
Salmo 99
Mar, 10 Feb 26 Lectio Divina - Salmos
Il Salmo 99 canta la regalità del Signore, contemplato mentre siede in Sion e si erge eccelso sopra tutti i popoli.
Si tratta dell’ultimo e anche del più originale dei “Salmi della regalità”, in particolare per la ricchezza teologica, il lirismo, il tenore morale e l’aspetto celebrativo-cultuale. La sua composizione si colloca nel periodo preesilico (VII o VI sec. a.C.) e presenta una simbologia spaziale, cultuale, regale e giudiziaria. Appare legato al tempio e al culto, alla teologia della santità e dell’alleanza; tuttavia, non è facile definire il suo impiego in una precisa cerimonia o in una particolare festa.
Il Salmo si può dividere in tre parti: nella prima si esalta la maestà e l’universalità della regalità divina; nella seconda (vv. 4-5) l’attenzione si sposta sulla potenza della regalità, esplicitata nell’esercizio della giustizia; nella terza (vv. 6-9) si sottolinea che la regalità divina si è manifestata più direttamente verso il popolo eletto e nella storia dell’Alleanza.
Il salmista apre il suo poema con l’affermazione della maestosa regalità del Signore, presentato come Colui che siede sui cherubini, chiaro riferimento all’arca dell’alleanza, considerata trono di Dio sulla terra; Egli è inoltre eccelso sopra tutti i popoli, i quali sono invitati a tremare davanti a Lui, mentre la terra si scuote davanti alla sua grandezza e maestà.
Il dominio regale di Jahwèh, infatti, non può rimanere circoscritto al solo popolo israelitico, con sede visibile sul monte Sion; per natura e per diritto acquisito nella creazione, abbraccia tutte le famiglie dei popoli. Un dato, quest’ultimo, ben fermo della fede d’Israele; non solo dopo l’esilio, ma anche prima.
Ogni creatura, pertanto, animata e inanimata, deve accogliere la chiamata alla lode del Nome divino, cioè di Dio stesso, qui presentato con gli attributi che manifestano la sua trascendenza: grande e terribile; e soprattutto con la più alta delle qualità divine: la santità. Santo è un aggettivo fondamentale e ricorrente nel Salmo; e sebbene la parola ebraica significhi di per sé “separato”, allontanato da ogni “impurità”, il Dio Santo è sempre attivo nella storia; anzi, proprio nella storia salvifica Egli manifesta la sua “santità”.
A questo punto il salmista si rivolge direttamente a Lui, chiamandolo Re potente e qualificandolo come Colui che ama la giustizia, che ha stabilito ciò che è retto ed esercita in Giacobbe, cioè in mezzo al popolo di Dio, la giustizia e il diritto (v. 4). Infatti, l’amore della giustizia e la difesa del diritto, oltre ad essere le fondamenta di un trono regale ben solido, sono la base e il fondamento stabile del mondo e della storia; la regalità di Jahwè, manifestata in Israele con la promulgazione della Legge, ha dato la dignità di popolo agli Israeliti in fuga dall’Egitto.
Proprio al popolo si dirige ora di nuovo il salmista, invitandolo ad esaltare il Signore Dio con un atteggiamento di profonda adorazione, prostrandosi davanti alla sua santità (v.5); e riferendosi al periodo dell’Esodo e dei Giudici ricorda le grandi figure di Mosè, Aronne e Samuele, visti come “custodi” e “mediatori” (vv. 6-7) dell’Alleanza; evoca anche l’accondiscendenza di Dio nei loro confronti, la sua pazienza, ma anche la severità, quando a volte anch’essi sono diventati trasgressori (v. 8).
Mosè e Aronne, per la loro appartenenza alla tribù di Levi, sono chiamati suoi sacerdoti, quindi mediatori e intercessori presso Dio nei casi d’infedeltà da parte d’Israele.
Samuele, il grande profeta e giudice di Silo, menzionato nel Salterio soltanto qui, che fu mediatore in particolare nella fondazione della monarchia (1Sam 7,8-9; 12,16-25), viene indicato come colui che, come Mosè e Aronne, invoca il Signore e ne riceve risposta. Essi sono stati capaci di ascoltare il Signore che si manifestava in modo misterioso attraverso la nube, specialmente nel cammino dell’Esodo, ma soprattutto si sono caratterizzati per l’obbedienza agli ordini del Signore e l’osservanza della Legge che Egli aveva loro dato.
A conclusione del Salmo, troviamo il terzo esplicito invito a lodare il Signore e a prostrarsi in adorazione davanti al suo monte santo, riconoscendo il dono della reciproca appartenenza e la sua ineffabile santità (v. 9).
Domande per la riflessione personale:
- So riconoscere nella giustizia di Dio l’espressione più grande del suo amore?
- Contemplando la santità di Dio, so essere riconoscente per la chiamata che personalmente mi rivolge ad essere santo come Lui è santo?
