Salmo 73

Salmo 73

Jue, 14 Jun 18 Lectio Divina - Salmos

È un salmo sapienziale che si potrebbe esprimere così: C'è una giustizia per l'uomo! Oppure: Dio è per l'uomo garanzia di giustizia sull'intera sua esistenza? E se lo è, in che modo lo è? La domanda è dunque quella di porsi dinanzi a tutta la nostra esistenza e di vedere se siamo dei fuscelli che possono essere buttati di qua e di là, come capita, oppure se in tutta questa vicenda, Dio realizza per noi la sua giustizia. Di fronte alla tentazione l'uomo può sperimentare l'apparente assenza di Dio nella storia. Il salmo, pur avendo un tono meditativo che nasce da una profonda sofferenza, da un dolore che a un certo punto quasi “scoppia”, si tramuta in una contemplazione del mistero di Dio.

Il salmo si divide in quattro parti, più una introduzione:
v.1: Introduzione. La bontà di Dio;
vv.2 - 12: L'esistenza felice dell'empio;
vv.13 - 16: L'esistenza amara del giusto;
vv.17 - 22: II destino amaro dell'empio;
vv.23 - 28: Il destino felice del giusto.

v.1: Introduzione. L'autore firma fin dall'inizio lo stile del salmo: una netta professione di fede nella bontà liberatrice di Dio. Questa confessione è un modulo d'apertura caro ai salmi di ringraziamento; può essere anche ricondotta ai salmi sapienziali. Dio, apparentemente inerte nella storia, in realtà prima o poi si china su chi ha il cuore puro, cioè totalmente aperto a Dio e a lui affidato, come fa il povero di Jahweh. La spiritualità di questo salmo è quella del cuore e dell'interiorità, opposta alla visione volgare del ricco che si fonda sulla carne. Dio è buono con coloro che hanno il cuore retto. Il salmo nasce da un cuore credente che si sente quasi tradito nella sua fiducia.

vv.2 – 12: L'esistenza felice dell'empio. Altre persone o gruppi, nazioni e popoli che non hanno seguito l'esperienza del credente, sembrano prevalere. Anzi, il loro strapotere politico schiaccia il piccolo popolo d'Israele, così come i prepotenti, coloro che agiscono e operano senza scrupoli, sembrano schiacciare il credente che si è affidato a Dio e ha agito con onestà.
La brillante situazione del perverso è uno scandalo, una pietra d'inciampo che ostacola il cammino. Isaia aveva posto Dio stesso come scandalo secondo un'immagine ripresa anche da Cristo: "Egli sarà pietra d'inciampo e scoglio che fa cadere... Molti inciamperanno e si sfracelleranno" (Is. 8, 14-15; Mt. 21,44).
Non dobbiamo meravigliarci né stupirci se anche noi passiamo per questa esperienza che è quella del popolo di Dio e del credente. Possiamo vedere altri grandi credenti dell'Antico Testamento che sono passati per la stessa esperienza: cfr. Ger. 15, 18 ss; Gb 3,3 ss. Si tratta di esperienze religiose condotte fin quasi al limite dell'abbandono di Dio. La Scrittura non ha paura di queste esperienze; anzi ce le presenta, le registra, perché sono esperienze di chi cammina veramente nell'amicizia con Dio, di chi ha rischiato tutto.
Molti santi le hanno vissute; per esempio, si possono vedere gli ultimi mesi di vita di S. Teresa di Gesù Bambino. Questa esperienza drammatica è anche l'esperienza del Figlio di Dio. Non è l'esperienza di chi cammina su vie piane, facili, di chi non rischia nulla… ma di chi ama molto.
Questo salmo nasce da un grandissimo amore e proprio per questo esprime con molta libertà la propria sofferenza. Il confronto tra il credente e coloro che non hanno fede e hanno fortuna, arriva a denunciare apertamente queste potenze mondane, le quali si sentono quasi esenti dalle sofferenze e dai timori, tanto sono piene di orgoglio e di violenza: "Scherniscono, parlano con malizia, minacciano dall'alto con prepotenza "(v 8). C'è anche la bestemmia; si prende in giro Dio, perché il malvagio lo mette sotto i piedi e tratta Dio come se non sapesse e non potesse far nulla: "Come può saperlo Dio? C'è forse conoscenza nell’Altissimo?" (v. 11).

vv.13 -16: L'esistenza amara del giusto. Il giusto, dopo che si è guardato attorno, guarda a se stesso e si vede come abbandonato totalmente nell'amarezza: "Poiché sono colpito tutto il giorno, e la mia pena si rinnova ogni mattina" (v 14)". Il primo elemento che emerge nell'affrontare la crisi è quello di esserne vittima. L'uomo fedele a Dio sembra subire lo scandalo, perché dice: "Invano ho cercato di essere giusto...". È la crisi, cioè la situazione di chi dice: "Se la vita è così, la conclusione più giusta è quella di rinunciarvi"… Conosciamo persone che sono esattamente in questa situazione: il fatto che la Scrittura ne parli, vuol dire che, pur essendo una situazione negativa, dobbiamo rifletterci. Spesso le parole più facili che diciamo agli altri non sono adeguate, ma il salmista fa un tentativo di soluzione del problema che consiste nel voler indagare sulla vita con le forze della ragione. Infatti il secondo passo che si intravede nel salmo, dopo quello del rifiuto drammatico, è quello della ricerca filosofica. L'uomo si mette a riflettere: "È possibile che non ci sia una soluzione, un’ipotesi? vediamo un po’… ragioniamo. Era quello che gli amici di Giobbe facevano con lui. "Riflettevo per comprendere: ma fu arduo agli occhi miei" (v. 16). Tuttavia deve concludere che questa ricerca fatta con la ragione non trova spiegazioni plausibili: "Non capisco".
Questa sofferenza, nel cuore di una persona che è sostanzialmente rimasta legata a Dio, la porta ad una decisione: "Entrare nel santuario di Dio" (v. 17). Questo "finché non entrai nel santuario di Dio" significa che soltanto entrando nel mondo di Dio diventa possibile leggere la propria vita in una maniera più reale, più piena e più profonda. Chi entra nella lettura dell'esistenza che è data dalla fede, entra in un segreto che permette all'uomo di cogliere il futuro, e in particolare il futuro di speranza. "Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero…, ma essi sono nella pace…” (Sap 5,1-9).
Questo è il segreto dei giusti, il segreto della fede. Il credente legge questa vita in un contesto che la supera; e la supera al punto che ciò che vi può essere riferito come una sciagura, in realtà lascia intatta la possibilità di una riuscita. Chi si mette dalla parte di Dio vede le cose come le vede Dio e supera la propria visione limitata. È il passaggio di qualità, il momento culminante nel quale l'amarezza può sciogliersi e diventare accettazione tranquilla di una realtà che si vede in maniera completamente diversa.

vv.17 – 22: Il destino amaro dell'empio. La crisi e lo scandalo sono dissipati attraverso un'esperienza religiosa che diventa luce piena a cui attingere forza per continuare l'itinerario della vita. Il fedele, entrato nella comunione con Dio nel tempio, riesce ad accedere ad una comprensione superiore che gli permette di risolvere l'enigma teorico e quello personale. Nella fede rinnovata la nebbia del dubbio e dell'interrogativo scompare.
Il credente ora dichiara di comprendere: il termine dell'avventura umana è ben diverso da quello codificato dall'esperienza. Da questo momento in avanti, ripetendo il dittico "empio - giusto" della prima parte del salmo (vv. 1 - 16), si descrive il destino del "malvagio" e quello del "fedele": destino antitetico rispetto alla vita attuale. Sentimenti, pensieri ed esistenza erano stati travolti dalla crisi di fede solo perché mancava il dono della vera sapienza, che sa penetrare il senso profondo della storia e della realtà.
Dio mette l'empio in una superficie instabile e scivolosa, sulla quale non si può stare saldi né costruire (v. 18). In senso traslato, questo è l'inganno che porta alla morte e alla perdizione. La rovina totale è il destino di chi ora con l'ingiustizia si è creato un apparente trono di marmo. Al v. 19 il salmista si ferma a constatare la rovina quasi fosse già avvenuta, perché la distruzione è istantanea.
I sogni dei malvagi sono illusori e inconsistenti (v. 20). Dio, che sembrava dormire (Sal 78,65), si sveglia con tutta la sua potenza e sorge per giudicare (Sal 7,7; 9,20; 10,12: 12,6). Egli non è morto, non è indifferente: interviene e giudica, alzandosi con tutto il suo potere.
Ma c'è anche un altro risveglio, ben più amaro: quello dell'empio: "Per gli empi il risveglio è lo svanire di tutto nella morte" (Cassiodoro). Di fronte a questa nuova comprensione, che ricostruisce una diversa scala di valori, il fedele getta lo sguardo al passato in cui si era lasciato prendere dalla tentazione della sfiducia e della disperazione e lo vede come un tempo di bestiale ignoranza e di stupidità (vv. 21 -22).

vv.23 – 28: Il destino felice del giusto. Secondo Lagrange questa parte del salmo è il più bel testo dell'Antico Testamento. Il salmista ha compreso la felicità dello stare con Dio nonostante la povertà. "Non tentare di darmi il mondo al tuo posto, è te stesso che io domando" (P. Claudel). "Tutto ciò che io vedo quaggiù mi dà disgusto quando penso all’eccellenza e al fascino che io scopro nel mio Salvatore" (S. Teresa d'Avila).
Il v. 23 introduce subito alla presenza di Dio: una presenza continua, eterna, indistruttibile, arcana e consolante: "Ma io sono sempre con te!". Appena Dio appare, compie subito un gesto decisivo, prende l'orante per la mano destra (cfr. Is. 41,13; 42,6; Sal 16, 7: "Mi ha dato consiglio, anche di notte istruisce il mio cuore".
Tutto il salmo 16 è un'esplicita presenza di Dio accanto al giusto. La fede è l'appropriarsi di questa capacità di Dio di prendere per la mano destra. È la parola detta dal padre al figlio maggiore nella parabola del figlio prodigo: "Tu sei sempre con me!" (Lc. 15, 31): "Se tu capissi che cosa vuol dire questo, tutto il resto varrebbe così poco"... Quindi siamo di fronte ad un Dio amico dell'uomo; un'amicizia espressa con tre termini che chiariscono e sciolgono ogni problema: "Mi hai preso... Mi guiderai... Mi accoglierai" (vv. 23 - 24): presente e futuro, vita terrena e vita eterna, tempo ed escatologia sono ormai nelle mani di Dio.

"Essere con Dio, in cielo e sulla terra, questo basta" (Lagrange); l'unione con Dio diventa la meta di tutta l'esistenza, il bene più prezioso che dà consistenza alla fragilità umana: "Chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra" (v. 25), sono tra le parole più alte dell'amore. Si potrebbero paragonare alle parole di Pietro quando, interrogato da Gesù: "Volete andarvene anche voi?", dice: "Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna" (Gv 6, 67 ss).

Come pregare il salmo
Prima di tutto vivendo le nostre esperienze personali a cui il salmo fa riferimento. Possiamo chiederci: Nelle prove della vita sento fortemente che Cristo è con me? Che non mi abbandona?
Sono disposto ad accogliere questa parola: "Cristo è con me, sempre: nulla mi potrà mai separare da lui, né la morte, né la vita (S. Paolo). Nessuna potenza, nessuno strapotere mi separerà dall'amore di Dio che è in Cristo!
Potremo pregare questo salmo mettendoci nella situazione della Chiesa perseguitata che trova in Dio la sua forza.
Potremo pregare questo salmo domandandoci se siamo già diventati sufficientemente consapevoli della drammaticità della nostra vita e della vita altrui.
Potremo domandarci anche: "In che maniera, durante le mie giornate, esprimo questa certezza che Dio non verrà mai meno? Le mie azioni e le mie parole esprimono la fiducia in me soltanto, nel mio potere, nel mio diritto, nella mia forza, oppure esprimono la certezza che Dio è con me, che Dio è con coloro che si affidano a lui?

Sottolineare alcuni termini che ricorrono nel salmo:"conoscere", "comprendere", "cuore", "lingua", "bocca", "carne", "mano", "essere stolto", "bestia=abbrutirsi", "riflettere-pensare", "affanno", "rovina", "empio", "malvagio", "segreti-santuario di Dio", "orgoglio", "pena", "vedere", "inciampare", "violenza", "sorte", "rifugio", "guidare".