Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo

Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo

Mié, 08 Nov 17 Lectio Divina - Año A

 

Al termine dell’anno liturgico la Chiesa celebra la solennità di Cristo Re dell’universo.

Così è accaduto anche al termine del pellegrinaggio terreno di Gesù. Quand’egli giunse alla fine a Gerusalemme, la città santa della quale è detto che Dio stesso vi prenderà dimora insieme a tutti gli uomini, uscì incontro a lui una folla numerosissima che gridava: “Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”. Il “figlio di Davide” è il Messia, il re atteso dai secoli, il re che cavalca un asinello e non porta armi, e che proprio per questo porta la pace e la giustizia.

Davvero “una folla numerosissima” uscì incontro a lui? E dov’era quella folla sette giorni dopo, quando un’altra folla gridò più forte: “Sia crocifisso”? E una folla fatta di chi, di discepoli forse? O di bambini ignari? I vangeli sono assai precisi: erano discepoli. Ma la tradizione liturgica ha inteso invece che fossero bambini: “Pueri hebraeorum …”, i bambini degli ebrei, come cantava la bella antifona latina. Forse la tradizione ha inteso bene, ha inteso nel senso “spirituale”: a meno di diventare come bambini, non potete entrare nel Regno di Dio, né potete salutare il re che viene a portare la pace.

La liturgia di oggi ci propone un brano impegnativo che si presta a diverse interpretazioni e si apre con uno scenario molto solenne. Richiama immediatamente il primo discorso fatto da Gesù. “Discorso della montagna” (Mt 4,23 - 5,2), che suppone uno scenario analogo. Seguono poi le otto beatitudini che potrebbero costituire il paradigma di confronto per dare ragione del giudizio che viene celebrato in quest’ultima pagina dell’evangelista.

Si potrebbe persino parlare di una grande inclusione, con un confine in alto individuato nella pagina delle beatitudini e uno in basso individuato in questa pagina del giudizio finale.

Sembra cioè che l’evangelista ci voglia dire che per poter capire tutto l’insegnamento di Gesù è necessario tenere conto di queste due pagine poste l’una dirimpetto all’altra.

Non è facile interpretare questo testo.

Si può dare infatti un’interpretazione che tenga conto di tutti coloro che mostrano qualunque tipo di bisogno e nei quali Gesù stesso si immedesima personalmente.

Si può interpretare il testo facendo riferimento ai discepoli inviati da Gesù, ma che hanno paura delle persecuzioni e quindi hanno bisogno di essere confortati (10, 40-42).

Ma si può dare una terza interpretazione che parta dal privilegio particolare dei dodici apostoli di essere giudici, con il Figlio dell’uomo, delle dodici tribù d’Israele (19, 27-28),

Lo spettacolo al quale assistiamo potrebbe essere paradossale. Dovrebbe mostrare un trionfo e invece mostra una “sconfitta”. Dovrebbe osannare un vincitore e invece esalta gli sconfitti con i quali lo stesso vincitore si è immedesimato. Non solo ma è anche uno spettacolo che mette al muro gli spettatori e li costringe a riconoscere la propria personale verità.

Il grande spettacolo lascia sgomenti perché ha come prima conseguenza una ineluttabile separazione. La prima azione che compie questo Figlio dell’uomo intronizzato come un giudice giusto è un’azione di separazione. (v. 33)

E’ arrivato il momento in cui la separazione del bene dal male è inevitabile. Il Figlio dell’uomo che è anche pastore (v. 32), si rivela essere un re. Bisogna pensare a ciò che il re è tenuto a fare per rispondere al ruolo, che gli è stato riconosciuto da Dio, di essere re. Egli infatti deve guidare, nutrire, difendere, essere insomma la forza stessa del popolo. Matteo rivela che non si tratta più semplicemente di un popolo solo identificato, ad esempio, con Israele ma si tratta del mondo intero. Il Figlio dell’uomo si è identificato con ogni uomo, cioè con l’umanità in tutte le sue membra, perciò si sente corpo unico con l’umanità intera. Da qui la legittimità di sentirsi accolto o meno in ogni singolo essere umano, ma da qui anche la legittimità di giudicare definitivamente, cioè senza appello.

Tutto ciò è interpretato in modo diverso dagli esegeti, ma i più sono portati a dire che si tratti di un messaggio che risponde alla volontà di Dio di salvare tutti.

Molti interrogativi però restano aperti; uno in particolare li riassume un po’ tutti:

Come fanno a salvarsi coloro che non sono stati raggiunti ancora dal messaggio evangelico?

Conviene ritornare all’interpretazione della parabola della zizzania (13, 23ss) non sta a voi, adesso, separare il grano dalla zizzania. Date fiducia al Signore! Intanto, per ciò che sta a voi, proseguite a trasmettere i messaggio del vangelo e cercate di renderlo sempre più credibile. Il resto affidatelo al Signore e alla forza dirompente e straordinariamente fertile della sua Parola.

Di fronte agli interrogativi, che si ripropongono continuamente, occorre:

  • Anzitutto affermare la volontà di Dio di salvare tutti!
  • Tenere presente la parola di Gesù che dice: non giudicate e non condannate nessuno (7,1ss)!
  • Affidare tutto a colui che, unico, conosce i segreti del cuore.
  • Credere fermamente nella forza vitale della Parola evangelica.

Rispondendo alle obiezioni di chi si era trovato dalla parte dei “benedetti” e chiedeva al Figlio dell’uomo: “Quando mai ti abbiamo visto …?”, Matteo mette in bocca a Gesù queste precise parole: “Tutto quello che avete fatto a uno solo …(v.40)

Risposta che ripeterà in negativo rivolto a coloro che erano venuti a trovarsi dalla parte dei “maledetti” (v. 45).

Tutto si risolve dunque in questa “misericordia fattiva”.

Matteo è molto sintetico: (v.34) colui che si è rivelato con la dignità e la maestà di un re, eleva così coloro che hanno riconosciuto i bisogni dell’umanità, come li aveva riconosciuti lui, scendendo dal trono di Dio e facendosi tutt’uno con la carne dell’uomo, alla sua stessa dignità.

Con coloro che non hanno saputo riconoscere, nel proprio simile, qualcuno al quale dare un bicchiere d’acqua fresca, oppure dare semplicemente una mano, e così hanno perso l’occasione di incontrare il Signore in chi chiedeva aiuto; Matteo è durissimo (vv.41-44)

L’ultima parola è tagliente e definitiva (v. 46)

Matteo non ha mezze misure. Si può solo chiarire che quel “vita eterna e supplizio eterno” è una qualità e non un tempo, ma la durezza della parola di Matteo rimane.

Per concludere si può solo sottolineare la qualità sorprendente della signoria che Gesù intende esercitare sulla nostra vita: signoria in verità assai poco appariscente, come quella di un mendicante.

Eppure proprio così egli è sovrano: appellandosi alla nostra compassione. Ogni obbedienza suscitata da un’autorità diversa da questa, l’autorità espressa dalla domanda tacita dell’uomo sofferente, egli la giudica obbedienza servile. Mentre questa soltanto è l’obbedienza dei figli.