Salmo 67

Salmo 67

Mié, 18 Abr 18 Lectio Divina - Salmos

Il salmo è una lirica lineare, semplice, entusiastica, originale per le sue immagini. Per l’apertura universalistica e “missionaria” è da collocarsi nel tempo del post-esilio. Questo salmo può chiamarsi il canto dell’umanità che attende la salvezza.
È una composizione notevole per la linearità di struttura, per la semplicità di espressione e, soprattutto, per l’“apertura” del suo motivo di fondo. In esso la comunità d’Israele, prendendo lo spunto da un’annata agricola particolarmente segnata dalla divina “benedizione”, esprime a Dio il desiderio di nuovi favori, i quali mostrino al mondo, al di là degli stretti confini della terra d’Israele, qual è il vero “volto” del suo Dio, la sua “via”, cioè il suo comportamento di benevolenza e di equità.
Tali favori dovrebbero attirare l’attenzione (la “conoscenza”) di tutti i popoli della terra, in modo che essi si associano ad Israele nella lode divina. Questa preoccupazione “missionaria” che emerge con insistenza in tutto il salmo (all’inizio, nella motivazione introduttiva, nel ritornello, nella parte centrale e nella chiusura), costituisce il motivo ricorrente e qualificante di questa breve e delicata composizione.

Genere letterario: inno.
Divisione: è segnata dal ritornello: parte iniziale (vv. 2-4); parte centrale (vv. 5-6); parte finale (vv. 7-8).

vv.2-4: Questa prima parte del salmo si compone di due elementi, e cioè: della presentazione a Dio, in 3a persona, dei voti del suo popolo, e della motivazione, in 2a persona, la quale vuol dare alla richiesta della divina benevolenza una finalità missionaria”: che Dio, proprio tramite i favori elargiti ad Israele, venga “conosciuto” dai popoli, che così si sentiranno portati anch’essi a tributare a lui la lode dovuta.
v.2: “Dio abbia pietà di noi e ci benedica”: questo versetto è chiaramente improntato alla “benedizione sacerdotale” di Nm 6,24-26, la quale suona alla lettera: “Ti benedica Jahwèh e ti custodisca; faccia splendere il suo volto verso di te e sia benevolo verso di te…”.
“Ci benedica”: la benedizione riguarda la vita, la fecondità, la fertilità del suolo, un abbondante raccolto, una famiglia numerosa (cf. Sal 128,3-4).
v.3: “…perché si conosca sulla terra la tua via”: un pensiero simile ricorre spesso nella letteratura profetica. In Isaia 11,9, per esempio, si afferma che, quando Jahwèh avrà posto sul “germoglio” di David lo “spirito di sapienza e di conoscenza”, allora “tutta la terra sarà piena della conoscenza di Jahwèh”. La “conoscenza” di Dio è un’esperienza profonda, complessa e unitaria, che abbraccia tutte le facoltà dell’uomo.
“La tua via”: riferita all’uomo, la “via” denota quell’insieme di princìpi che lo guidano nel suo comportamento, nella sua condotta morale, e che, in ultima analisi, determinano il suo successo (o insuccesso) nella vita. Riferita a Dio, può indicare l’insieme dei princìpi morali visti nella loro fonte ed origine. Qui però, per il contesto di tutto il salmo, nella “via” c’è da ravvisare piuttosto l’idea di condotta, applicata a Dio per via di analogia, e cioè: il modo di agire di Dio verso l’uomo è quello della benevolenza e dell’azione salvifica (v. 3).
v.4: “Ti lodino i popoli, Dio, ti lodino i popoli tutti”: questo ritornello riflette l’universalismo della seconda parte del salmo: anche le nazioni pagane sono invitate a servire e lodare Jahwèh. L’umanità intera è invitata ad associarsi all’invocazione, alla lode e al ringraziamento per i benefici ricevuti da Israele. Si affaccia qui un universalismo mediato dalle promesse fatte ad Abramo.

vv.5-6: In questa parte centrale del salmo s’invitano i popoli a riconoscere il sovrano dominio di Dio, che egli esercita con “equità”, cioè con benevolenza e sollecitudine, e a tributare a lui l’omaggio della gioiosa riconoscenza.
v.5: “Esultino le genti e si rallegrino”: l’invito alla gioia è il gesto spontaneo di colui che, avendo esperimentato su di sé i frutti della divina benevolenza, sente il bisogno di allargare il raggio della sua lode con la partecipazione ad essa di un numero di persone il più grande possibile. Nella preghiera individuale tale invito è rivolto molto spesso ai “giusti”, ai “timorati” di Dio, ai “retti di cuore”. In quella pubblica talvolta esso varca i confini della nazione eletta e raggiunge “tutti i confini della terra” e, a volte, tutto il creato, animato ed inanimato (cf. Sal 148). Se non di rado il significato di tale ampliamento non va al di là di un valore puramente coreografico, nel nostro caso il motivo “missionario”, tutt’altro che secondario in questa “lode”, induce a credere che non si tratta di un semplice motivo letterario, quanto piuttosto di una chiara presa di posizione a favore delle nazioni straniere nel problema dell’universalità della divina salvezza.

vv.7-8: Questa parte finale ribadisce i voti, con identica finalità, della parte iniziale: voglia Iddio continuare a far scendere le sue benedizioni sopra il popolo eletto come già ha fatto nel recente passato, in modo che tutti ipopoli della terra possano essere attratti nell’aria salvifica dei “timorati di Dio”.
“La terra ha dato il suo frutto” (v. 7): in questa frase, in cui notiamo l’unico tempo al passato, viene giustamente ravvisata la circostanza che ha dato luogo alla composizione del presente inno, il quale, oltre all’intonazione generale del genere innico, contiene anche il motivo del ringraziamento. Qualche commentatore, interpretando il piuccheperfetto “ha dato” come il piuccheperfetto precativo “dia”, trasforma il salmo in una preghiera per impetrare da Dio il “dono” della pioggia. Tale interpretazione sembra poco probabile, sia perché non sufficientemente fondata, sia perché svuoterebbe il nostro salmo del suo valore più solidamente accertato, che è quello dell’universalità dell’azione salvifica di Dio. La divina causalità della produttività del terreno -frutto della divina benedizione “meritata” con l’osservanza dei comandamenti- è messa bene in risalto in Levitico 26,3-4: “Se seguirete le mie leggi, se osserverete i miei comandi e li metterete in pratica, io vi darò le piogge alla loro stagione, la terra darà prodotti e gli alberi della campagna daranno frutti”.
“… e lo temano tutti i confini della terra” (v. 8): è una esortazione che richiama il v. 3 “perché si riconosca”. Il “timore” qui, riferito alle nazioni, non è quello causato dalla minaccia dei divini castighi, come spesso nell’Antico Testamento, bensì quel tipico sentimento di meraviglia e di riverenza che l’uomo prova di fronte ad una manifestazione della divina potenza. In quanto riconoscimento della presenza dinamica di Dio nel mondo e negli uomini (nel caso specifico, in Israele) il “timore” costituisce il primo passo verso la salvezza e può considerarsi senz’altro, secondo il linguaggio biblico, equivalente a “conversione”. Il salmista auspica che la benedizione a Israele, rivelatasi con l’abbondanza del raccolto, possa generare il timore di Dio, sentimento di meraviglia e di rispetto, che, come primo passo verso la salvezza, apra i popoli alla conoscenza e adesione a Lui.

Riflessioni per una revisione di vita:
La mia preghiera ha un respiro universale e “missionario”?
Sono capace di lodare e ringraziare spesso il Signore per tanti doni ricevuti: la vita, la salute, i frutti della terra e tanti altri benefici?
Mi preoccupo nella mia preghiera e nella mia vita della salvezza di tutti le genti?
Con l’esempio e con la parola cerco di essere e fare il “missionario”, affinché tutti i popoli lodino Dio?