Salmo 94

Salmo 94

Mié, 21 Nov 18 Lectio Divina - Salmos

Il Salmo è un appello a “Dio che fa giustizia” (alla lett. “Dio delle vendette”) affinché intervenga contro le ingiustizie degli empi; questi lo sfidano apertamente, approfittando del suo apparente silenzio, per commettere soprusi e angherie, in particolare attraverso il legalismo ingiusto degli stessi tribunali.
Il salmista è certo che Dio interverrà con mano forte a difesa del debole. Perciò ci troviamo davanti a un Salmo di speranza e di fiducia nella giustizia di Dio.
Sebbene non si accenni direttamente al regno di Dio, l’appartenenza del salmo 94 al genere degli “Inni della regalità divina” è giustificata. Infatti il riferimento al giudizio di Dio, che è chiamato “giudice della terra” (v. 2), richiama la sua regalità, come nei Salmi 96-99. Il Salmo è una composizione mista con motivi appartenenti a vari generi letterari: ci sono elementi della “lamentazione comunitaria”, del genere “sapienziale”, e di “ringraziamento”; esprime la dottrina sapienziale dei saggi d’Israele ed è scritto secondo lo stile dei Proverbi.
L’epoca della composizione è quella del postprofetismo, però prima dell’epoca greca o maccabaica, data la sua fattura classica. Il simbolismo è giudiziario, spaziale e antropomorfico.

Genere letterario: inno della regalità di Jahwèh (+ motivi di lamentazione, ringraziamento, giudiziali e sapienziali).

Divisione: vv. 1-2: appello iniziale a Dio, giusto giudice; 3-7: Ia lamentazione: l’arrogante trionfo degli empi; 8-11: Ia lezione sapienziale: diatriba con gli empi; 12-15: IIa lezione sapienziale: beatitudine dell’uomo istruito da Dio; 16-21: IIa lamentazione: soccorso divino nell’oppressione; 22-23: Appello finale a Dio, difesa, rifugio e giusto giudice.

v.1: “Dio che fai giustizia”: alla lett.: “Dio delle vendette”. L’appellativo è ripetuto due volte. In questo caso la voce “vendetta” ha un significato positivo, cioè di difesa di chi ha subito ingiustizia da parte di giudici iniqui. Dio è il vendicatore del sangue innocente (Gn 9,6; Lv 17,11; Dt 12,13) e il tutore del suo popolo.
v.2: “Giudice della terra”: è il secondo appellativo di Dio. Qui si evidenzia più l’aspetto negativo punitivo, anziché quello positivo di salvezza legato al titolo.
– “Superbi”: questi superbi si mostrano anche arroganti, osando sfidare Dio stesso. Sono gli stessi del Salmo 9-10.

v.4: “Diranno insolenze”: considerato il contesto giudiziario, l’espressione si riferisce alla cattiva amministrazione della giustizia e alle ingiuste sentenze giudiziarie, contro cui si scagliano anche i profeti (cfr. Is 1,23; Ger 5,28).
v.6: “Uccidono la vedova… il forestiero… gli orfani”: Dio si conferma difensore dei deboli. Egli è “padre degli orfani e difensore delle vedove” (Sal 68,6) e cura i loro diritti. L’Antico Testamento è molto sensibile alla causa dei deboli (cfr. Is 1,17; Ml 3,5; Sal 72,4).
v.7: “Dicono: Il Signore non vede… non se ne cura”: cfr. Sal 73,11. Siamo davanti a una sfida ingiuriosa nei riguardi di Dio; è l’ateismo sfacciato, condannato dal Salmo 14 e Salmo 9-10; 25,32-34. Il momentaneo silenzio di Dio è visto come assenza e disinteresse.
– “Il Dio di Giacobbe”: cfr. Es 3,6. L’espressione ricorda l’Alleanza stretta con i patriarchi e in questo contesto aggrava l’accusa di noncuranza di Dio da parte degli empi.

vv.8-11: si riporta la forte reazione del salmista alle accuse degli empi del v. 7 e si vuole dimostrare l’assurdità della loro posizione. Nel v. 8 c’è un appello, quasi un’intimazione, agli “insensati” a diventare “saggi”; nei vv. 9-10, con una serie di domande retoriche e un ragionamento che si basa su un forte antropomorfismo somatico, si vuole dimostrare che Dio, poiché ha creato l’uomo con gli organi dei sensi e gli ha dato l’intelligenza, conosce i suoi pensieri, perciò non può essere sordo, cieco e insensibile alle angherie subite dagli oppressi.
v.10: “Chi regge i popoli…”: Dio ammonisce i popoli, è il loro giudice (cfr. Sal 7,8-9; 96,10) e lo è tanto più del suo popolo.
– “Lui che insegna… il sapere”: Dio è il maestro dell’uomo, avendogli dato le norme sociali di convivenza (cfr. Sal 25,4.9).

vv.12-15: Secondo il genere sapienziale, sotto forma di beatitudine, il salmista esalta in positivo, al contrario dei vv. 8-11, la felicità del fedele, del saggio (in opposizione agli “insensati” e “stolti” del v. 8), che riconoscendo Dio e la sua giustizia, si lascia ammonire da lui. Si segue la teoria della retribuzione terrena.
v.14: “Perché il Signore non respinge il suo popolo…”: l’espressione recupera in positivo quanto nel v. 5 veniva lamentato per l’arroganza degli empi.

vv.16-21: Ancora per contrastare e contestare l’assurdità delle tesi degli empi sul silenzio di Dio, il salmista ora adduce la sua esperienza personale: il sostegno della grazia di Dio e del suo conforto nel momento della prova. È un lamento, ma incalzato dalla speranza. Il v. 16 è una domanda retorica che si richiama all’appello del v. 2 (cfr. Sal 7,7; 108,11; 121,1-2). I vv. 17-21 raccolgono l’esperienza liberatoria del salmista da parte del Signore.

vv.22-23: Dopo i dubbi sul silenzio di Dio davanti alle ingiustizie sollevati nei vv. 3-7, il Salmo termina con la professione di fede nella certezza dell’intervento di Dio, giusto e fedele.

Nel Nuovo Testamento Paolo in Rm 11,1-2 cita il v. 14; in 1Cor 3,19-20 cita con libertà il v. 11.