Salmo 74

Salmo 74

Jue, 21 Jun 18 Lectio Divina - Salmos

Il salmo 74, secondo alcuni esegeti, descrive e parla dello “stolto” personificato da Antioco Epifane, il re “folle”, che bruciò le porte del tempio (cfr. 1Mac 4,38) e profanò il santuario. Il salmista, interpretando i sentimenti della comunità e rievocando con forti immagini, quasi di un testimone, la distruzione del tempio e la sua profanazione, supplica il Signore perché si scuota dal torpore in cui sembra essere caduto.
Il salmo è il primo della serie delle lamentazioni pubbliche di Asaf (Sal 74; 77; 79; 80), tutte affini letteralmente e tematicamente. Motivo comune di tali lamentazioni è non solo la descrizione della sventura abbattutasi sulla Nazione, ma soprattutto la “pressione” che questa fa su Dio perché si scuota dal letargo e, rinnovando le antiche gesta di salvezza, venga in soccorso del suo popolo. Il testo, maestoso nel suo svolgersi, ma nello stesso tempo avvolto in un silenzio di morte, quello terribile di Dio, presenta qualche difficoltà e lacuna.
Il simbolismo riguarda lo spazio, il tempo, l’ostilità umana e divina.

Genere letterario: supplica collettiva.

Divisione: Appello introduttivo (v. 1); I appello a Dio rievocando la distruzione del tempio (vv. 2-9); II appello a Dio, rievocando la liberazione dell’esodo e la creazione (vv. 10-17); III appello e supplica finale al Dio dell’Alleanza (vv. 18-23).

v.1: “O Dio, perché…”: nella forma di una doppia interrogazione retorica il salmista a nome della comunità interroga angosciato Dio, pastore d’Israele, sulla situazione di abbandono presente nel suo gregge, effetto del ripudio e della sua collera.

vv.2-9: Il salmista ricordando a Dio il diritto di proprietà sul suo popolo acquistato al tempo dell’esodo e condotto attraverso il deserto fino alla terra promessa (Es 15,13) (v. 2), richiama la sua attenzione sulla situazione attuale seguita alla distruzione del tempio, rievocata con intensa partecipazione e forte realismo (vv. 3-9).
v.9: “Tutti i santuari di Dio nel Paese”: si tratta dei santuari locali, ove si custodivano le memorie dei patriarchi, lasciati esistere anche dopo la riforma di Giosia (622 a.C.), che aveva centralizzato il culto nel tempio di Gerusalemme.

vv.10-17: Con altre due domande retoriche inizia il secondo appello. Si adducono le ragioni (teologiche) per spingere Dio a intervenire. Sono di carattere storico e cosmologico. Scopo dell’orante è quello di ricordare a Dio che gli avversari del suo popolo sono anche i suoi avversari. Questi disprezzano Lui (“il suo nome”), e quindi Egli, che è “re” d’Israele fin dai tempi antichi e che ha operato prodigi di salvezza specialmente nell’esodo e prima ancora nella creazione, non può stare inerte a guardare. Dal v. 13 al v. 17 il ricordo della azioni mirabili di Dio è scandito dal pronome personale “tu” che si ripete sette volte, quasi sempre in posizione enfatica.
v.11: “Trattieni in seno la destra”: è un antropomorfismo per indicare inerzia, immobilismo.
v.14: “Leviatan”: come mostro marino è presente in altri passi biblici (cfr. Sal 104,26; Gb 3,8; 40,25-41,26). Si fa allusione qui al passaggio del mare dei Giunchi e alla disfatta degli Egiziani (cfr. Es 14,25ss).
v.15: “Fonti e torrenti tu hai fatto scaturire, hai inaridito fiumi perenni”: si fa allusione qui ai prodigi dell’esodo e al passaggio del Giordano, per preparare la perorazione finale dei vv. 18-23.

vv.18-23: Questo appello finale si apre come il primo (v. 2), con l’imperativo “ricorda”. Si tratta di una perorazione finale che riassume i motivi addotti negli appelli precedenti tendenti a scuotere e fare intervenire Dio. Incerta l’interpretazione dei vv. 19-20, dal momento che il testo è in disordine.
Nel Nuovo Testamento la distruzione del tempio dei vv. 3-9 ha un’eco in Mt 24,2.15. Cristo stesso è il nuovo tempio (Gv 2,19-21) e i cristiani a loro volta sono chiamati tempio di Dio (1Cor 3,9.16).