Salmo 106

Salmo 106

Jue, 21 Feb 19 Lectio Divina - Salmos

Questo salmo chiude il quarto libro del Salterio. È simile per composizione ai Salmi 78 e 105. Tutti e tre, infatti, trattano della bontà del Signore verso il suo popolo nonostante le continue infedeltà, passando in rassegna diversi periodi della storia biblica. Il Salmo 78 tocca il periodo dall’esodo alla scelta di Davide (Es-Nm, Gdc, 1Sam), il Sal 105 da Abramo alla conquista di Canaan (Gn, Es-Nm), il Sal 106 sottolinea le infedeltà dal periodo dal periodo dell’Esodo a quello di 2Re. Il salmo è armonico e di una certa musicalità.
La simbologia è spaziale e temporale. Le confessioni dei peccati dei padri dei vv. 6-46 seguono grosso modo lo schema teologico biblico di peccato-castigo-supplica-perdono, che si trova anche in altri passi biblici (cfr. Gdc 2,11ss).

Genere letterario: salmo di ringraziamento collettivo (+ motivi innici, penitenziali, di supplica e di fiducia).
Divisione: vv. 1-6: invito alla lode e appello introduttivo; vv. 7-46: confessione dei peccati dei padri in otto quadri; v. 47: supplica; v. 48: benedizione-dossologia liturgica.

v.2: “Chi può narrare i prodigi del Signore?”: letteralmente: “Chi narrerà?”. In questa espressione si può scorgere l’idea dell’impossibilità da parte dell’uomo di enumerare e valutare nella loro vera portata tutti i gesti di salvezza operati da Jahwèh per Israele nel corso della sua storia, tanto sono numerosi e meravigliosi.

v.4: “Ricordati di noi, Signore, per amore del tuo popolo, visitaci…”: i due emistichi di questo versetto sono aperti da due imperativi pressanti: “ricordati di noi… visitaci…”. Il ricordo di Dio è efficace e potente, perché porta la salvezza. Al “ricordo” di Dio (V. 4.45) si contrappone il “non ricordare” dei padri (v. 7), e il loro “dimenticare (vv. 13.21).

v.6: “Abbiamo peccato come i nostri padri”: il riconoscimento comunitario delle colpe antiche e recenti, personali e collettive, è un atteggiamento caratteristico della preghiera veterotestamentaria in epoca esilica e postesilica (cfr. Lam 3,42; Dn 9,5).

vv.7-46: Tutta questa sezione centrale è occupata dalla “confessione” delle colpe d’Israele, viste come in controluce sullo sfondo dei gesti di salvezza operati da Dio a suo favore (cfr. vv 8-12). Le colpe sono, innanzitutto, quelle per così dire classiche della generazione del deserto, a cominciare dalle rive stesse del Mar Rosso, prima del passaggio prodigioso (v. 7), fino alle porte della Terra promessa, nei campi di Moab (vv. 28-31). Vengono quindi le infedeltà commesse dalla nazione eletta nella stessa terra donatale da Dio durante tutto il periodo che va dal suo insediamento fino alla sua dispersione “fra le genti” (cfr. vv. 27.47), cioè all’esilio babilonese (vv. 34-43).

Una tale “confessione” dei peccati dei padri non intende affatto infierire contro le generazioni passate; vuol essere un atto di pubblico riconoscimento e di gratitudine verso la “eterna misericordia” di Jahwèh (cfr. v. 1) e, nello stesso tempo, un atto di rinnovata fiducia che egli, come già nel passato, si lascerà muovere a compassione del suo popolo, facendogli almeno trovare grazia presso “quelli che li hanno deportati” (cfr. vv. 44-46).

v.20: “Toro che mangia fieno”: l’appellativo “che mangia fieno” paragonato alla “gloria del Signore” indica qui grande disprezzo. È interessante questa variazione rispetto a “vitello” del versetto precedente. Ciò fa pensare ad un’origine cananaica della raffigurazione di Jahwèh in sembianze di “toro” riferita qui.

v.23: “Se Mosè… non fosse stato sulla breccia di fronte a lui”: l’intercessione di Mosè (Es 32,11-14) è descritta plasticamente come il contrapporsi coraggioso di un eroe che si piazza proprio dove il nemico ha aperto una breccia nelle mura della città, per opporgli resistenza e respingerlo. Il peccato del popolo aveva aperto una breccia nella muraglia della fede del popolo, che si era scelto un altro “dio”. Mosè deve sbarrare il passo alla collera di Dio.

v.28: “Si asservirono a Baal-Peor”: è un vero e proprio peccato di prostituzione. Siamo all’ultimo episodio, in senso cronologico, della serie di infedeltà della generazione del deserto, quella occorsa nel territorio di Moab, proprio “in vista” della Terra promessa (Nm 25).
– “Baal-Peor”: Peor è un monte della regione di Moab, in Transgiordania; Baal, che letteralmente vuol dire “divino” (“Signore”), è la nota divinità del pantheon cananeo: il suo culto sarà una continua tentazione per il popolo eletto nella sua coabitazione con le popolazioni cananee della Palestina.
– “i sacrifici dei morti”: si tratta di cibarsi della carne immolata agli idoli che essendo inesistenti sono chiamati “morti”. La partecipazione ai culti idolatrici comportava anche il mangiare carne immolata agli idoli. In questa espressione si combina l’orrore che provoca un sacrificio offerto a una divinità inesistente (!), con l’orrore che provoca l’idea di un pasto in cui vengono imbandite carni di “morti”; si tratterebbe di una specie di necrofagia. Il problema, di carattere anche sociale, era dibattuto nella primitiva comunità cristiana (vedi 1Cor 8).

v.30: “Ma Finees si alzò…”: Finees (secondo i LXX e la Vulgata), o Pincas (secondo il Testo Masoretico), nipote di Abramo, punì i colpevoli (“si fece giudice”) e così frenò l’ira di Dio che stava per scatenarsi su Israele. Agì in questo caso da “intercessore” come Mosè (Nm 11,1; 21,7) e tale opera gli fu computata a merito.

v.32: “Mosè fu punito per causa loro”: l’episodio di per sé è alquanto misterioso. Il salmista, non negando la colpa di Mosè, cerca di attenuarne la responsabilità adducendo la provocazione del popolo (v. 33).

v.38: “Versarono sangue innocente”: si accenna qui ai casi non infrequenti di sentenze capitali pronunziate ai danni di innocenti; un crimine, questo, che insieme a quello della idolatria, è stato indicato dalla predicazione profetica come motivo della collera divina e della conseguente rovina della nazione eletta (cfr. Gr 22,3-5.17-19; Mic 3,10-12).

v.40: “L’ira del Signore si accese…”: la reazione di Dio alle infedeltà del suo popolo è presentata esattamente secondo lo schema deuteronomistico di Giudici 2, con i suoi quattro momenti: infedeltà d’Israele, castigo divino mediante un’oppressione da nemici esterni, pentimento e grido di aiuto da parte degli oppressi, e alla fine pietoso intervento di salvezza da parte di Jahwèh (cfr. Sal 78,32-39).

v.41: “Li dominarono i loro avversari”: le varie oppressioni subite da Israele, come sono riferite dal libro dei Giudici, erano limitate al primo periodo della storia israelitica propriamente detta, che va dalla presa di possesso della terra di Canaan fino all’avvento della monarchia, con Saul. Ma qui esse abbracciano, anche se non lo si dice espressamente, anche le oppressioni più recenti, in modo particolare l’ultima, la più grave, dell’esilio babilonese.

v.43: “Molte volte…”: cfr. Sal 78,38. L’espressione “molte volte” abbraccia tutta la dinamica del peccato-perdono che si protrae fino al v. 46.

v.47: Dopo la constatazione dei peccati dei padri e nello stesso tempo della misericordia di Dio (vv. 43-46), il salmista richiama il v. 6, ove si accenna alla confessione dei peccati. Guarda all’attuale situazione dell’esilio in Babilonia, effetto di quei peccati, e chiede fiducioso al Signore la liberazione e il ritorno in patria dei deportati, per poterlo lodare e ringraziare.

v.48: Sebbene questo versetto sia aggiunto a chiusura del quarto libro dei Salmi, si intona bene anche con il v. 47. È una formula di benedizione liturgica che esplicita il suo proposito di “proclamare il nome di Dio e di lodarlo.

Nel Nuovo Testamento i vv. 10a e 45a del salmo sono ripresi da Lc 1,71.72, mentre il v. 48a è citato da Lc 1,68.