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XXVI Domenica del Tempo Ordinario

XXVI Domenica del Tempo Ordinario

Lun, 22 Sep 25 Lectio Divina - Año C

La parabola di Lazzaro e del “ricco epulone”, offerta alla nostra meditazione questa domenica, sembra, in parte, richiamare il vangelo della domenica passata: il ricco si dimostra un amministratore poco scaltro che, con la disonesta ricchezza, non pensa a farsi amici i poveri, perché siano essi stessi ad accoglierlo nel Regno dei cieli.

Meditando il brano evangelico, vediamo che il ricco non ha nome, perché le ricchezze materiali possono rendere la sua vita comoda, ma non lo fanno uscire dall’anonimato; il povero, invece, ha un nome: Lazzaro (che significa “Dio aiuta”), Infatti, pur nella sua indigenza, anche se ignorato ed emarginato da tutti, ha il Signore che lo conosce, che lo ama così com’è, viene in suo soccorso e non delude la sua speranza.

Il Signore è il Bene supremo: ci conosce, ci chiama per nome, ci dà la speranza certa del suo amore pieno ed eterno!

Possiamo perciò interrogarci:

  • Come vivo: nell’anonimato, lontano da Dio e dalla gioia vera, oppure lascio che il suo amore mi “dia un nome”, un senso di compiutezza?
  • Sento che in ogni passo della vita (anche in quelli difficili) Dio mi aiuta?

 

Per approfondire il brano evangelico possiamo strutturare la parabola in 4 partì:

  1. la vita terrena di Lazzaro e del ricco (vv.19-21);
  2. la morte del ricco e di Lazzaro (v.22);
  3. il ricco e Lazzaro dopo la morte (vv.23-26);
  4. la Parola di Dio, principio di salvezza (vv.27-31).

 

Nella prima, domina il silenzio: il ricco non parla perché, preso dalle sue preoccupazioni (mangiare bene e vestire elegantemente), non si accorge di Lazzaro, che sta alla sua porta pieno di piaghe, bisognoso di aiuto: sembra che per lui sia invisibile. Il silenzio del ricco è quello dell’indifferenza, tipico di chi, come gli “spensierati” che abbiamo visto nella I lettura, non si accorge degli altri e non ha a cuore le cose importanti che danno senso alla propria esistenza.

Anche Lazzaro non parla, perché non ha voce, simbolo di una dignità, la sua, negata dalla povertà, dalle ingiustizie e dalla solitudine subite.

L’indifferenza è radice e causa di ogni povertà: chi è indifferente ignora Dio, non si prende cura degli altri e neppure di agganciare alla Vita la propria esistenza.

Possiamo ancora interrogarci:

  • Quali sono le priorità, le preoccupazioni che impegnano la mia vita?
  • Attraverso me, parla l’amore o il silenzio dell’indifferenza?
  • Quali sono le povertà che mi fanno giacere fuori della vita?

 

Ed ecco, arriva la morte, per il ricco e per il povero.

Il ricco “morì… fu sepolto” e chissà quali sfarzose cerimonie di commiato avrà ricevuto. Eppure, scende definitivamente verso l’abisso: sepolto, lì rimane, solo, chicco di grano che non fruttifica.

Anche Lazzaro muore, molto probabilmente senza che nessuno ne pianga la scomparsa o provveda al suo funerale; egli però sale verso il cielo, perché se gli uomini si disinteressano di lui, sono “gli angeli che lo portano accanto ad Abramo”, cioè vicino a colui che è padre nella fede, modello di chi spera nell’unico vero Bene, erede della promessa di Dio, capace di rinunciare alle sue sicurezze e di mettersi in cammino, fidandosi della Parola del Signore.

E io…

  • Dove colloco la mia vita: nell’orizzonte infinito di Dio o dentro un orizzonte puramente terreno?
  • Cosa mi insegna Abramo, con la sua fede e la sua speranza?

 

Dopo la morte, il ricco è nel tormento e la sofferenza lo fa smettere di essere indifferente: ora nota Abramo, lo riconosce come padre e “vede” pure Lazzaro; adesso è lui, che prima aveva tutto a disposizione, ad aver bisogno, ad essere povero, a chiedere il sollievo di una goccia d’acqua. Questa richiesta non può, però, essere esaudita perché egli, pur essendo figlio di Abramo, ha fatto la sua scelta, con le conseguenze che ne derivano. Ormai non può tornare indietro: “coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. Chi sceglie in vita l’egoismo è destinato al tormento eterno di una vita sola e senza amore.

Lazzaro ancora una volta non parla; per lui, per ogni povero, parla Abramo, esempio di speranza, per dimostrare che “il Signore rende giustizia agli oppressi”.

Lazzaro (e chi come lui) non ha avuto ricchezze o sostegni nella vita terrena, ed ora ha in Dio la sua consolazione, che nessuno potrà rubargli e che è senza fine.

I beni materiali illudono e deludono; solo nel Signore, nessuna povertà rimane sola o inguaribile.

Interroghiamoci:

  • Su quali valori, in base a quali criteri, faccio le mie scelte di vita?
  • In chi, in che cosa, sento di essere consolato?

 

Il ricco, non potendo più salvarsi, si preoccupa dei suoi fratelli, perché evitino il luogo di tormento in cui si trova; e propone che Lazzaro vada “a casa di suo padre”, dove regna la morte dell’indifferenza, perché il miracolo di un uomo ritornato dai morti li convinca a cambiare vita. Abramo però risponde che un cuore indurito nell’egoismo non può essere ammorbidito da un miracolo, ma solo da quella grazia, veramente convincente e trasformante, che è l’accoglienza della Parola di Dio e che converte all’amore; scioglie l’indifferenza, per far “vedere”, ogni giorno, Dio e gli altri, facendo comprendere che la vita non si qualifica in base a come ci si veste o a come si mangia.

Abbiamo bisogno di nutrirci della Parola di Dio per convertire il nostro cuore all’amore vero e credere che ogni nostra attesa si compie in Dio, del quale siamo figli amati.

Guardando ad alcuni passaggi della Colletta specifica per l’anno C, della II lettura e del versetto all’Alleluia, comprendiamo che assimilando la Parola di Dio:

  • ci conformiamo a Cristo, incarnando il suo esempio: si è fatto povero per condividere con noi la sua ricchezza; ci liberiamo dalla schiavitù dall’egoismo e dalla sordità dell’indifferenza e rinasciamo nella libertà dell’amore e della condivisione;
  • combattiamo “la buona battaglia della fede, tendendo alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza”, ricordando che alla mèta cui aneliamo ci attende non un bene effimero, ma eterno: la vita per sempre, ancor più bella perché condivisa con Dio, con i poveri e i giusti.
  • Ci poniamo pertanto ancora una volta alcune domande:
  1. Che ruolo ha nella mia vita la Parola di Dio? Quanto e come la lascio agire in me?
  2. Nel cammino di fede, ricerco il sensazionale o mi accompagno a Dio, coltivando ogni giorno la mia speranza in Lui?