caratterizza il giusto: è la sua capacità di amore concreto verso chi ha bisogno, in particolare la generosità nel dare in prestito senza interesse; una forma di pietà che non umilia il povero, ma gli dà l’opportunità di riscattarsi con il suo impegno e il suo lavoro (vv. 4-5). Il giusto agisce così nello spirito della legge biblica codificata nel Deuteronomio: "Se vi sarà in mezzo a te qualche fratello che sia bisognoso in una delle tue città del Paese che il Signore tuo Dio ti dà, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano davanti al tuo fratello bisognoso; anzi gli aprirai la mano e gli presterai quanto occorre alla necessità in cui si trova" (15, 7-11).
Percorrendo il cammino della giustizia e della carità, il giusto si erge sicuro e stabile per sempre: anzi, non vacillerà in eterno; un’eternità precisata dal salmista secondo lo schema ben noto dell'immortalità mnemonica nella fama dei posteri. Per il giusto, infatti, c'è un memoriale perenne: il suo nome e la sua presenza non soltanto non periranno, ma continueranno a rinascere, perché la giustizia, come qualità divina, può superare il tempo e il limite, durando per tutta la storia e oltre (v. 6).
La seconda parte del Salmo, che si apre con il versetto 7, segue lo stesso movimento della prima; si susseguono i verbi della fede e della stabilità, sempre interdipendenti nella visione biblica.
Se nel v. 1 l'orante dichiarava di temere Dio, ora dichiara di non temere il male, raffigurato come un messaggero che porta notizie di sventura; se proclamava la sua gloria nell'amare Dio e la sua legge, ora dichiara di confidare pienamente in Lui. Nei vv. 2-3 si celebrava la solidità della stirpe e della casa del giusto, ora si esalta la saldezza e la sicurezza del suo cuore, simile a quella della parola di Dio, che non varia secondo i venti della storia.
Si tratta di un cuore sicuro, libero dal timore, che non dubita, appoggiandosi al Signore trionfatore, di ottenere vittoria sui suoi nemici (v. 8)
Al v. 9 il salmista ritorna sul motivo della liberalità, già preso in considerazione in precedenza e insiste sul fatto che il giusto dona largamente ai poveri; di conseguenza la sua potenza s'innalza nella gloria, confermando così che il bene compiuto non va mai perso, anzi è motivo di prestigio davanti a tutti e lo rende partecipe dalla grandezza divina.
Il Salmo si chiude in modo singolare. Mostra, in antitesi al giusto, la figura perversa dell’empio, presentato come colui che vede e si adira, digrigna i denti e si consuma: quattro verbi per fotografare tutto il livore e la delusione rabbiosa di un uomo malvagio, che guardando la pace e la felicità del giusto, è sconvolto dall'ira e dall'odio.
In questa disperazione, opposta alla gioia dei giusti, sembra quasi di intuire un preludio del grandioso affresco di Matteo 25,34 ss. sul giudizio finale.
Domande per la riflessione personale:
- Coltivo verso il Signore un rapporto riverenziale e fiducioso?
- Ricerco la giustizia come fonte di beatitudine?
- Mi concedo la felicità di essere pietoso e misericordioso verso i poveri?
