I Domenica di Quaresima

I Domenica di Quaresima

Lun, 04 Mar 19 Lectio Divina - Año C

«La fede ci mostra il Dio che ha dato il suo Figlio per noi e suscita così in noi la vittoriosa certezza che è proprio vero: Dio è amore! ... La fede, che prende coscienza dell'amore di Dio rivelatosi nel cuore trafitto di Gesù sulla croce, suscita a sua volta l'amore. Esso è la luce – in fondo l'unica – che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire» (Benedetto XVI): è per penetrare un po’ di più il mistero insondabile di questo Amore di Dio rivelato in Gesù di Nazaret che ci viene donato ancora il tempo prezioso della Quaresima. Considerato fin dall’antichità il tempo della penitenza e della purificazione, è per eccellenza il tempo della contemplazione, il tempo che la Madre Chiesa ci dona per poter entrare nel deserto della rivelazione di un Dio che ha tanto amato il mondo da dare il Suo Figlio.

Proponendoci i tre pilastri fondamentali dell’ascesi cristiana: la preghiera, il digiuno, la penitenza, la liturgia ci conduce nel viaggio verso il sacrario del nostro cuore, in quella settima stanza dove s. Teresa di Gesù riconosce il luogo dell’intimità con Dio, l’unico luogo dal quale il mistero pasquale rivela tutta la potenza di grazia che dal fianco squarciato di Cristo raggiunge ogni uomo di ogni tempo e di ogni luogo.

Vista in questa luce, la Quaresima diviene il tempo in cui la Parola seminata abbondantemente nei nostri cuori per mezzo dei ricchissimi testi liturgici, accresce sempre di più il desiderio di contemplare la bellezza del volto di Dio che in Gesù crocifisso e risorto si mostra finalmente al mondo. Ed è proprio il desiderio del volto di Dio che fa spazio nel nostro cuore, che ci spinge a togliere tutto ciò che ostruisce la possibilità di vedere e che infonde il coraggio necessario per abbandonare finalmente il peccato che ci assedia e ci impedisce di assaporare la gioia della Pasqua.

Il tempo quaresimale è dunque un tempo favorevole per ricollocarsi, per riprendere in mano la relazione vitale con Dio e con i fratelli e riassaporare con sempre maggior intensità l’enorme dignità alla quale siamo stati elevati per un dono sovrabbondante di grazia. La Quaresima è infine il tempo in cui possiamo contemplare un miracolo grande «Gesù, che non si lascia impressionare dai miei difetti, non ha paura dei miei peccati, ma mi affida il Vangelo e proprio là dove mi ero fermato, mi fa ripartire» (E. Ronchi). Dio, l’Onnipotente, Dio, il Creatore, i cui lembi del manto riempiono il tempio, che tutto può con il soffio della sua bocca, sceglie di amare l’uomo, sceglie di amare me, di amare te e non si spaventa dei difetti, dei peccati, delle trasgressioni, degli adulteri, anzi li prende su di se, dandoci la possibilità di ripartire con tutto lo slancio di un amore ritrovato.

Con l’ardore di chi sa che l’attende un tesoro immenso, accingiamoci a scavare il terreno della nostra vita. Invochiamo la rugiada dello Spirito Santo, perché domenica dopo domenica, ammorbidisca il nostro terreno, mostri le pietre da togliere e indichi il luogo dove il tesoro è sepolto, per poter gioire del dono ritrovato nella grande notte di veglia della Pasqua.

La liturgia della prima domenica di Quaresima di questo Anno C che stiamo meditando, ci mostra una cornice, quella della prima lettura tratta dal libro del Deuteronomio e la seconda tratta dalla lettera di S. Paolo ai Romani, che prepara lo splendore del quadro e che oggi ci indica uno dei grandi momenti della vita di Gesù e del cristiano, le tentazioni nel deserto.

Le letture, infatti, ci mostrano quali radici ha la nostra fede, da dove parte e fin dove giunge, ma è il Vangelo che ci rivela in tutta la sua forza come poter dire con la nostra vita la fede che professiamo con le labbra. In Gesù, che è tentato dal demonio ci viene indicato lo specchio in cui riconoscerci, le pietre che il maligno mette sul nostro cammino e la spada dello Spirito, cioè la Parola di Dio che è capace di spegnere tutti i suoi dardi infuocati.

Le tentazioni viste in questa luce diventano allora il prototipo di ogni combattimento contro il male che ciascuno di noi, quotidianamente è chiamato a ingaggiare, nel quale sappiamo di non essere soli, ma di avere dalla nostra il Figlio stesso di Dio che intanto ha accettato di essere tentato, in quanto io potessi seguirne l’esempio.

Sostiamo allora con fiducia su questa Parola che in questa domenica ci è donata per porre un primo tassello verso il desiderato volto del Padre.

v.1: Il racconto delle tentazioni è davvero una miniera dove più si scava e più si trovano pietre preziose e già la lettura di questo versetto lo evidenzia bene. Gesù ha appena ricevuto il battesimo, ha appena goduto della voce del Padre che lo chiama Figlio amato e ha gioito, come chi si sente dire “ti voglio bene” dalla persona che ama.

Ancora ricolmo della forza di questa esperienza, Gesù si lascia condurre dallo Spirito e tentare dal diavolo nel deserto e ancora una volta il suo comportamento diventa sconvolgente per ogni logica umana. È appena stato proclamato Figlio di Dio e il suo primo atto è non solo la sottomissione e docilità alle indicazioni dello Spirito, ma anche la disponibilità a lasciarsi tentare da Satana. Di certo non è un caso che questo avvenga subito dopo la teofania del battesimo! Gesù accetta di seguire lo Spirito e di essere tentato da Satana perché è la condizione quotidiana della nostra vita dopo il battesimo. Anche noi, come Lui, dopo essere stati immersi nelle acque della redenzione ed esserne usciti liberati dalla corruzione del peccato, siamo guidati dallo Spirito, ma continuamente soggetti alle insidie del male.

Anche l’indicazione del deserto e dei quaranta giorni ci pongono di fronte alla realtà della nostra esistenza che si muove in un mondo che ha i connotati tipici del deserto: la lotta contro il male nelle sue svariate forme, la solitudine abitata che consente un contatto profondo con se stessi e con Dio che vi abita. E nei quaranta giorni, numero indicato molto spesso nella Sacra Scrittura, c’è l’allusione a tutta la vita, che sarà sempre caratterizzata, fino all’incontro definitivo con il Signore tanto cercato, dalla lotta contro il male e da questa solitudine abitata. Dunque: ad essere tentato è Gesù, ma in Lui c’è il quotidiano buon combattimento che ciascuno di noi è chiamato a sostenere.

v.3: La descrizione delle tentazioni è riportata soltanto dagli evangelisti Luca e Matteo e non da Marco. È dai loro testi che possiamo trarre lo specifico delle tentazioni che Gesù ha vissuto e che per noi rappresentano un patrimonio inestimabile, in quanto gettano una luce intensa sul nostro cammino spirituale. Sia Matteo sia Luca pongono come prima tentazione quella del pane, indicandoci un criterio molto importante. Gesù ha fatto digiuno per quaranta giorni e poi ha avuto fame: è il suo punto debole!

Il maligno non lo tenta su discorsi teologici, ma facendo leva sul bisogno che ha in quel momento e questo è anche il modo con cui egli si accosta a noi. Il suo agire è lento, è come un attento investigatore che scruta con meticolosità il bersaglio per colpire nella certezza di centrarlo. Solo quando ha individuato il tallone di Achille, allora colpisce articolando la tentazione in modo davvero magistrale.

Gesù aveva custodito per lungo tempo la voce del Padre che gli rivelava la sua identità e in quella voce aveva dimorato, riassaporando la bellezza dell’essere amato. Il lavoro del maligno è di rubare la Parola seminata nel cuore e dunque insinua la necessità di dimostrare questa identità che il Padre ha rivelato: «Ma è proprio vero che sei Figlio di Dio? Dimostralo…».

La proposta che il maligno fa è ragionevole: l’essere figli di Dio concede le stesse prerogative di Dio e dunque se Gesù lo è può fare tutto quello che Dio fa, per il proprio bisogno. Ma è proprio qui la pietra di inciampo: la tentazione è nell’impostazione della propria vita, è un modo per orientare i criteri della propria esistenza sull’egoismo, sul proprio tornaconto, sul proprio bisogno, considerato come legittimo, sacrosanto. Guardando al nostro mondo, ai discorsi che quotidianamente sentiamo riguardo alla necessità della realizzazione personale a tutti i costi, comprendiamo l’attualità della tentazione a cui Gesù si sottopone. Il mondo ci rimprovera costantemente che se la sequela proposta dal Padre non permette di realizzare se stessi, le proprie aspettative, i propri bisogni, le proprie reali esigenze, non è una sequela che rende felici. Credo che siano nelle nostre orecchie le tante affermazioni di chi ci dice: “Ma chi te lo fa fare? Che cosa ci guadagni a vivere da figlio di Dio?” E nel nostro cuore questo rimprovero assume gli stessi accenti dei giusti che si lamentano davanti a Dio e che affermano: «È inutile servire Dio: che vantaggio abbiamo ricevuto dall'aver osservato i suoi comandamenti o dall'aver camminato in lutto davanti al Signore degli eserciti? Dobbiamo invece proclamare beati i superbi che, pur facendo il male, si moltiplicano e, pur provocando Dio, restano impuniti» (Ml 3,14,15).

v.4: La risposta di Gesù spiazza il maligno, perché sposta il discorso su un altro piano, riportandolo nella giusta dimensione della paternità vera. L’essere figli comporta in primo luogo la dipendenza dalla Parola del Padre. Certo la parola dipendenza, alle orecchie dell’uomo moderno, alle nostre orecchie suona come negazione della libertà e della possibilità di realizzare se stessi, ma la dipendenza che Gesù indica è la dipendenza amorosa, è quella sottomissione che si fonda sulla certezza dell’amore e che intanto è accolta in quanto ci si riconosce amati.

È nell’esperienza comune che quando ci si sente amati si è disposti a fare tutto quello che l’amato dice, nella certezza che lo dica per il nostro vero bene e dunque anche nella relazione di figliolanza divina, la Sua Parola assume una rilevanza più grande dei bisogni contingenti, perché si riconosce più valida, urgente e necessaria per la propria vita, del pane che serve per nutrirla.

L’esortazione che Gesù fa in Lc 12,22ss riguardo alla necessità di fidarci dell’agire di Dio che ci darà tutto quello di cui abbiamo bisogno, diventa per noi un nuovo invito a confidare nella sua parola e a cercare prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto ci sarà dato in aggiunta.

v.5: La seconda tentazione concerne il potere. Il maligno tenta Gesù sui mezzi che può usare per ottenere il Regno, cercando di distoglierlo dalla scelta della croce, «stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano è potenza di Dio» (1Cor 1,18). È questa la tentazione del nostro secolo, che facendo del suo pensiero un assoluto, ha allontanato il pensiero di Dio.

Per ottenere il potere, inteso non solo come possesso di regni, ma anche come possesso della relazione con gli altri, possesso del loro affetto, della stima, della benevolenza, i mezzi vengono considerati come fine e non più nella loro giusta dimensione. Il maligno tenta Gesù, e in Lui ciascuno di noi, a peccare di idolatria, ad assolutizzare qualunque realtà al di sotto di Dio: la legge, il lavoro, il piacere, il benessere, la libertà e a fare dei mezzi, anche quelli buoni, sacrosanti degli assoluti che invece di condurci alla libertà, rendono schiavi! «Il mezzo, divenuto fine, stravolge ogni cosa nel suo contrario più simile: il vero nell’utile, il giusto nel vantaggioso, il bene nel piacere, il bello nel funzionale, il buono nell’interesse, l’amore nell’egoismo … la vita nella morte. Si può arrivare a porre come fine il nulla: ogni ribellione sembra inutile, il male è necessario e il nulla inevitabile. Al massimo si cerca il minor male. Comunque lo si compie sempre ed esso cresce fino a riempire del suo vuoto ogni spazio di vita» (S. Fausti).

v.8: La risposta di Gesù rimette ogni cosa nel giusto ordine. Solo adorando Dio e la sua volontà sulla nostra vita, possiamo ottenere il potere che desideriamo da sempre. Mi sorprende sempre tanto la risposta di Gesù a Giacomo e Giovanni che gli chiedono di sedere alla destra e alla sinistra nel suo regno. Egli non si scandalizza, non si sdegna e non li rimprovera, semplicemente accoglie il loro desiderio sapendolo lecito e insito nella stessa natura umana, ma lo orienta. È nel Regno del Figlio amato che noi siederemo alla destra e alla sinistra, perché il posto regale lo ha preparato Lui, morendo sulla croce e rendendoci capaci finalmente di entrare nel regno della grazia con le vesti lavate nel suo sangue.

Adorare il maligno allora, perché ci promette di appagare i nostri bassi desideri è la menzogna più stupida e assurda, perché noi siamo fatti per il cielo e abbiamo già il posto che Gesù è andato a prepararci. Ma è anche una delle più insidiose, perché la tentazione di vedere realizzati già qui e a modo nostro tutti i desideri è a volte fortissima. Solo l’adorazione del vero Dio, del Dio rivelato da Gesù che non esita ad entrare in tutte le nostre morti per riportarci al regno che lui ha preparato, ci rende capaci di appagare in pienezza ogni nostra aspettativa … a noi è richiesta niente altro che la fede in LUI!

v.9: Siamo al cuore della tentazione diabolica. I padri della chiesa hanno sempre visto le tentazioni come un crescendo che dalla tentazione che fa leva sui propri bisogni giunge a intaccare la relazione con Dio ed è proprio la tentazione radicale della fede.

Intanto mi piace notare la docilità di Gesù che si lascia portare anche dal maligno: “lo pose…”, quasi come se il tentatore ne avesse piena libertà di “gestirlo”. Il pensiero corre allora al momento più critico della vita del Nazareno, quello che l’evangelista Giovanni indica come l’ora della gloria, l’ora della passione e della croce. Anche lì i vangeli ci ripetono insistentemente che viene consegnato nelle mani di quanti vogliono fargli del male e tuttavia non si oppone, non resiste, non reagisce alla violenza, semplicemente si lascia consegnare ai suoi crocifissori.

Questo aspetto della mansuetudine di Gesù mi sembra davvero un importante tassello per il nostro cristianesimo, chiamato a rispondere ai tanti interrogativi e alle tante sfide del nostro mondo. È vero, il cristiano è tentato dal male, ma l’atteggiamento da adottare non è quello di trincerarsi con mura e baluardi, per impedirgli di entrare e insidiare la nostra vita, bensì quello di custodire con cuore saldo il dono ricevuto nel battesimo e non lasciarsi prendere nella rete delle logiche del male.

Il problema allora non sta nel sentire la voce del male, nel percepire la tentazione, che c’è per Gesù e c’è per noi, fino alla fine della nostra vita, ma è come si risponde alla tentazione. E a sua volta la nostra risposta alla tentazione dipende dal volto di Dio che portiamo nel cuore, perché nella misura in cui ci sentiamo amati dal nostro Dio e ne riconosciamo i segni nella nostra vita, siamo anche capaci di rimanere davvero saldi di fronte agli assalti del maligno.

Mi ha sempre molto colpito il racconto del martirio di s. Lucia, condannata a finire i suoi giorni in un postribolo, nessuno è stato capace di condurla, nemmeno i buoi ai quali era stata legata! Questo racconto che certo ha del mitico, ci richiama però ad una verità incredibilmente reale: quando una persona sperimenta l’amore di Dio e si fida di Lui, nessun male potrà mai avere il potere su di lei, perché il Signore darà ordine ai suoi angeli di custodirla in ogni passo, come canta il salmo 90.

Questa è la tentazione più insidiosa perché in fondo nel nostro cuore rimane quella debolezza di Adamo di voler essere come Dio, che il peccato originale ci ha causato, per cui anche la nostra religiosità corre il rischio di essere uno zuccherino per Dio, per poi costringerlo a fare come la penso io e a mettere sempre e comunque al centro il nostro io famelico.

v.12: Di fronte a quest’ultima provocazione satanica, Gesù risponde con forza, con la stessa forza di Dio. In Matteo Gesù ingiunge a Satana di andarsene e indica come porsi di fronte ai continui attacchi del male: “Vattene, Satana …”. Non c’è spazio per nessun dialogo, non c’è posto per nessuno sforzo di comprendere cosa ci viene chiesto; quando ci accorgiamo che chi ci sta parlando è il male, allora la risposta deve essere pronta e decisa, coraggiosa e ferma, senza possibilità di replica. E questa fermezza ancora una volta è possibile se si è saldamente ancorati alla roccia dell’Amore di Dio, tanto da poter dire “Non tenterai il Signore Dio tuo”. Si, possiamo rispondere con la stessa risposta di Gesù, perché anche noi siamo tempio di Dio e sua dimora, luogo che Lui ha scelto per abitarvi.

Nel deserto della nostra vita ci viene chiesto di imitare Gesù, di mettere le nostre orme sulle sue orme e condurre il buon combattimento della vita con le armi che s. Paolo descrive nella sua lettera agli Efesini, nella quale afferma: «Indossate l'armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete dunque l'armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno cattivo e restare saldi dopo aver superato tutte le prove. State saldi, dunque: attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. 16Afferrate sempre lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno; prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio». E con questa armatura entriamo nel tempo propizio della Quaresima, con il cuore desideroso di conoscere le meraviglie che il Signore ha preparato per noi.