Salmo 88

Salmo 88

Dom, 07 Oct 18 Lectio Divina - Salmos

Il Salmo è una supplica straziante e appassionata di un malato arrivato al limite della sopportazione del suo male, e può essere accostato al lamento-protesta di Giobbe (cfr. cc. 3-27.29-31). Si è vista rispecchiata in questo canto anche la situazione del re Ozia, colpito dalla lebbra e vissuto segregato fino alla morte (2Re 15,5) o quella del re Ezechia, colpito da una malattia mortale, il cui lamento è simile a questo salmo (Is 38,10,20).

Non senza ragione questo testo è stato giudicato il più “cupo” di tutte le lamentazioni del Salterio. La tradizione cristiana lo ha riferito a Cristo “uomo dei dolori che ben conosce il patire” (Is 53,3). Dal punto di vista letterario il Salmo presenta alcune particolarità rispetto al genere letterario della supplica individuale. Mancano, infatti, alcuni elementi caratteristici, come la preghiera d’intercessione o l’imprecazione e non si ha traccia di ammissione di colpevolezza o di protesta d’innocenza dell’orante.

Il Salmo termina senza una vera e propria conclusione. Il simbolismo è soprattutto spaziale, con riferimento al mondo dello Sheol. Il titolo, uno dei più lunghi e complicati del Salterio, porta informazioni contraddittorie.

Genere letterario: lamentazione individuale.

Divisione: vv. 2-3: appelli introduttivi; vv. 4-19: corpo.

v.2: “Signore, Dio della mia salvezza”: l’appellativo denota la fiducia in Dio salvatore, nonostante la drammaticità della situazione esposta nei versetti successivi.

vv.4-6: In questi versetti introduttivi si espone la motivazione della supplica. Con un linguaggio iperbolico si descrive lo stato dell’ammalato, che ha raggiunto ormai la fine. Con un impressionante crescendo il salmista afferma di essere sull’orlo della fossa, si sente già come un morto “privo di forza” (v. 5), anzi ha già il suo giaciglio tra i morti, come le persone uccise (v. 6).
v.6a: “Sono come gli uccisi stesi nel sepolcro”: si ha l’immagine raccapricciante di cadaveri, ammassati, dopo una sconfitta militare, dentro una fossa comune, luogo di putrefazione e di impurità.
v.6b: “Dei quali tu non conservi il ricordo…”: si rispecchia la concezione primitiva della Sheol, che essendo il regno della non vita, luogo della putrefazione, non può entrare in contatto con Dio, autore della vita (cfr. Sal 6,6). Il Signore, benché conosca le ombre dei morti che vi sono, tuttavia li elude dal suo intervento salvifico (cfr. Sal 31,23).

vv.7-10a: In questi versetti il salmista continua la descrizione del suo stato drammatico con un’interpellanza più diretta a Dio. Gli si rivolge con il “tu”, e gli attribuisce, secondo il principio della “onnicausalità divina” dell’Antico Testamento, la responsabilità del suo stato e della sua solitudine (v. 9) (cfr. 1Sam 2,6).
v.8: “Pesa su di me il tuo sdegno…”: il Signore è immaginato come un oppressore adirato (cfr. Sal 32,4; 38,3-4: 39,11.14).
– “Con tutti i tuoi flutti…”: il salmista già si sente travolto dalla tempesta divina cosmica. Lo Sheol, infatti, è immaginato come luogo dell’abisso primordiale, ove sono in continuo agitarsi le acque sotterranee che cercano di corrodere la terra (Sal 42,8; 69,3).
v.9: “Hai allontanato da me i miei compagni…”: la solitudine forzata del salmista, intesa come effetto dell’azione di Dio, è probabilmente una misura preventiva dovuta alla lebbra (cfr. Gb 19,13-14), ma qui vista come effetto di punizione.
- “Sono prigioniero…”: la prigionia o è un’immagine o è da prendersi in senso realistico, come nel caso del re Ozia che fu lebbroso (cfr. 2Re 15,5). Qui, come la solitudine, è considerata come effetto dello sdegno divino.
v.10a: “Si consumano i miei occhi”: un altro effetto della punizione divina (cfr. Sal 6,8; 31,10). Qui l’invocazione ininterrotta di Dio appare come un ulteriore indizio della gravità della situazione del salmista.
v.10b-13: Con domande retoriche rivolte a Dio ritorna il tema dello Sheol. Qui da una parte c’è il silenzio di Dio, che non vi opera salvezza (cfr. v. 6b), e dall’altra c’è il silenzio degli uomini che essendo diventati “ombre” non possono più lodarlo, né esaltare la sua bontà e fedeltà, i suoi prodigi e la sua giustizia. Le domande retoriche avendo per risposta “no!”, hanno lo scopo, con qualche vena di ricatto, di persuadere il Signore ad intervenire in soccorso dell’orante, guarendolo, perché questi, solo da vivo può cantare le lodi a Lui.

vv.14-19: In questa ultima sezione del salmo, in cui secondo lo schema usuale delle lamentazioni ci saremmo aspettati la preghiera propriamente detta insieme con espressioni di fiducia e la promessa finale del ringraziamento, il salmista ritorna sul suo caso, che di nuovo espone a Dio con rinnovati ed accorati accenni di sconforto, tali da indurlo ad avere pietà di lui.
v.14: “Al mattino”: il mattino è il tempo più propizio della preghiera. Infatti, come si attende il sorgere del sole, così si attende la benevolenza di Dio, che esaudisce l’orante che l’ha pregato per tutta la notte.
v.16: “Infelice e morente dall’infanzia”: è un’iperbole per significare la fragilità e caducità dell’uomo.
v.19: “Mi sono compagne solo le tenebre”: il salmo si chiude malinconicamente finendo con la parola “tenebra”. L’orante si sente abbandonato da Dio e dagli uomini, solo, nella sua mortale malattia (cfr. Sal 38,12). Tuttavia c’è un filo di speranza e di attesa, perché egli nell’estremo dolore si è rivolto al Signore invocandolo come “Dio della mia salvezza” (v. 2).